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Dalla legge truffa al referendum truffa

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Chi è contrario alla legge Super-Porcellum deve astenersi dalla votazione. Se si va a votare NO si contribuisce al raggiungimento del quorum.
 
di Felice Besostri

 

Negli anni del centrismo imperante, dopo la sconfitta del Fronte Popolare del 18 aprile 1948, la DC ed i suoi alleati cercarono di consolidare il proprio potere con una legge (L n. 148/1953) che assegnava un premio di maggioranza in seggi alle liste collegate, che avesse raggiunto il 50%+1 dei voti validi espressi.
    L’opposizione si scatenò per la parola d’ordine della "Legge Truffa", in conclusione il premio di maggioranza, pari al 65% dei seggi, non si raggiunse per uno scarto dello 0,2% dei voti validi espressi.
    Quella "legge truffa" richiedeva che si raggiungesse la maggioranza assoluta dei voti ed il premio non consentiva di raggiungere, sia pure di poco, i 2/3 dei seggi, cioè di poter cambiare la costituzione senza il rischio dell’eventuale referendum confermativo.
    Storicamente il primo tentativo andato a buon fine di assicurare una salda governabilità con un premio di maggioranza è stato fatto con la legge Acerbo (L. n. 2444/1923), che assegnava i 2/3 dei seggi della Camera alla lista bloccata, che conseguisse la maggioranza relativa, purché superasse almeno il 25% dei voti.
    La legge elettorale conseguente all’approvazione dei referendum Segni-Guzzetti ha quindi maggiore analogia con la fascista Legge Acerbo del 1923, che con la democristian-centrista "Legge Truffa" del 1953.
    Infatti, come le stesse sentenze (nr. 15 e 16 del 30.01.2008) della Corte Costituzionale di ammissibilità dei referendum adombrano, sia la legge vigente, che quella risultante dai sì presentano profili di incostituzionalità perché il premio di maggioranza non è vincolato da alcun quorum di voti o di seggi della lista o coalizione di liste che raggiungesse la maggioranza relativa.
    La Corte Costituzionale lanciò il sasso, ma si lavò le mani perché disse che in quella sede non poteva esaminare la costituzionalità della legge vigente, né di quella risultante dal referendum, perché può decidere soltanto quando un giudice gli rimette la questione di costituzionalità di una legge vigente.
    Lo scrivente, coadiuvato per alcuni dei ricorsi dai professori Vittorio Angiolini e Costantino Murgia, si era opposto all’ammissione dei referendum per un ampio spettro di formazioni politiche, dallo SDI all’UDEUR, dalla Costituente Socialista al Cantiere di Occhetto, da Uniti a Sinistra di Folena all’Associazione di Rinnovamenteo della Sinistra di Tortorella, dall’Associazione per la Sinistra all’Associazione RossoVerde.
    Con propri ricorsi si erano opposti ai referendum anche Sinistra Democratica e il PdCI: assenti ingiustificati dalla battaglia Rifondazione Comunista e i Verdi, cioè le formazioni portanti della disastrosa esperienza della Sinistra Arcobaleno.
    La mancanza di coraggio della Corte Costituzionale è stata uno dei fattori di accelerazione della crisi del Governo Prodi.
    L’UDEUR di Mastella poteva sperare soltanto in elezioni anticipate per far slittare di un anno il referendum elettorale. Questa esigenza tattica era sommata ai guasti politici derivanti dalla formazione del PD, con l’annuncio veltroniano dell’intenzione di andar solo, e la crescente insofferenza della sinistra, cosiddetta radicale.
    L’auspicio della Corte Costituzionale che qualche giudice gli rimettesse le leggi elettorali era un escamotage, perché la Consulta ben sapeva che per giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato e delle Sezioni Unite della Cassazione nessun giudice amministrativo od ordinario è competente per ricorsi elettorali, in quanto riservati alle Giunte delle Elezioni delle Camere elette, anche con legge elettorale incostituzionale. Le Giunte per le Elezioni, giudici in causa propria, non possono rimettere alla Corte questioni di costituzionalità, a parte che non lo avrebbero mai fatto: sarebbe come fare organizzare dai tacchini o dai capitoni il pranzo di natale.
    I referendum non risolvono nessuno dei problemi posti dal Porcellum ma li aggravano: se i SI’ dovessero prevalere, il premio di maggioranza non andrebbe più a coalizioni di liste, che sarebbero vietate, ma alla lista di maggioranza relativa.
    Inoltre i referendum non eliminerebbero lo scandalo maggiore della legge elettorale vigente, cioè le liste bloccate, con parlamentari che non sono più eletti, ma nominati dai vertici dei partiti.
    È falso e truffaldino l’argomento che votando sì si dà una spinta a cambiare la legge senza questo argomento non avrebbero raccolto neppure le firme.
    Due sono le caratteristiche negative del Porcellum di Calderoli: le liste bloccate ed il premio di maggioranza.
    Con la vittoria dei referendum le liste bloccate sarebbero confermate e rafforzate e il premio di maggioranza peggiorato, cioè dato a una formazione con minore consenso di una coalizione di lista.
    Un solo quesito referendario è positivo, quello che abroga la possibilità di candidarsi in tutte le circoscrizioni: un trucco usato da Berlusconi nelle scorse elezioni. Se passa il premio di maggioranza alla lista più votata il nostro Primo Ministro non ha più bisogno di candidarsi dovunque.
    La legge elettorale risultante dai referendum abrogativi è autoapplicativa, altrimenti i referendum non sarebbero stati ammessi.
    Berlusconi ha capito che ha tutto da guadagnare dalla vittoria referendaria, Franceschini no.
    Se si va a votare NO si contribuisce al raggiungimento del quorum: chi è contro la legge deve astenersi dalla votazione.(ADL)

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