Privacy Policy politicamentecorretto.com - DETENZIONE E PERCORSI TERAPEUTICI, TRA IPOCRISIE E CONDANNE IRREVOCABILI

Sezioni

Archivio

Lu Ma Me Gi Ve Sa Do
1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30

Bollettino

Iscriviti alla newsletter: (Settimanale)


  • email Invia un' e-mail ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Add to your del.icio.us del.icio.us
  • Digg this story Digg this



Data ed ora di accesso alla pagina
-

  • email Invia un' e-mail ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Add to your del.icio.us del.icio.us
  • Digg this story Digg this

DETENZIONE E PERCORSI TERAPEUTICI, TRA IPOCRISIE E CONDANNE IRREVOCABILI

Dimensione caratteri Decrease font Enlarge font
image

 

 

Di Domenico Bilotti (*)

 

Poche cose meritano di recuperare la nozione teologica di “calvario” come le patologie oncologiche: biglietti che non scadono, la fortuna inestimabile è la guarigione. Quando ci si trasferisce dal Golgota alle mura di un istituto di pena il viatico si fa ancora più tortuoso, e ciò racconta il volume di Monica Scaglia, “Già fantasmi prima di morire”, pubblicato nel 2019 per i tipi di Sensibili alle Foglie, che reca inoltre una prefazione di Sandra Berardi, presidente dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairahia, e una postfazione della giornalista Francesca De Carolis. Il libro, come tutte le pubblicazioni che raccontano le incognite di una malattia grave, ha un tono a volte secco, a volte dolente, a volte speranzoso, a volte estatico. L’ABC delle reazioni e relazioni emotive che ci insegna la traumatologia psicologica. E tuttavia il valore aggiunto, che rende più cruda e forse ancor più necessitata la testimonianza, sta nel particolare degrado che affligge il detenuto oncologico, sballottato sovente tra plessi penitenziari che non riescono a somministrare le cure idonee, diagnosi progressive dove lo spettro diagnostico è complicato e persino malgestito, operatori carcerari e sanitari che, di là da singole e meritorie storie personali, sono istituzionalmente abituati a trattare la routine dell’alienazione coi codici e con le risposte preconfezionate tipiche delle istituzioni chiuse.

Le alternative ai regimi detentivi, in condizioni di patologie similari, sono in effetti, ancorché non sempre adeguatamente, previste nell’ordinamento italiano, ma la loro applicazione è molto discontinua, anche perché manca uno sguardo d’insieme sulla prospettiva di una decarcerizzazione della pena. Sia detto per inciso e a smentire un mainstream altrimenti inflazionatissimo: non solo agli effetti dell’incolumità del detenuto malato, quanto e soprattutto nell’implementazione di meccanismi di sicurezza sociale collettiva.

La scrittura della Scaglia, a stare nel parallelismo medico, è un’alta radiografia mentale del travaglio patito, delle inumane sofferenze e degli smarrimenti davanti al vicolo cieco di una prigionia che tende a incontrarsi sempre più spesso col rischio della morte e della perdita. È una scrittura greve e gravida di umori, non scontata e però nemmeno vittimistica. È un percorso di libertà di coscienza, l’unica incoercibile, che si concluda in una conversione, in una liberazione o semplicemente in una nuova e più radicata consapevolezza.

Impreziosiscono il pensoso librettino alcune poesie di un detenuto vittima di errore giudiziario, ché lo smarrimento in fondo non è solo questione di malattia, ma anche e sempre di giustizie ingiuste.

 

(*) docente di “Diritto e Religioni” e “Storia delle Religioni” – Università Magna Graecia di Catanzaro

Invia commento comment Commenti (0 inviato)