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IL PSE E' UN PUNTO DI PARTENZA, NON DI ARRIVO

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La crisi della sinistra italiana non deriva tanto dal fatto che si sia prodotta la divisione tra socialisti e comunisti, quanto nel fatto che non si sia stati in grado di superarla, venute meno le ragioni di essa.


 
 

Credo che un compromesso sarà trovato, dopo le elezioni europee, tra il PSE ed il PD. Quando sono in gioco interessi economici è più facile trovare una base politica d'intesa. Ci sono formulazioni, che hanno fortuna, malgrado le ambiguità, anzi grazie alle ambiguità: " Col PSE, ma non nel PSE" è una di queste. Sono formulazioni del tipo "Due popoli, due stati", come soluzione al conflitto israelo-palestinese, che, peraltro, è il frutto avvelenato di un altro detto memorabile " Una terra senza popolo, per un popolo senza terra". Con l'uscita dei conservatori britannici dal PPE il PSE ha la possibilità, se i partiti socialisti nazionali non saranno puniti nelle urne, di diventare il primo gruppo del Parlamento Europeo, purché i parlamentari italiani del PD ne facciano parte.
    Questo obiettivo, che comporta vantaggi politici, in termini di presidenze di commissioni, ed economici, sotto forma di contributi ai gruppi, ha fatto aggio sulla coerenza politica e ideologica, tanto che l'abbandono al suo destino del PS, unico partito italiano del PSE, a favore di rapporti ambigui col PD è stata la linea di Martin Schulz. L'ambiguità arriva al limite dell'ipocrisia, perché i DS, che sono una partita IVA o, nel migliore dei casi, una fondazione, esistono ancora per il PSE e l'Internazionale Socialista. I giovani socialisti europei dell'ECOSY, all'insegna del detto talis pater, talis filius, sotto la regia degli Jungsozialisten tedeschi mantengono artificialmente in vita la Sinistra Giovanile, pur sciolta in Italia: quello che è vero al di qua delle Alpi non è vero al di là.
    Il PDS prima ed i DS poi sono sempre stati membri di organizzazioni socialiste internazionali, con incarichi e ruoli di prestigio, i suoi parlamentari hanno sempre fatto parte dei gruppi socialisti, vuoi nel PE vuoi nell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, ma non sono mai diventati un partito socialista in Italia, né, ripensandoci, hanno mai voluto esserlo: l'eredità comunista sotto l'aspetto psicologico, più che politico e men che meno ideologico, ha prevalso rispetto ad un processo di revisione, non più evitabile, delle stesse ragioni fondanti della divisione del movimento operaio tra comunisti e socialisti nel XX secolo. Il punto principale è, o dovrebbe essere, questo: se la crisi della sinistra italiana non derivi tanto dal fatto, che si sia prodotta la divisione tra socialisti e comunisti, quanto nel fatto, che non si sia stati in grado di superarla, quando ne erano venute meno le ragioni.[1]
    A voler essere severi con la sinistra, la prima occasione mancata è stata la Rivoluzione ungherese del 1956 (per molti già l'uso di questa parola, Rivoluzione, costituisce ancora oggi una provocazione, ma la partecipazione massiccia e prevalente di operai e studenti alla rivolta avrebbe dovuto far riflettere). Fu seguita dalla Primavera di Praga del 1968 e dal Colpo di stato del 1981 in Polonia. Erano tutti sintomi premonitori della crisi e del successivo fallimento dell'esperienza comunista. Ma c'è voluto il crollo del muro di Berlino per essere costretti ad un avvio di revisione, che non è stata nemmeno condotta da parte di tutti.
    Tutte le revisioni che nascono all'insegna del contingente, cioè sotto la spinta degli avvenimenti e della dittatura del presente, sono affrettate ed incomplete, come è stata la svolta della Bolognina.
    Per di più queste svolte sono state caratterizzate dall'ossessione del cambio di nome in negativo, cioè dall'eliminazione del riferimento al comunismo, piuttosto che da una revisione ideologica.
