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MARGINALMENTE N. 212 del 25.Mag.2019

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MA SI PUO’ VIVERE COSI’?

A volte ti fai prendere da una serie di notizie scioccanti che ti colpiscono – proprio perché una dietro l’altra – come una serie di colpi.

La prima, con tanto di filmato, è quella dei due uomini - forse anche un po’ brilli -  che lanciano l’auto a 220 chilometri all’ora e vanno a schiantarsi mentre , appunto, si filmano pensando di fare poi i gradassi sui “benedetti” social. Due morti inutili  quanto stupide. Ciò che mi ha tramortito è stato che i due non erano adolescenti ma avevano 35 e 39 anni. Sentendoli sghignazzare nel loro stesso filmato, ho pensato che quelli della mia generazione, a 39 anni, avevano già i figli al liceo e da una quindicina d’anni tiravano su una famiglia col lavoro perseguendo con fatica e attenzione il progetto di vita che si erano dati.

Questa generazione sotto vuoto spinto è anche quella delle giornate con la playstation, dell’uso maniacale del telefonino, delle corna facili via facebook, dei divorzi, dei figli abbandonati a se stessi.

E a proposito di figli, ecco che vieni “aggredito” da un ulteriore filmato di quei giovani mostri di Manduria e del povero pensionato aggredito che, terrorizzato, supplica e viene ferocemente colpito. La crudeltà dei componenti della “banda degli orfanelli” – come loro stessi si erano definiti – fa male al cuore e fa sballare il cervello che non sa darsi risposte. Una vigliaccheria e una crudeltà inaudite per riempire l’orrido vuoto non di uno o due disgraziati, ma di ben una dozzina di giovani belve che hanno perseguitato senza pietà per anni il disabile provocandone, alfine, la morte. Orrido vuoto circondato dal vuoto silenzio degli adulti vicini di casa.

E potrei citare, ancora, l’ex pugile 41enne che beveva, si drogava e picchiava tutte le donne della famiglia fino a costringere la figlia a ucciderlo; o quella bestia drogata che ha ucciso a pugni il figlioletto di due anni; o gli stupri di gruppo diventati ormai una sorta di sport giovanile nazionale.

Aiuta a capire – in tutto questa babele – l’incontro con il docente e scrittore Franco Nembrini che ha raccontato alcune sue esperienze di docente da sempre a contatto “senza rete” con i giovani studenti. “Se devo diventare un “cogl…e” come mio padre – gli ha confidato una volta un alunno – piuttosto mi ammazzo di canne”. Oppure, nella versione femminile: “Se devo diventare una “scoppiata” come mia madre…ecc.”. Sintomi di profondi disagi che vengono da drammatici esempi.  Nembrini, fra i tanti, ha citato il caso frequente  di  diciottenni che non si preoccupano di prendere la patente quando, per le precedenti generazioni, la patente era il salvacondotto per la libertà, per rendere più piena la giovinezza, per i rapporti con amici e… ragazze. “Le motivazioni sconfortati – ha detto lo scrittore - vanno dal “tanto mi accompagna sempre mia madre dove voglio andare”; alla tristezza che molti non prendono la patente perché… non sanno proprio dove andare”.

Non resta che prendere in prestito il titolo di un famoso libro di don Giussani che faceva da sottotitolo alla conferenza di Nembrini:  “Si può vivere così?”

Antonio Biella


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