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I LIBERISTI TRA TEORIA E PRASSI

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I liberisti sono divisi tra pratici ed ideologici. Per i pratici l'importante è salvare le aziende, in primo luogo gli istituti finanziari, quelli che più economisti hanno al loro servizio, quindi soldi e soldi dall'erario in qualsiasi forma: prestiti, garanzie, acquisto di titoli tossici, addirittura nazionalizzazioni (temporanee) delle banche e delle assicurazioni. Sia ben chiaro, lo Stato ci deve mettere i soldi, ma non il becco negli affari: non deve occuparsi di controllare con propri fiduciari i consigli di amministrazione o mettere limiti agli stipendi, benefits ed altri bonus dei manager. Gli ideologici temono l'intervento pubblico, comunque. La ricerca di responsabilità per la crisi non può che portare a regolamentazioni autoritarie, che mettano in discussione le capacità auto regolative del mercato. Le nuove regole non possono che essere poste dalla classe politica, vuoi dai parlamenti nazionali, vuoi dalle istituzioni politiche o finanziarie internazionali controllate o fortemente influenzate dai governi. Scrive uno di loro, il Mingardi Alberto del Riformista: “Per la classe politica, la crisi è l'occasione per invertire la tendenza degli anni scorsi, ripristinare il primato della politica, che in soldoni vuol dire trasformare di nuovo finanzieri e banchieri in vassalli e valvassori del potere. I contorni di questo feudalesimo prossimo venturo vanno ancora messi a fuoco. Ma che saremo meno liberi e più poveri è quasi una certezza” (11 marzo 2009). Nella storia, anche recente, è più facile incontrare politici che sono al servizio di finanzieri e di banchieri, che viceversa. Chi nomina chi è importante, ma è più importante conoscere i criteri di nomina: da questo punto di vista che chi nomini sia un politico o un privato poco importa. Il politico può nominare un suo cliente, ma anche il privato può nominare un suo socio d'affari o il cugino o il cognato, il figlio o l'amante. Il punto è che vi siano procedure trasparenti per la nomina e procedure per la revoca di nomine sbagliate: da chiunque siano state fatte. Risparmiatori grandi o piccoli si son trovati più poveri per avere seguito i consigli di funzionari di banca - non nominati da alcun politico- di comprare obbligazioni Parmalat o Cirio. Non voglio parlare dei clienti di Madoff, sicuramente degli avidi per credere ai suoi miracoli, ma se tanti Madoff mettono in crisi il sistema finanziario e perciò danneggiano milioni di persone estranee non sono convinto che sia un prezzo da pagare alla libertà. Con un poco di pazienza Mingardi poteva leggere sul suo stesso giornale il nome di Joseph Cassano indicato da Mauro Bottarelli (Il Riformista del 13 marzo 2009) come colui che ha affondato la finanza. La sua è una delle tante storie: vi ricordate quel trader della filiale di Atlanta della BNL o dell'altro che da Singapore affondò una delle più antiche banche britanniche? Ovvero di Jerome Kerviel della Société Générale? Cassano è stato capace di accumulare in otto anni 500 miliardi di esposizione ad asset tossici mandando al collasso quella che era una delle più grandi assicuratrici del mondo, la statunitense AIG. Cassano era stato nominato da un politico? Ci ha reso più ricchi, a parte lui con una buonuscita di 280 milioni di dollari? E più liberi, quando ha obbligato il Tesoro americano a sborsare 170 miliardi di dollari per tentare di salvare AIG!? Gli Stati sono obbligati a fare una politica economica, che non era quella avallata dagli elettori, sotto la spinta di una crisi provocata da privati. I politici, quantomeno, sono costretti a presentarsi periodicamente al giudizio dei cittadini, mentre finanzieri e banchieri no e si sottraggono persino al controllo degli azionisti, almeno finché non scoppia il bubbone. Tuttavia per chi vuole una società più equa e perciò più libera i veri nemici sono i liberisti pratici e non quelli ideologici. Non si possono scambiare le nazionalizzazioni delle banche per un inizio di socialismo: è il vecchio trucco di socializzare le perdite, dopo aver privatizzato i profitti. La proprietà pubblica di per sé non è un progresso, ne è stato massimo esempio il sistema sovietico: la proprietà statale era al servizio della nomenklatura, cioè di un'oligarchia, e non del popolo lavoratore. La cosa era talmente vera, che la stessa nomenklatura se ne è formalmente appropriata con i processi di privatizzazione. Le partecipazioni statali sono state in Italia appannaggio del loro management, i cosiddetti boiardi di Stato, il cui potere si intrecciava con quello politico. Chi condizionasse chi non era ben chiaro: pensiamo ad Enrico Mattei, per esempio (o al trentennale presidente della società di navigazione Tirrenia).

Gli interventi pubblici devono garantire il credito e la fiducia dei risparmiatori, non gli azionisti delle banche, si può intervenire nell'industria soltanto se si tratta di settori strategici e, affinché sia chiaro, l'industria automobilistica non è uno di questi. E' meglio ed aiuta di più ad uscire prima dalla crisi sostenere disoccupati e licenziati, che conservare posti di lavoro in aziende in deficit. Sostenere il reddito significa non far crollare i consumi, senza i quali non c'è crescita economica possibile. Su questo terreno è forse possibile trovare un'intesa con i liberisti ideologici, piuttosto che con quelli pratici, perché questi ultimi sono di solito sul libro paga di qualcuno, specialmente di quei settori che chiedono aiuti di Stato.

 

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