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GIOVANNA ORTU: LA VISITA DI GHEDDAFI? UNA BURLA

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Riportiamo di seguito l’intervista rilasciata su Euronews da Giovanna Ortu, presidente dell’AIRL, l’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, in merito alla recente visita in Italia del leader libico Muammar Gheddafi.  Si tratta di una testimonianza particolarmente interessante su come vengono tutelati gli interessi degli italiani all’estero: un argomento che sta in cima ai nostri interessi come Partito degli italiani dall’estero. (S.V.) 


GIOVANNA ORTU: LA VISITA DI GHEDDAFI? UNA BURLA

Giovanna Ortu, Presidente  dell’AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) è ormai un’istituzione nel panorama politico italiano: sono quasi quarant’anni anni che questa minuta ma combattiva signora cerca di tutelare (spesso con esiti positivi) gli interessi di quei venti mila italiani che nel 1970 sono stati espropriati da tutti i beni dal colonnello Muammar Gheddafi. Eppure, all’incontro che Gheddafi ha avuto con una delegazione di rimpatriati libici, lei e la sua Associazione non sono stati invitati. Come mai? Lo abbiamo chiesto direttamente all’interessata. Ma andiamo per ordine.

Signora Ortu, sul piano generale, che giudizio esprime sulla visita in Italia del leader libico Gheddafi?

Che non abbiamo certamente fatto una bella figura. In nome del business, dei grandi interessi petroliferi, degli investimenti in Fiat, Eni e Unicredit, abbiamo consentito a Gheddafi delle liberalità che probabilmente altri Paesi, come l’Inghilterra, la Germania o la Francia non gli avrebbero mai consentito. Penso solo alla visita al Quirinale con la foto appiccicata al petto dell’eroe libico Omar al Mukhtar,  ucciso dai fascisti.  Ebbene, credo che ci sia un limite a tutto. Per fortuna il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha avuto un sussulto di dignità cancellando un incontro dopo due ore di ritardo. Così abbiamo scoperto che il colonnello si fa aspettare per ore non solo a casa sua ma anche quando va in visita all’estero, almeno in Italia. 
Comunque, non ce l’ho con Gheddafi: lui è stato bravissimo a fare il suo gioco, anche se non è certamente questo il modo migliore per presentarsi da amico. Sono invece rimasta disgustata da un certo comportamento servile e ipocrita assunto da molti dei nostri rappresentanti economici e  politici. Sono stati degni delle migliori interpretazioni di Sordi quando sugli schermi recitava il lato sempre furbesco e opportunista di molti italiani.

Come giudica questo accordo di pace mediante il quale l’Italia risarcirà con 5 miliardi di euro nell’arco di vent’anni i torti subiti dalla Libia durante il colonialismo?

Innanzitutto voglio ricordare (cosa che molti si sono dimenticati) che nel 1956 avevamo già indennizzato la Libia per 5 milioni di sterline: una cifra assai generosa per l’epoca. Personalmente ritengo che ora ci siamo accordati su un indennizzo a dir poco esorbitante. In ogni caso  l’Italia non ha saputo ‘monetizzare’ alcuni grandi favori che in passato abbiamo fatto a Gheddafi. E’ noto, ad esempio, che grazie alla collaborazione dei nostri servizi segreti il colonnello si è salvato nel 1986 durante il bombardamento americano sulla Libia, avvenuto per rappresaglia a un attentato in una discoteca di Berlino frequentato da soldati USA. Una circostanza riconosciuta dallo stesso ministro degli Esteri libico dell’epoca, Abdel-Rahman Shalgam. Come ringraziamento abbiamo avuto (anche se la cosa non è chiara del tutto) l’arrivo di un missile libico Scud su Lampedusa, dove si trovava una modesta installazione americana.  

Inoltre, è stato notevole il contributo italiano a far rientrare la Libia nella Comunità internazionale.  Non dimentichiamo, infatti, che per moltissimi anni è gravato su Tripoli il sospetto di fomentare in tutto il mondo gruppi rivoluzionari e terroristici. La Libia è stata, quindi, isolata e inserita in una speciale lista nera. Del resto anche i libici, secondo molti esperti, hanno diverse cose da farsi perdonare: basti solo ricordare l’abbattimento nel 1988 dell’Aereo Pan AM con quasi 300 persone morte a Lockerbie, il caso Ustica, il processo farsa alle infermiere bulgare o l’uccisione all’estero di non pochi oppositori libici.

Ebbene, in tutte le circostanze l’Italia ha sempre cercato di dare una mano alla Libia senza chiedere praticamente nulla in cambio. Per molti anni, su proposta del ministro Giulio Andreotti,  si è ventilata la possibilità di limitarsi a un risarcimento simbolico come la costruzione di un grande Ospedale italiano. Ma poi Prodi e, inseguito, Berlusconi, hanno preferito chiudere la faccenda con questo maxi risarcimento. Evidentemente avranno fatto bene i loro calcoli. Peccato che non hanno avvertito il bisogno di chiudere definitivamente anche la questione dei nostri risarcimenti. E, poi, consentimi di aggiungere una cosa.

Prego

Senza disconoscere le colpe del colonialismo, con alcune sue brutalità orrende e stupide, è bene ricordare che non tutto è stato negativo. E’ proprio nell’elencazione libica dei beni confiscati che abbiamo la prova della composizione prevalentemente artigianale e microimprenditoriale della nostra collettività e della straordinaria capacità agricola che ha donato alla Giamahirija 1.786.000 piante al posto della sabbia, 322 pozzi sudatamente trivellati nel deserto, nonché 153 cisterne. Per non parlare poi degli ospedali, chilometri di strade, scuole e numerose abitazioni.