    Se la svolta doveva essere riassunta in un nuovo nome di partito , che avesse forza simbolica, allora non si poteva evitare il richiamo al socialismo. Questo è stato il percorso di tutti i partiti post-comunisti dell'Europa orientale, nei quali vi è stato l'innesto, più o meno riuscito, tra i revisionisti del partito già dominante con l'esilio socialdemocratico.
    In Italia invece, il PCI è diventato PDS, Partito democratico della sinistra, e successivamente DS, Democratici di sinistra ed, infine, ha concluso il suo percorso nel PD, Partito democratico, fuoriuscendo dalla storia della sinistra.
    Definirsi di sinistra è stato un modo per mantenere viva l'ambiguità del superamento del comunismo, che avrebbe significato andare oltre l'esperienza della socialdemocrazia, concepita ancora come l'avversaria storica del comunismo. Nel rifiuto del socialismo si sono incontrati la "sinistra" e la "destra" della nuova sinistra, quella derivante dall'innesto con l'ambientalismo e che diede vita alle elezioni del 2008 alla SINISTRA ARCOBALENO e dopo quella sconfitta si presenta ora come SINISTRA e LIBERTA'. Una volta di più si fanno compromessi nominalistici al ribasso, quando il punto di fondo era l'abbandono del tradizionale modello di sviluppo senza limite delle forze produttive, non la rinuncia ad una società diversa. L'abbandono nella teoria e nella prassi di un modello alternativo di società è la debolezza della sinistra, altrimenti inspiegabile di fronte alla crisi evidente e crescente del modello di sviluppo economico e finanziario del liberismo.
    La gravità della sconfitta del 2008, che soltanto parzialmente potrà essere riscattata nelle elezioni europee del 2009, se tutte e due le formazioni della sinistra superassero la soglia del 4%, non poteva dar luogo ad una riflessione, di cui l'esponente più noto è Fausto Bertinotti.
   Una riflessione autocritica la sua e coraggiosa, perché gli è costata la leadership politica di Rifondazione, ma che non affronta ancora i nodi storici da superare per portare la sinistra italiana ad un livello europeo di consensi e di contendibilità del potere, cioè di proporsi con propri programmi e leader alla guida del paese. L'ultimo suo libro intervista, Devi augurarti che la strada sia lunga (Ponte alla Grazie, 2009), ne è l'esempio.
    Bertinotti, giustamente, colloca la sconfitta della sinistra non nel 2008 e neppure nel 2001, ma ne vede l'inizio nell'incapacità di affrontare i problemi posti dalla Primavera di Praga, ma soprattutto dalla sua sconfitta, segno della irriformabilità del sistema comunista dall'interno. L'altro errore prospettico è quello di giudicare lo stato di salute della sinistra dal consenso elettorale di Rifondazione, cioè dal successo od insuccesso di quel modello di partito: come credere che il proprio ombelico rappresenti il centro del mondo.
    Nella fondazione di Rifondazione e nei suoi sviluppi erano presenti molteplici suggestioni, dalla mera nostalgia di un tempo che fu alla sperimentazione più spinta del partito movimento, comunismo sovietico e fuoriuscita "da sinistra" dalla crisi del sistema sovietico. Gli stessi riferimenti internazionali erano un coacervo di suggestioni dal castrismo al no-globalismo, senza mai rinunciare alla personificazione al limite del culto del leader mediatico dal Che Guevara (morto) al sub-comandante Marcos, per approdare al tonitruante Chavez, pronti ad abbandonare riferimenti di un tempo, come il brasiliano Lula, appena diventavano meno esotici.
    L'Europa non è mai stata centrale nella sinistra alternativa per naturale diffidenza verso istituzioni nate per rafforzare la libertà di circolazione dei capitali in nome della concorrenza ed anche perché porre al centro l'Europa rendeva inevitabile il confronto con la socialdemocrazia.
