Privacy Policy politicamentecorretto.com - IL QUADRO MIRACOLOSO DI GIMIGLIANO, QUEL PATRIMONIO DIMENTICATO

Sezioni

Archivio

Lu Ma Me Gi Ve Sa Do
123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930

Bollettino

Iscriviti alla newsletter: (Settimanale)


  • email Invia un' e-mail ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Add to your del.icio.us del.icio.us
  • Digg this story Digg this



Data ed ora di accesso alla pagina
-

  • email Invia un' e-mail ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Add to your del.icio.us del.icio.us
  • Digg this story Digg this

IL QUADRO MIRACOLOSO DI GIMIGLIANO, QUEL PATRIMONIO DIMENTICATO

Dimensione caratteri Decrease font Enlarge font
image

 

di Domenico Bilotti

 

Nel revival turistico che ha interessato la Calabria sui media internazionali, e intercettato poco e forse male per carenze infrastrutturali, materiali e immateriali, che la rendono ancora inaddomesticata allo sguardo, le fonti più autorevoli hanno tutte, indistintamente tutte, notato una grande verità: ogni borgo ha la sua storia, ogni centro ha il suo spicchio di tipicità, talvolta persino ignoto agli stessi locali, ma di grande bellezza e stupore per il viaggiatore che arriva (ancora troppo spesso solo per caso).

Tra questi “patrimoni” particolari, tra questi appunti di critica locale che forgiano un’identità persino inconsapevole, certamente rientra il dipinto miracoloso di Gimigliano, in provincia di Catanzaro, la meravigliosa “Madonna di porto dipinta su tela”. Si tratta di un’opera del 1626, commissionata per far fronte al crescente seguito che aveva presso i ceti popolari la Madonna di Costantinopoli. Segno, se mai ce ne fosse bisogno, che il territorio calabrese fosse pure dal punto di vista solo sostanziale ha preservato una reale diversità religiosa. I fedeli del posto sentivano le suggestioni liturgiche, iconiche e agiografiche del cristianesimo orientale e disegnavano tacite e simboliche linee di condivisione. La Calabria si confermava, insomma, naturale pontiere tra l’Est e l’Ovest, lungo una direttrice Sud che andava però perdendo peso politico-decisionale. Dell’insicurezza diffusa erano causa, del resto, anche le non occasionali pestilenze (tremenda quella panormitana dell’anno prima) e gli eventi sismici, ancora visti viepiù col tocco della paura e della superstizione, oltre che di una scienza amministrativistica e pure crudamente sismologica meno avveduta di ora. Il dipinto della Madonna fu commissionato a un pittore di Gagliano, borgo e poi quartiere di Catanzaro, anticamente “oppidum” romano e perciò vera memoria storica della città nel suo divenire. Si trattava di Marco Pizzuto, detto Marcangione o il Marcangione: investito del duro compito, che certo avrebbe eseguito con devozione e forse pure ammirazione ed emozione, non era però esattamente un talento. La pittura italiana dello stesso secolo, a non parlare di quello precedente, ebbe senz’altro vette più alte e meritorie. L’artista, comunque, s’era disposto a lavorare, e celermente. In una prima sera di sopralluoghi e lavori preparatori, aveva già sbozzato i lineamenti del viso. L’indomani, giungendo ancora sul posto, trovò la Madonna ormai finemente completata, oltre che magnificamente dipinta nelle diverse sfumature di colore che imprimono al quadro una serenità e una speranza invero molto, molto, rare nell’iconografia approntata nei momenti patronali o di emergenza collettiva. Si tratta di una Madonna “Acheropita”, non dipinta dalla mano umana, frutto – per chi crede – della miracolosa rassicurazione divina sulla comunità dei fedeli. Il viso della Madonna è in effetti di angelica bellezza e alle sue spalle non c’è alcuna Costantinopoli in fiamme, com’era tipico invece di certa iconografia di ispirazione napoletana. Chi non crede può trovare molte spiegazioni (lo stato di grazia dell’artista che si fa trascinare dal compito, l’intervento sottaciuto di mano più esperta, l’emulazione pedissequa di altri modelli all’epoca esistenti seppure oggi ignoti), ma non può restare disattento a quel piccolo prodigio di arte sacra mediterranea che scelse di inverarsi proprio in Calabria, proprio in un borgo dell’entroterra, proprio in un anno di transizione per quelle genti e per la storia meridionale tutta.  

Viviamo, anche nel contesto calabrese, tempi strani, dove si cercano di riscattare sotto l’etichetta (un tempo nobile nome) di “patrimonio storico-artistico” anche beni, luoghi e pratiche individuali e collettive che non ne avrebbero l’estetica, la sostanza, la testimonianza. E forse nemmeno lo stretto diritto … Non rischiamo, però, in nome delle convenienze occasionali o della semplice superficialità che ci impone una visione solo estemporanea e provvedimentale delle pubbliche amministrazioni, di dimenticare ciò che davvero può e deve stare sotto quell’etichetta, quel vessillo, avendone forgiato nei secoli la nozione.

 

(*) docente di “Diritto e Religioni” e “Storia delle Religioni” – Università Magna Graecia di Catanzaro  

Invia commento comment Commenti (0 inviato)