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Caro Sarri,

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è passato un po’ di tempo da quando ci hai omaggiato con il tuo giro di campo al termine di quello che possiamo definire un grande campionato. Ancora oggi mi commuove quel video perché intriso di tantissime verità intangibili. Passione, rispetto, soddisfazione, amarezza, affetto reciproco tra te e la tifoseria si potevano tagliare col coltello.

Tu dovresti sapere, in quanto napoletano nato nel golfo, che siamo un popolo vero. Popolo vero significa privo di ogni sovrastruttura mentale, esagerato, viscerale finanche impreparato a far fronte alla più elementare diplomazia spicciola. È, riconosco senza problemi, che questo sia il nostro punto debole ma fin quando la freccia scoccata non colpisce il tallone Achille è Achille ed è invincibile.

Ebbene il nostro tallone ha fatto bersaglio e quella freccia l’hai scoccata tu, proprio tu, tra capo e collo.

Ma noi, dovresti saperlo, siamo un popolo coraggioso ed orgoglioso delle proprie origini e della propria storia. Rinnoviamo con caparbia forza le nostre energie perché, che lo si voglia o no, siamo un grande popolo.

Lo siamo, grandi, in ogni circostanza e non parlo delle migliori, delle eccellenze che quelle sono e restano comunque insuperabili, ma parlo dei nostri difetti. Anche lì, mio caro e non più assai amato Mister, siamo belli. Tra cumuli di immondizia, tra i problemi di un abbandono politico oramai patologico da parte di una porzione consistente del paese ai confini con l’estraneo straniero, mostriamo il nostro straripante umore intriso di ironia vera anche questa. Noi siamo quelli che amiamo lavarci con la lava del Vesuvio.

Siamo l’unico popolo ad aver fatto sintesi tra correnti filosofiche diverse prendendone un po’ ovunque. Siamo quelli che hanno fuso insieme l’Epicureo allo Stoico ed il risultato è passione allo stato puro come un nervo scoperto quindi in balia di chiunque ne possa fare scempio. Siamo gente che non vive di solo pane perché fosse stato così saremmo morti tutti da un bel pezzo. Noi ci nutriamo soprattutto di soddisfazioni.

Già ma tu dovresti saperlo perché ti professi napoletano.

Allora sai anche che quando Koulibaly salì sul tetto dell’Allianz Stadium e spinse quel pallone direttamente nel ventricolo del potere truffaldino e blasfemo ballandoci su nell’abbraccio felice col compagno Kallejon, un intero popolo, quel popolo di cui tu conosci le speranze e le delusioni, piantò la bandiera della vittoria e si impossessò dell’intero Piemonte espugnato.

Questi sono molto di più che ricordi, si capisce, e non sono pagine di solo sport e si capisce anche questo e, con tutto il rispetto, con o senza di te. A prescindere.

Vedi, il napoletano, ma tu dovresti saperlo, non chiede ma pretende quando in gioco oltre che ad un pallone si compromette anche il pacchetto sentimenti. Lì siamo in una zona off limits. Zona completamente smilitarizzata. Indifendibile. Esposta. Vulnerabile. Espugnare quel comparto non è un atto eroico, ma un gesto di un pusillanime ed inveterato calcolatore di uno che sottrae e chi indebitamente sottrae non ha nazionalità come dice il nostro Eduardo.

Noi siamo quella tifoseria che ti avrebbe omaggiato anche se avesse incassato sonore sconfitte da un Real o Chelsea da te guidato. Saremmo stati abbastanza stoici dal farcene una ragione esprimendo i nostri complimenti all’avversario che merita, sul campo, onori e rispetto.

Ma una cosa deve restare certa. Senza nulla togliere al passato che ci ha fatto sognare ponendoci sicuri, quando mai, in qualsiasi stadio tra la certezza di undici ossessi in campo, una cosa dicevo deve essere certa che tu hai creduto di essere un napoletano ma che in realtà non lo sei mai stato.

 

Oggi quindi le cose sono cambiate. Oggi non da avversario ma da nemico, ti appresti a sradicare il guidone col nostro vessillo che è piantato nel ventricolo ancora sanguinolento del campo di Torino.

 Quel guidone, quella bandiera, segna il colore azzurro con una “N” scandita al centro. (s.v.)

 

 


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