Mi preme, inoltre, ricordare che gli italiani sono rimasti in Libia dopo la fine della guerra sulla base di un dettame dell’ONU che ha subordinato la concessione dell’indipendenza della Libia al rispetto dei diritti delle collettività straniere lì residenti. Questa decisione fu recepita nel Trattato italo-libico del 1956, rimasto valido fino alla violazione avvenuta con la confisca operata da Gheddafi. 

Come mai lei non è stata invitata all’incontro dei rimpatriati dalla Libia?

Diciamo, innanzitutto, che quell’incontro è stato interamente gestito dalla Libia, senza alcun intervento da parte delle autorità italiane, un fatto a dir poco inusuale. Comunque, qualche tempo prima ho ricevuto da Abdulhafed Gaddur, Ambasciatore libico in Italia, una telefonata in merito a questo incontro. Mi chiedeva di essere presente ma non in veste di Presidente dell’Associazione, ma come una qualsiasi. Ho accettato questo invito dimezzato anche per una questione di cortesia. Purtroppo non ho saputo più nulla. E nessuno da parte del Quirinale, della Presidenza del Consiglio, del nostro Ministero degli Affari Esteri ha potuto fare qualcosa proprio perché, come già detto, l’intero incontro è stato gestito dai libici.

Ma chi erano allora quei italiani che sono andati all’incontro?

Probabilmente italiani vicini all’Ambasciata libica e scelti ad personam. Ciò spiega anche le manifestazioni di giubilo espresse non appena arrivò il colonnello, con la solita ora e mezza di ritardo. E quando Gheddafi ha detto che grazie a lui nessuno di noi è stato mandato in un campo di concentramento tutti hanno applaudito fragorosamente. In realtà c’era già pronta una nave da guerra per impedire che fossimo vittime anche sul piano fisico. Non oso immaginare che anche in quella circostanza Roma avrebbe fatto finta di non vedere.
Queste stesse persone convenute all’incontro hanno poi applaudito il suggerimento di Gheddafi di costituire un partito in Italia finanziato dai libici. Che pena. Per loro, s’intende. Immagino che siano state colpite dalla Sindrome di Stoccolma. Se è poi vero che Gheddafi è dotato di un grande senso dell’umorismo sono sicura che nel corso di questo viaggio si sia fatto un sacco di risate. Del resto il materiale umano certamente non è mancato, a tutti i livelli.     

Parliamo ora dei risarcimenti. A quanto ammontano le vostre richieste?

L’associazione non ha mai chiesto l’indennizzo integrale che raggiungerebbe la cifra astronomica di quasi tre miliardi di euro. Applicando un modesto coefficiente di rivalutazione ci siamo sempre limitati a chiedere 350 milioni di euro. A seguito del recente trattato siamo finalmente riusciti, al momento della ratifica,  ad avere dal Parlamento 150 milioni ripartiti in tre anni, nonché il riconoscimento del diritto a un ulteriore indennizzo.  Quindi aspettiamo altri 200 milioni. Le pratiche sotto esame sono oltre 7 mila senza che la Libia ci dia una mano sul piano della documentazione. 
Vorrei, infine, ricordare che su nostra pressione nel 2004 Berlusconi è riuscito a strappare da Gheddafi almeno la concessione dei visti per gli italiani nati a Tripoli ai quali, fino a quella data, era stato impedito di tornare a visitare la Libia. . 

E’ vero che c’è stata anche la confisca dei diritti pensionistici.

Questa è un’altra storia che merita di essere raccontata. Al momento della confisca Gheddafi non ha risparmiato i contributi previdenziali che i lavoratori avevano versati all’INPS di Tripoli e che erano stati trasferiti nel 1957 all’Istituto libico INAS senza il consenso del lavoratori. Il recupero è stato possibile solo dopo un’estenuante battaglia della nostra associazione con emanazione di due leggi: la 181 del 1983 e la 166 del 1991. In pratica l’INPS ha riconosciuto su base gratuita i contributi versati e rimasti a Tripoli. Anche questi soldi sono stati in parole povere regalati alla Libia.

Presto, in occasione del G8, Gheddafi tornerà in Italia. Ritiene che ci saranno altre sorprese?

Probabilmente sì. Gheddafi in questo è bravissimo. Non mi sorprenderebbe più di tanto se lui arrivasse con un piano di aiuti per la popolazione dell’Aquila. A quel punto lo faranno Santo subito. 

Quali saranno le vostre ‘battaglie’ future?

Ripeto, ottenere i rimanenti 200 milioni di risarcimento e mantenere vivo il ricordo e la dignità degli italiani rimpatriati dalla Libia. Sia chiaro: noi siamo ben felici che si sia voltato pagina e che i due Paesi tornino ad essere amici. Noi amiamo la Libia e abbiamo un grande affetto per i libici. Capiamo anche che a un certo punto dovevamo essere sacrificati sull’altra degli interessi nazionali.
Tuttavia non possiamo accettare di dover pagare per intero delle colpe che come semplici cittadini  non sono certamente nostre. Ora la Libia ha deciso di abolire la festa del 7 ottobre, giorno della nostra cacciata nel 1970 e identificata come la Festa della vendetta. Ebbene noi continueremo a festeggiare questa data come la Giornata del ritorno. Sono proprio curiosa di vedere chi in Italia troveremo al nostro fianco.  Mi dispiace ma mi rimane difficile accettare che le pagine nere della nostra storia vengano semplicemente cancellate.   

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