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Il ruolo dello sguardo in “2001 Odissea nello spazio”

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L’influenza di “2001 Odissea nello spazio” nel cinema moderno è stata imponente. Uscito nelle sale nell’aprile del 68, fu accolto da un iniziale scetticismo e da numerose critiche.
Nel cinema classico lo spettatore era sommerso dal flusso di informazioni che recitavano un ruolo preponderante, relegando l’immagine ad un’appendice che fungeva da semplice supporto alla trama.
Kubrick esige, invece, un rapporto differente con il pubblico, la semplice lettura delle inquadrature cede il passo alla visione, allo sguardo.
Lo spazio-tempo perde il suo carattere consueto, dilatandosi enormemente ed il linguaggio audiovisivo assume un carattere coinvolgente.
Il regista non inventa nulla, ma recupera le sperimentazioni che resero grande il cinema d’avanguardia degli anni 20 e le reimpianta su una base moderna. Il ritorno alle origini sembra coniugare la voglia di futuro con il desiderio di scoprire qualcosa in più su noi stessi.
Il misterioso monolito nero provoca una reazione inaspettata nella scimmia: inventa la clava, che lanciata in aria, attraverso una celebre ellissi si trasforma in un’astronave. E’ un gesto di onnipotenza e di sfida nei confronti del cielo che segna un salto temporale dall’inizio, alla fine dell’evoluzione.
Lo sguardo in macchina,evitato nel cinema classico per il suo effetto straniante è qui usato con maestria. I primi piani fissi sul computer Hal sembrano rivolti a noi, il suo occhio rosso minaccia l’incolumità del nostro sguardo.
La maestosa inquadratura finale, con lo “star child” che guarda in macchina verso lo spettatore, ricorda la scena conclusiva del capolavoro di Ejzenstejn “Sciopero”, in cui il marinaio si rivolge al pubblico per affidargli il testimone della rivoluzione. Così il bambino astrale ci guarda, lasciandoci l’arduo compito di osservare il mondo con occhi diversi

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