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A proposito del sequestro preventivo del cantiere del nuovo ospedale di Vibo.

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Le pratiche per dotare Vibo Valentia di un nuovo ospedale sono iniziate alla fine degli anni Novanta del secolo scorso ma ancora non se ne viene a capo. Nel merito, l’esecuzione delle opere complementari idrauliche e stradali, avviata a fine 2018, ha subito uno stop, la settimana scorsa, a causa del sequestro preventivo del cantiere da parte della Guardia di Finanza. I reati contestati, l’uno accertato e l’altro presunto, sono abbandono incontrollato di materiali inerti e danni al patrimonio storico-archeologico. Com’è ovvio, l’episodio ha avuto grande risonanza mediatica e molti mi hanno contattata per chiedermi un commento, sia in qualità di archeologa con esperienza ventennale in tutta la Calabria (Vibo compresa), sia, soprattutto, come membro della commissione “Cultura” del Senato ed esponente del gruppo politico che esprime il Ministro in carica.

Ho preferito tacere, nell’immediato, perché ancora non avevo contezza di tutta documentazione relativa all’intervento in corso, né mi era stato possibile visitare il cantiere, nonostante che nei mesi scorsi mi fossero stati inviati atti e fossi stata sollecitata a compiere un sopralluogo. A quello mi sono sottratta per mancanza di tempo, confidando tuttavia nel dato esperienziale della serietà del funzionario di zona della Soprintendenza, unita alla certezza dell’attenzione costante della Direzione romana per le vicende calabresi, sempre intricate e spesso controverse. Supponevo, perciò, che l’iter amministrativo fosse esente da pecche, per quanto attiene alle competenze del Ministero Beni e Attività Culturali.

Continuo a pensarlo, e mi sento ora di dichiararlo apertamente, dopo avere acquisito e valutato, da tecnico del settore, gli elementi sostanziali del caso, gli stessi che, verosimilmente, il Ministro utilizzerà per rispondere all’interrogazione parlamentare pendente. I militi sono stati infatti messi in allarme (e forse in certa misura fuorviati, quanto alla contestazione del reato ex art. 181 del D.Lgs. 42/2004) dall’interrogazione che, stante il vincolo inibitorio sull’area, presuppone l’intangibilità dei luoghi e dunque chiede conto all’on. Bonisoli di quanto autorizzato dalla Soprintendenza competente, credendo illegittimo l’intervento in corso.

In realtà, al decreto di vincolo diretto emanato nel 1977 ai sensi della legge 1089/1939, rigidissimo, perché teso ad impedire che i privati allora proprietari dei terreni cedessero a tentazioni speculative come quelle che negli anni ‘70, appunto, in piena città, avevano causato devastazioni gravissime, e avrebbero potuto compromettere la cinta urbica di Hipponion e la presunta necropoli extra-muranea, è seguita la demanializzazione di quei suoli, affidati al MiBAC (2005).

Già nel 1998-2000, però, la Soprintendenza, valutandoli di prioritario interesse pubblico, aveva autorizzato ANAS ad eseguire lavori di ampliamento della sede stradale e regimentazione delle acque, cioè interventi analoghi a quelli in corso fino all’8 maggio u.s., regolarmente sorvegliati da archeologi. La medesima sorveglianza, prescritta dalla normativa vigente così come la verifica preventiva dell’interesse archeologico (ex art. 25 del D.Lgs. 50/2016), è stata imposta anche in questa occasione nel parere favorevole all’esecuzione del progetto espresso dalla Soprintendenza in Conferenza dei Servizi a novembre 2017 e ribadito nell’autorizzazione paesaggistica (ex art. 146 del D.Lgs. 42/2004) di aprile 2018, concessa in considerazione dell’assai modesta alterazione dello stato dei luoghi prodotta dalle opere previste. Queste, infatti, posizionate all’estremità dell’area vincolata, risultano distanti diverse centinaia di metri dalle mura greche, la cui visibilità non ne è in alcun modo intaccata.

Si tratta di una sorveglianza continua, affidata ad uno o più professionisti a seconda del numero di fronti aperti, che lascia il posto ad ampliamenti ed approfondimenti nel caso di affioramento di tracce significative di antropizzazione. Al riguardo, però, è bene chiarire che, suburbana e rurale com’era, nell’Antichità l’area interessata dai lavori non si presentava densa di edifici e manufatti a carattere permanente. La prescritta sorveglianza di tutte le operazioni di scavo e movimento terra consente, perciò, di espungere vaste superfici dal novero di quelle meritevoli di tutela e garantisce di poterle utilizzare per l’accantonamento, provvisorio, di terreno di risulta, operazione anch’essa vigilata da un archeologo per espressa previsione, così come il ripristino finale dello stato dei luoghi.

La convenzione stipulata a maggio 2018 tra Regione e Soprintendenza che vedo chiamata in causa impropriamente dalla stampa e stigmatizzata come strumento inidoneo al superamento del vincolo si riferisce a tutt’altro: un intervento di conservazione e valorizzazione del Parco archeologico che ha richiesto la concessione alla Regione del diritto di superficie dei terreni demaniali interessati, corrispondenti ad una piccolissima parte del compendio.

Personalmente ho fiducia, alla luce di quanto sopra, che la prosecuzione delle indagini chiarirà i termini della questione, ridimensionando fino ad estinguerla la grave ipotesi di reato contestata. Resterà, invece, se i dati preliminari saranno confermati, diventando patrimonio condiviso della comunità vibonese non meno che del mondo scientifico, l’acquisizione di nuove conoscenze sul popolamento rurale del suburbio di Vibona al tramonto della romanità. Nella lunga stagione dello stop forzato alla ricerca archeologica pubblica, non più finanziata a causa della crisi in atto, ogni tassello che va ad aggiungersi al puzzle della ricerca storico-archeologica ha del prodigioso e non può che essere salutato con commossa soddisfazione.

 

Margherita Corrado (M5S Senato - Commissione Cultura)


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