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PROCESSO BREVE

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Il disegno di legge sul processo breve trae la sua ispirazione da un articolo della Costituzione (111) varato nella XIII legislatura (1996-2001) e già allora era stato, in una certa misura, un prezzo pagato a Forza Italia. Per farlo approvare in tempi brevi il Senatore Marcello Pera si incardinò temporaneamente presso la Commissione Affari Costituzionali.
    Sempre ai fini di accelerazione dell’iter parlamentare una materia che avrebbe dovuto essere affidata alla trattazione congiunta delle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali fu appunto affidata alla sola I Commissione.
    Niente scandalo per favore, la norma costituzionale non ha fatto altro che recepire la
    Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, sì proprio la stessa della decisione sul crocifisso!
    Si era fatto intendere che un accordo sul giusto processo avrebbe avuto come corrispettivo una diminuzione del filibustering, che al Senato, a causa del ristretto margine della maggioranza, teneva bloccati una serie di disegni di legge, tra cui quello sul conflitto di interessi.
Ovviamente la destra, ottenuto quel che voleva, non concesse nulla.
    I processi devono avere una ragionevole durata ed in Italia non ce l’hanno. Una tale situazione è intollerabile, perché di essa profittano soprattutto i colpevoli di reati.
    Per un colpevole più si allontana la condanna meglio è, c’è sempre una prescrizione, un indebito o un’amnistia dietro l’angolo.
    La durata dei processi è, invece, un incubo per gli innocenti e per le vittime.
    Una riforma va fatta, ma il disegno di legge del Governo è una “porcheria”, come l’ha liquidato Casini.
    Non si possono fare leggi, ispirate da principi generali ed astratti, per risolvere un caso concreto, cioè i problemi personali di Berlusconi.
    Se questa è la filosofia, dobbiamo aspettarci un prossimo intervento in materia di diritto di famiglia su separazioni e divorzi: una specie di salva Berlusconi da Veronica.
    Già la fissazione di un eguale periodo biennale per ogni grado di giudizio mostra il carattere strumentale della riforma.
    Chiunque abbia una minima pratica delle aule di giustizia sa che il processo necessariamente più lungo è quello di primo grado, quello caratterizzato dall’acquisizione delle prove testimoniali e dalle perizie. In appello il rinnovo del dibattimento costituisce un’eccezione.
In Cassazione il processo è esclusivamente cartaceo.
    Si può rimanere nei sei anni (sempre che ci siano il personale ed i mezzi tecnici necessari) ma modulati in tre anni per il primo grado, due per l’appello ed uno per la Cassazione.
    Per quest’ultimo grado si potrebbero introdurre dei filtri di ammissibilità: un gran numero di ricorsi sono fatti per fini dilatori.
    Infine in caso di condanna in secondo grado basterebbe introdurre un semplice meccanismo come quello francese.
    Se l’imputato che ricorre è a piede libero, il ricorso in Cassazione diventa improcedibile se non ci si consegna in custodia alla vigilia della decisione.
    Chi ha fatto un ricorso infondato e a puri fini dilatori, cercherà di organizzare la sua latitanza piuttosto che attendere in custodia giudiziale l’esito del processo.
    Altra questione è quella di evitare automatismo, cioè non prevedere tempi di sospensione legale della durata del processo.
    Se un tribunale accogliesse un’eccezione di una costituzionalità di una norma e la rimettesse alla Corte Costituzionale, il processo sarebbe ancora sospeso, come ora?
    Un processo dove siano rilevanti perizie tecniche complesse o rogatorie internazionali deve durare due anni come quello per una rapina registrata dalla videosorveglianza?
    La stessa durata per un processo con un solo imputato e per uno con decine o centinaia?
    Tutte queste obiezioni tecniche non interessano al Premier e all’on. Ghedini: il processo Mills deve durare due anni, tutto il resto non importa.
    Le ragioni politiche del disegno di legge sono poi rese evidenti dall’elenco dei reati esclusi, tra i quali spiccano quelli collegati all’immigrazione clandestina. Le pene massime per questo reato sono inferiori ai dieci anni di pene massime edittale, il criterio usato per l'inclusione.
Per salvare sé stesso il Premier doveva dare qualcosa alla demagogia della Lega Nord.
Già emergono profili di incostituzionalità sull’applicazione della norma sulla ragionevole durata ai soli incensurati.
    Se sono coimputati un incensurato e un recidivo, che si fa? Due processi?
    Il disegno di legge non avrà vita facile, se persino avvocati, come Gaetano Pecorella, e giuristi, come il presidente emerito della Consulta Baldassarre, da anni vicini a Berlusconi ed alla sua maggioranza, sparano a zero sul testo.
    La ragione vera è un’altra: pare che serva solo per due processi su tre. A lui serve un'immunità totale e essere posto al riparo dalle sentenze civili sul risarcimento all’ing. De Benedetti e sulle richieste patrimoniali di Veronica Lario.
    Cercherà una via di uscita politica con le elezioni anticipate per liquidare in un colpo i nemici interni prima ancora degli oppositori esterni.
    Inoltre si precostituisce il Parlamento che deve eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.. Allo stato l’opposizione non costituisce un problema, con il PD non ancora consolidato, un centro oscillante tra le leadership di Rutelli e Casini e una IdV, giustizialista e demagogica. La sinistra, in tutte le sue anime, è fuori dal Parlamento e sta facendo di tutto per non rientrarci, anzi rischia persino di stare fuori dalle assemblee regionali.
    Il terrorismo islamico, che si appresterebbe a dinamitare Berlusconi è probabilmente una bufala o il frutto dei deliri di persecuzione di Berlusconi e di insignificanti terroristi paranoici.
Un consiglio di lettura a Berlusconi: “Yo, il Supremo” di Augusto Roa Bastos, più ancora del “El otoño del patriarca” di Gabriel García Márquez.
    Il tramonto di un caudillo avrà molto da insegnare al nostro Silvio.
    Se leggere, come lavorare, stanca e si sente perseguitato, può sempre rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo o trovare conforto nella contemplazione del crocifisso.


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P.S. su Ciampi e Napolitano - Non par corrispondere alla verità storica contrapporre, come fa Balmelli (v. ADL del 25.11.09), Ciampi a Napolitano, quasi  che il primo fosse un intransigente ed il secondo un accomodante.
    Durante il settennato di Ciampi ci sono state ben sedici leggi ad personam,  alcune rispondenti direttamente ai problemi processuali di Berlusconi (per es. falso in bilancio), altre ai suoi interessi imprenditoriali, come la Gasparri. L'allora Presidente Ciampi ne ha contrastate solo due, tra cui la Gasparri sul riordino del sistema radio-televisivo.

    Grazie a un intenso lavorio preparatorio Ciampi era stato eletto alla quasi unanimità, mentre il mandato di Napolitano si fonda sul consenso del solo centro-sinistra. 

    Ora, io non sostengo che le quattordici leggi berlusconiane approvate da Ciampi senza colpo ferire, siano state il prezzo pagato a Berlusconi. Allo stesso modo auspico che non si pensi che lo stile inglese di Napolitano sia un prezzo pagato a una sua legittimazione ex-post.

    L'opposizione a Berlusconi si fa con programmi alternativi, mettendo così in crisi il suo blocco sociale di sostegno e non facendo la gara a chi faccia la faccia più feroce. . .(ADL)

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