    Noi italiani fin da piccoli siamo stati abituati ad una rappresentazione del mondo, quella delle carte geografiche appese dietro le cattedre: un mondo con al centro l'Europa e con l'Italia al centro dell'area euro-mediterranea. Del tutto inconsciamente siamo portati a dilatare la nostra esperienza. In Italia è nata la tentazione dell'Ulivo mondiale e tuttora si scambia l'incapacità del PD di scegliere tra le grandi famiglie politiche europee per un'originalità, cui presto tutti dovranno rendere omaggio. Bertinotti nelle numerose interviste per il lancio del suo ultimo libro fa affermazioni del tutto condivisibili: "Per la sinistra occorre unire le forze in Europa"[2] ovvero che occorra "Una sinistra, una sinistra sola"[3]. Un bel passo avanti rispetto alla teorizzazione delle due sinistre tra di loro inconciliabili addirittura avversarie, sia pure senza la virulenza del "social-fascismo" di staliniana memoria. Un rinnovamento effettivo della sinistra in Italia richiede un'operazione di modestia: Rifondazione ha avuto il più alto risultato elettorale con l'08,57% del 1996, prima della scissione del PdCI. Tale vetta non è mai stata superata, neppure sommando Rifondazione e Comunisti italiani, che appunto ottennero l'8,16% nel 2006. Per fare un confronto con l'altra novità politica italiana, la Lega Nord, quest'ultima ha avuto il suo picco con il 10,07% nel 1996 e ha quasi sempre battuto Rifondazione nelle regioni del Nord ed anche a livello nazionale, tranne che nel 2001 e nel 2006, pur essendo un partito geograficamente concentrato. L'importanza del consenso elettorale non sfugge a Bertinotti, se non altro dopo l'episodio dell'incontro, nel dicembre 2005, con il responsabile esteri del Partito Comunista Cinese, di cui parla nel suo ultimo libro (p. 209), che non riusciva a spiegarsi il basso consenso elettorale con la ricchezza delle analisi politiche.
    La sinistra europea è in crisi, basta un raffronto con il 1999, quando nei 15 paesi dell'Ue 12 primi ministri erano socialisti ed il 13esimo si chiamava Prodi, ma allora ragioniamo di questo e non traiamo speranze, come fa Bertinotti, dai sondaggi, che danno la Linke tedesca sopra l'8% e sfiorare il 10% (la percentuale alla quale era accreditata la Sinistra Arcobaleno, secondo le previsioni).
    Riesce difficile convincersi che questo sia un fatto positivo, se la SPD crollasse, ed il Labour Party pure, alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.
    Ragionando in un'ottica europea la debolezza della sinistra italiana risulta evidente e si capisce, che non data dal 2008 e neppure dalle sconfitte del 1994 e del 2001 o dalla scissione del PCI, ma che è una debolezza strutturale: nell'Italia del dopoguerra la sinistra, anche quando la somma dei voti socialisti e comunisti superava agevolmente il 40%, non è mai stata un'alternativa di governo, vuoi per ragioni internazionali, ma soprattutto per non aver mai potuto o voluto proporre un proprio programma ed un proprio leader per il governo del paese. In questo senso è stata una sinistra anomala in Europa, dove i partiti socialisti democratici potevano essere confinati all'opposizione, anche per lunghissimi periodi, basta pensare alla Thatcher o a Kohl, ma potevano ritornare al potere.
    Craxi è stato Primo ministro, ma in posizione minoritaria, D'Alema ed Amato in seguito a crisi parlamentari, mai un leader di sinistra ha vinto le elezioni, anzi neppure si è mai candidato a capo di uno schieramento maggioritario, per vincere le elezioni. La candidatura di Veltroni nel 2008 non è un'eccezione che conferma la regola e ciò per 2 ragioni: 1) Veltroni non si definiva di sinistra e 2) si era comunque posto a capo di uno schieramento (PD e IDV) con vocazione minoritaria.
    La ricostruzione di una sinistra europea non può derivare dalla constatazione del fallimento del comunismo, "ma anche" della socialdemocrazia, come se fossero fallimenti simili per proporzioni e natura, magari rispetto ad un ideale rivoluzionario tradito. Su questo Bertinotti è chiaro: "Anche i partiti socialdemocratici hanno subito una crisi ed una sconfitta, ma di altra natura. Essa non ha a che fare con una dimensione storica e ideologica, ma con una dimensione politica e programmatica"[4]. Si tratta di un riconoscimento, che nasconde una critica di fondo: la socialdemocrazia non era stata in grado di garantire il compromesso con il capitalismo. 
