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Quel populismo che si alimenta di paura

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Usa: il repubblicano Scott Brown vince il seggio del Massachusetts a colpi di spot. Obama: "La responsabilità è anche mia ma le riforme devono andare avanti".
 
Anniversario amaro per Barack Obama. Non era così che si aspettava di festeggiare il suo primo anno alla Casa Bianca, eppure ieri il presidente Usa ha dovuto fare i conti con la perdita del Massachusetts, storica roccaforte dei Kennedy. Il seggio lasciato vacante dalla morte del senatore Ted Kennedy, avvenuta nell’agosto 2009, è andato al repubblicano Scott Brown, vincente sulla candidata democratica Marta Coackley.

Mentre i repubblicani cantano vittoria e etichettano il voto di ieri come il referendum sulla nuova presidenza, a Washington c’è chi prende coscienza del risultato delle urne. È una prassi insolita per un politico quella alla quale Barack Obama ha abituato non solo l’America, ma il mondo intero, eppure il leader statunitense non vi si sottrae neanche questa volta: “E’ stata anche colpa mia” ammette con rammarico. L’elettorato ha dato un segnale chiaro: ha paura. Paura per una crisi economica che continua a svuotare le tasche delle famiglie, paura per il ritorno di un fantasma, quello del terrorismo, mai scacciato davvero. Ma soprattutto paura per l’evidente impossibilità di risolvere tutto in tempi brevi. Impossibile che un contesto così non decretasse la vittoria di un conservatore puro, il neo senatore Scott Brown, uno che, a dispetto della strenua campagna pro diritti umani portata avanti dalla nuova amministrazione, non ha mai nascosto la sua simpatia per la tortura (in particolare il waterboarding). Uno che nelle piazze cittadina arrivava al grido di “non vogliamo la riforma sanitaria, costa troppo”. Uno che, non fosse per l’aspetto da macho bello e brizzolato, ricorda nelle idee la catastrofica era Bush, la stessa che gli americani avevano deciso di archiviare il 4 novembre 2008.

Ora lo staff democratico dovrà riflettere non su cosa gli elettori non hanno capito, ma su cosa la politica non è riuscita a comunicare, ciononostante il tempo per fermarsi non ci sarà. Non ci dovrà essere. Le battaglie ormai simbolo della nuova White House rimangono la priorità, a partire dalla riforma sanitaria, approvata da Camera e Senato in due diverse versioni e perciò prossima ad un operazione di armonizzazione. I conservatori, forti della vittoria di Brown, di sicuro tenteranno di forzare la mano, imponendo una versione meno ambiziosa e meno dispendiosa della riforma. A questo punto a Obama toccherà giocare su due fronte: da una parte punterà a tenere aperto il dialogo con l’opposizione, cedendo sui dettagli che i conservatori “non possono essere obbligati ad accettare”. Sotto un altro punto di vista è ovvio che ai democratici toccherà tenere ferma la barra sui punti vitali della riforma, uno su tutti il divieto per le assicurazioni di rifiutare la polizza a chi sia già stato interessato da patologie. È la speaker democratica della camera Nancy Pelosi a promettere: “Avremo una riforma perché non abbiamo un rapporto con questa legge, ma un impegno totale”. All’ipotesi dell’armonizzazione, potrebbe però sostituirsi un’approvazione in extremis alla Camera del testo uscito dal Senato, ipotesi meno rischiosa e tutta appannaggio della riforma concepita da Obama.

Iv.Gia


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