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CESARE MILANESCHI. SULLE ORME DI UNA CRISTIANITÀ IN CAMMINO

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Si può fare eccellente ricerca, in campo storiografico e teologico, anche partendo da episodi o da filoni apparentemente finiti sotto traccia e che, invece, appena si toglie la patina della loro condizione di minorità, svelano per intero tutte le problematiche e le stimolazioni che gettano persino sui grandi temi dell’attualità. Si inserisce in questo novero di pubblicazioni il recente “Il Vecchio Cattolicesimo in Italia” di Cesare Milaneschi, per i tipi di Pellegrini (Cosenza, 2014): una meditata e documentata analisi su un gruppo ecclesiale che si separa pubblicamente e formalmente dalla Chiesa di Roma nel 1870-1871, in polemica con gli articoli al vetriolo che la Civiltà Cattolica dedica alla modernità, ai suoi errori e, perciò, al suo “relativismo”, col piglio autoritaristico di Pio IX, nonché con la assoluta supremazia giurisdizionale pontificia rispetto alle concrete esperienze diocesane. E, magari in misura minore, in reazione alla scomunica del von Dollinger, uno degli elementi più carismatici e rappresentativi del nascente gruppo ecclesiale ed egli stesso non privo di spunti nuovi, rispetto all’ipostatizzato dibattito teologico del tempo.
Se lo sguardo di Milaneschi è spesso orientato alle vicende italiane, anche perché in quel periodo storico la linea pontificia investiva direttamente tutte le questioni apertesi dall’unificazione in poi (l’estensione dello Statuto Albertino, ancora legato all’accettazione statutaria di un rigido principio confessionistico; le differenze sociali e politiche tra il Sud e il Nord e all’interno delle regioni di ciascuna area geografica), ciò non impedisce all’Autore di parlare con interesse e rispetto di una esperienza di chiesa e di chiese che cerca di rifarsi al primo millennio dell’era cristiana, con semplicità, apertura e -il dato più interessante- un assoluto rifiuto della smania temporalista. Realtà, peraltro, vivace in Italia e in grado di produrre comunità partecipate a macchia di leopardo da quasi centocinquant’anni a questa parte.
La storiografia maggioritaria ha finito per segmentare in modo esasperante l’esperienza del vetero-cattolicesimo: lo ha fatto nello spazio, prendendo in considerazione essenzialmente i territori di maggiore e più risalente radicamento (Olanda, in parte Danimarca, più recentemente Stati Uniti e in modo emblematico una corrente più “conservatrice” in Polonia, un blocco d’Europa continentale dove è forte il rapporto con la cultura luterana tutta), ma anche nel tempo, concentrandosi sulla pubblica evidenza ecclesiale dei Vecchi Cattolici dopo il Concilio Vaticano I e poco, ben poco, argomentando sui tanti sviluppi successivi o sui presupposti di uno scisma mai del tutto affrontato analiticamente. Il volume di Milaneschi supera adeguatamente il primo limite, perché parla della vita di quel gruppo in Italia (ma non solo): una prospettiva, essa stessa, poco o per nulla battuta fuori dalla cerchia degli specialisti. Ed evita pure il rischio di misurarsi solo con un periodo di storico di non più di due decenni: perché se è su di essi che il libro offre gli spunti più interessanti e rigorosi, non se ne nascondono i prodromi e, soprattutto, le conseguenze del dibattito fino ai giorni nostri. Il contrasto all’idea dell’infallibilità papale come dogma regolativo della vita ecclesiale e dei rapporti di questa con le autorità e le comunità civili; un’idea del ministero dove l’inclusione prevale sull’esclusione e la funzione prevale sulla gerarchia; proficue interpretazioni dell’ecumenismo, per misurarsi con le specificità del mondo anglicano e ortodosso, tra gli altri (un approccio dialogico, già presente nell’opera di alcuni “vetero-cattolici” e chiaramente molto, molto, avanzato per gli anni del Concilio Vaticano I e fino, almeno, a tutto il diritto canonico successivo alla codificazione piano-benedettina). 
Il libro di Cesare Milaneschi rappresenta il primo, grande, tentativo di provare a ricostruire una visione più articolata su un gruppo religioso le cui istanze fondamentali, in realtà, innervarono (e innervano anche ai giorni nostri) il vissuto di numerose, altre, esperienze confessionali. Sana una lacuna, perciò, occupandosi di tutte le lacune che la precedono: la necessità di tornare agli studi sul più autentico movimentismo religioso, quello che non dimentica le istanze sociali e che cerca di coltivare una concezione meno punitiva della dimensione spirituale, facendo il più possibile circolare un libero e franco confronto, che affratelli rinnovatamente le persone, i gruppi e anche gli autori della cultura protestante e riformata con quanti seguono direttrici altrettanto oneste e dirette nella Chiesa Cattolica. Non per fomentare divisioni e nemmeno vacue unificazioni estemporanee, ma per studiare vicendevolmente da dove si parte e capire dove si arriva.
Ecco perché uno studio sui Vecchi Cattolici, e, ciò non bastasse, sullo specifico della loro esperienza in una fase cruciale della storia italiana, è tutto fuorché esercizio archivistico: è, al contrario, un’interrogazione che parte da direzioni circoscritte per sondare l’oceano più ampio dei nostri problemi e delle nostre coscienze.
Domenico Bilotti

 

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