    Il XX secolo è stato quello di massima espansione della socialdemocrazia, ma anche del comunismo e delle ideologie autoritarie e totalitarie. Se facciamo il confronto tra periodi e popolazioni governate, la socialdemocrazia, persino nella sua culla europea, è stata minoritaria rispetto al comunismo ed ai fascismi. Ma è l'unica grande forza politica che non ne esca radicalmente sconfitta. Un qualche merito lo devono pur avere le sue politiche ed i suoi valori. Se non altro per questo bisogna ripartire da lì, piuttosto che da un'idea di sconfitta epocale e planetaria della sinistra (comunista).
    Il socialismo realmente esistente di sovietica memoria fu un'esperienza tragica, che porta la responsabilità dell'allontanamento delle masse europee dal socialismo tout court, ma aveva almeno il merito di costringere di confrontarsi con la realtà terrena e non con idee dell’empireo. Siamo in pieno fermento, nascono nuove aggregazioni, che possono morire all'indomani delle elezioni ovvero essere il cominciamento di un nuovo inizio, si lanciano iniziative editoriali all'insegna di una sinistra da buttare, come il quotidiano l'ALTRO, senza avere ben chiara la distinzione tra sinistra riformista (in cui colloca il PD di Franceschini) e sinistra radicale (di cui farebbe parte il quotidiano di Sansonetti), grande è la confusione sotto il cielo una ragione in più per avere in mente, con chiarezza, gli obiettivi da raggiungere.
    Tuttavia prima del punto di arrivo, c'è il punto di partenza e la direzione da seguire. In questo senso, chi è convinto, che dal socialismo europeo si debba partire, dovrebbe smettere di invocare il PSE come un mantra, come se il problema fosse quello di iscriversi al PSE, cioè che un atto formale possa sostituire la revisione politica, programmatica ed ideologica. Se scambiamo il PSE per il socialismo europeo significa, che di quest'ultimo non abbiamo una grandissima opinione. Il PSE non è un partito socialista europeo, in ogni caso non è il partito, di cui ci sarebbe bisogno. Il PSE è una confederazione di gruppi dirigenti di partiti socialisti nazionali, come efficacemente denunziato dai circoli socialisti e libertari, che hanno costituito il Gruppo di Volpedo.
    Interrogarsi sul socialismo europeo significa interrogarsi sull'unica sinistra possibile. Giuseppe Berta ha appena pubblicato un agile volumetto dal titolo "Eclisse della Socialdemocrazia"[5], che alcuni pasdaran socialisti hanno criticato per la mancanza di un punto interrogativo alla fine.
    La critica non ha alcun fondamento astronomico perché caratteristica delle eclissi è proprio quella della loro limitata durata: il titolo quindi è ben augurante, semmai il sottotitolo dovrebbe destare qualche preoccupazione: "Ci si domanda come sia successo che anche la socialdemocrazia sia uscita travolta prima dalla globalizzazione di fine secolo e poi dalla sua crisi". Proprio la crisi sarà la cartina di tornasole della capacità della sinistra e perciò della sua parte maggioritaria in Europa di porre termine alla sua eclissi. In altri termini, parafrasando Keynes e con un altro ordine di importanza, bisognerà verificare se coniugando giustizia sociale, libertà individuale ed efficienza economica si metterà in moto una politica di sviluppo atta a far ripartire l'economia, ma in una società più giusta.
    La sinistra, come l’araba fenice, può rinascere dalle sue ceneri, se ricominciasse, come pensa Fulvio Papi, non dai margini ma dal centro del discorso: il perché della crisi politica, le difficoltà e l’intervento pubblico, la formazione di una elite politica o la programmazione della vita sociale, in altre parole partire da temi (e trovare soluzioni) capaci di dare identità ad una sinistra, che l’ha perduta. (ADL)

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[1] Per Silone le ragioni erano già venute meno negli anni 1944-1945, come scrisse sull’Avanti di Roma, con riferimento alle primitive ragioni ideologiche: non poteva presagire la guerra fredda, cioè ragioni di potenza.
[2] Epolis, 14/5/09, p. 4
[3] altro, 13/5/09, p. 4
[4] altro, 13/5/09, p. 4
[5] Il Mulino, 2009
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