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INSPIEGABILE FASSINO

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Non ci interessa scomodare le statistiche di gradimento su base locale e nazionale. Fassino sarà certamente un sindaco con suo seguito non esclusivamente elettoralistico. Certo è che, quando l’ex segretario dei Democratici di Sinistra sbarcò in Comune a Torino, il suo avvenire come politico di rilievo nazionale (da segretario a premier o ministro) era probabilmente già alle spalle.
Perciò, sotto la Mole, se qualche malizioso pensa che il ritorno alla politica locale sia una sorta di via alternativa a chi non raggiunge il massimo grado di quella nazionale, tutti i torti non si hanno: basti pensare a Rutelli, Alemanno e Marino a Roma (espressione di tre fronti politici molto diversificati e non sempre vittoriosi) e, per tutt’altre ragioni, all’ultimo mandato Cacciari a Venezia. Su nomi più “giovani”, invece, vige l’effetto opposto: il successo locale è, a volte, buon traino per agganciare il nazionale. E in proposito, dal Bassolino anni Novanta allo stesso Renzi, può stilarsi un buon elenco di personalità catapultate su un palcoscenico nazionale a partire da vicende amministrative locali (più sofferte, nel male ma ci pare di poter dire anche e, forse più, nel bene, quelle di Bassolino).
Alla luce di ciò, Fassino sindaco a Torino dà la sensazione di un bonario ripiegamento delle truppe, verso una città per tradizioni al centro-sinistra e reduce dall’onda lunga (o lunghissima) delle amministrazioni Chiamparino.
Le azioni effettive danno luogo a un mix non sempre giudicabile: appoggio pragmatico alla TAV, senza il “quid” di rappresentare, per altro verso, un comune della Val di Susa in senso stretto; tardivo appoggio, abbastanza “silenzioso”, ai referendum sulla legge relativa alla procreazione medicalmente assistita; simpatia per la strategia industriale di Marchionne; buone intese con un circuito bancario non proprio di “lotta”, di “strada” o di “solidarietà sociale”; persino, grossa attenzione, a suo tempo, alle posizioni del giuslavorista Ichino (che meritavano, si, un grosso approfondimento pubblico, ma non non un generico incardinamento nella galassia acefala delle posizioni politiche dell’altrimenti incomprensibile Partito Democratico).
Fa notizia che il compassato politico si sia abbandonato a un gestaccio, effettivamente, da stadio o da commedia pecoreccia: dito medio alzato a chi lo aveva contestato. È anche vero, però, (e usiamo, in questo, un argomento a difesa del sindaco di Torino) che nelle fasi di grande concitazione, quando scampa l’allerta di una contestazione aspra e ci si ritira, il sollievo liberatorio spesso sfocia in esternazioni o gesti poco eleganti, che possono addirittura fomentare nuove provocazioni.
Tuttavia, il trovare una ragione per capire da dove spunti il dito medio dell’onorevole non deve diventare la negazione del diritto di critica della cittadinanza: il sindaco stava venendo contestato perché aveva presenziato (e il sindaco che taglia il nastro è un modello che la crisi economica rende poco gradito, in genere; si preferisce il sindaco “stradaiolo”, di visione concreta) ad una cerimonia sulla tragedia di Superga che afflisse il Torino dei tempi d’oro, pur essendo notoriamente un sostenitore della Juventus. L’altra metà del cuore sportivo del tifo piemontese.
Perché sdegnarsi della contestazione? O, meglio, perché equipararla alle scene poco edificanti di sparatorie e pestaggi? Nel caso in esame, si trattava di un pugno di sentiti tifosi granata che avrebbe voluto che l’evento più luttuoso della storia calcistica torinese fosse ricordato da una persona della medesima fede sportiva. Magari in grado di spronare alla memoria non come culto museale, ma come base per potersi rilanciare.
La stessa Juventus ha agito così dopo la sua discesa in B per i fatti di Calciopoli (non per sciagure aeree) e ci è riuscita: ricordare i fasti e darsi dei programmi per provare a riavvicinarli.
Questo suggeriscono la genuinità, la spontaneità e la bellezza del tifo sincero. Anche juventino.
Come si possa, nel modo in cui purtroppo molti hanno fatto, paragonare i fischi a un’autorità, che interviene in una commemorazione sportiva chiaramente di “parte”, alle violenze e ai vandalismi che la cronaca ci restituisce sin troppo spesso non è dato sapere.
L’onorevole ha commesso un gesto per qualcuno villano e certo poco consono al ruolo istituzionale di rappresentante della città; lo ha fatto, però, esasperato da un clima che aveva percepito sin dalla prima ora ostile e che, magari, avrebbe consigliato un altro tipo di procedura cerimoniale.
Proprio perché concediamo a Fassino l’avere salutato con piglio assai poco britannico, dopo diffusi boati di disappunto, non valutando bene il gesto ma incardinandolo nel contesto, alla stessa stregua non si possono condannare gli ultras granata: la loro passione esigerebbe istituzioni cittadine sempre vicine ai ricordi sportivi e culturali del loro cuore, non solo alle “feste comandate”, magari officiate da persone, pur autorevoli, ma non graditissime agli ambienti del tifo tutto.
 
Domenico Bilotti  

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