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Congo

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On. J. Leonard Touadi ed altri (Pd)
 
 
 

La Camera,
premesso che:
è dal 1994 che la Repubblica democratica del Congo vive in uno stato d'emergenza e di guerra, dapprima con l'arrivo di oltre due milioni di profughi rwandesi, poi con la cosiddetta guerra di liberazione dal regime di Mobutu (guidata da Laurent-Desiré Kabila, ma in realtà diretta con la regia di Rwanda, Uganda, Burundi e dai loro alleati), fino ad arrivare al secondo conflitto congolese esploso dieci anni fa, nell'agosto del 1998, ben più violento ed attuale, che è costato la vita a milioni di persone e continua ad essere la causa, diretta o indiretta, della morte di addirittura 45.000 persone ogni mese;
la situazione sta drammaticamente precipitando, in particolare nel sud del Kivu, una delle 11 regioni del Paese, dove si contano circa due milioni di sfollati e una lunga e dolorosa serie di massacri, stupri, incendi di villaggi, sequestri, furti e saccheggi, di cui la popolazione civile del Kivu è vittima. La popolazione è presa in ostaggio e vengono perseguitate, soprattutto, le forze vive della società, come le comunità religiose, le associazioni civili che si battono per la pace, le organizzazioni di donne, i giornalisti, i sindacalisti e gli operatori sociali. Il Kivu è abbandonato ai predatori e la situazione sembra volgere verso una progressiva occupazione e annessione di fatto da parte dei Paesi vicini;
nei soli primi sei mesi del 2009 sono stati denunciati dall'Onu ben 5.387 casi di violenza contro donne e bambini, il 90 per cento dei quali imputabili ai gruppi armati regolari e irregolari. Anche l'associazione internazionale in difesa dei diritti umani Watch international, nel mese di agosto 2009, ha denunciato la drammatica emergenza umanitaria nella Repubblica democratica del Congo e ha anticipato alcuni fatti gravissimi contenuti nel rapporto del gruppo di esperti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del novembre 2009, che, demolendo il perdurante muro di omertà sulle responsabilità della guerra in corso da anni, ha denunciato anche il palese fallimento delle operazioni militari dei caschi blu dell'Onu nel Nord e Sud Kivu;
il recente rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite richiama, infatti, numerose responsabilità, tra le quali è segnalata quella dell'Uganda, per lo sfruttamento delle risorse minerarie, quella del Randa, in quanto principale punto di transito dei minerali saccheggiati nella Repubblica democratica del Congo dai gruppi ribelli (FdlR, Cndp e altri, coinvolti in reti criminali per la commercializzazione dei minerali in cambio di armi), quella della Cina, per il suo ruolo ambiguo volto a finanziare alcuni gruppi ribelli che controllano le miniere di coltan, oro e diamanti, nonché di alcune organizzazioni non governative, per aver abbandonato la loro attività umanitaria per finanziare sanguinari ribelli rwandesi hutu, che combattono contro il Governo legittimo congolese. Inoltre, tale rapporto segnala responsabilità ancora più preoccupanti, come quella degli stessi caschi blu dell'Onu per non essere riusciti a mantenere la pace nella regione e per l'accertata esistenza di taluni casi di collusione con i ribelli armati irregolari. Il testo getta, dunque, un'ulteriore ombra sulla Monuc (United Nations mission in democratic Republic of Congo), la più grande missione di pace della comunità internazionale, che, nonostante disponga di 20 mila soldati presenti operanti nel Nord e nel Sud Kivu e richieda enormi costi (un miliardo di dollari l'anno), non ha prodotto fino ad oggi i risultati sperati, ossia la risoluzione della crisi del Paese e della regione dei Grandi Laghi;
l'esercito congolese, dal suo canto, non dispone di risorse umane, tecniche e finanziarie sufficienti per assolvere ai propri compiti, è mal pagato e costituito da un insieme di forze molto diverse tra loro

e ha visto arruolare frettolosamente fra le sue fila anche forze destabilizzatrici e violente, come quelle del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) di Laurent Nkunda (nei confronti del quale il Governo congolese ha chiesto al Rwanda l'estradizione), con il rischio, dunque, di incrementare un'insicurezza permanente;
il deterioramento della situazione umanitaria e del numero crescente di sfollati nel Paese è stato denunciato anche dall'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. In occasione dell'apertura del quattordicesimo vertice dell'Unione africana, svoltosi il 2 febbraio 2010 ad Addis Abeba, Ban Ki Moon ha annunciato di voler aumentare il proprio impegno per mettere fine alle violenze, in particolare agli stupri di massa perpetrati contro donne e bambini, dichiarando, inoltre, l'intenzione di battersi affinché le violenze sessuali siano riconosciute e punite come crimine contro le leggi internazionali e crimini di guerra, e dunque suscettibili di essere deferiti alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità;
il disastro umanitario che si sta consumando in Congo riguarda l'Italia molto da vicino, non solo perché in quel Paese ci sono decine di cooperatori, missionari e volontari italiani, che hanno scelto un difficile e coraggioso impegno civile, ma soprattutto perché da quella realtà devastata dai conflitti si generano i flussi migratori della disperazione, tanto temuti nel nostro Paese. Senza un impegno per contribuire alla pacificazione di quella regione, nessuna frontiera potrà reggere all'urto di tale disperazione. Inoltre, l'Africa è il continente che custodisce enormi riserve di materie prime, di cui il mondo ricco ha sempre più bisogno e la questione del controllo di tali risorse è all'origine dell'acuirsi delle guerre;
la guerra che si combatte da anni in Congo origina, infatti, dalla lotta per il controllo degli importanti minerali di cui è ricco il Paese (cassiterite, coltan, oro, wolfram, petrolio, gas e metano), in particolare per l'accaparramento del coltan, un componente base indispensabile alla costruzione di oggetti tecnologici quotidiani, come cellulari, personal computer, videocamere;
il problema dello sfruttamento illegale e dell'esportazione fraudolenta dei minerali della Repubblica democratica del Congo - parte dei quali finiscono in molti Paesi, come quelli dell'Europa, il Canada, gli Stati Uniti e l'Asia - è uno dei fattori che alimentano i conflitti nella regione dei Grandi Laghi africani e ciò sollecita la comunità internazionale ad intervenire con strumenti differenziati e innovativi. Significative in tal senso sono le proposte che si stanno avanzando negli Stati Uniti e in Europa con l'intento di dotare la comunità internazionale di un sistema di tracciabilità dei minerali estratti, al fine di contrastare i traffici minerari illegali che coinvolgono una vasta rete di complicità, interne e internazionali, e che stanno fomentando una disastrosa guerra nel Paese;
la profonda crisi che da circa un decennio caratterizza la regione dei Grandi Laghi africani, coinvolgendo ben sette nazioni africane, sta mettendo in serio pericolo un importante ecosistema, tale da rappresentare il cosiddetto secondo polmone del mondo, dopo la foresta amazzonica. Ciò richiama l'urgente necessità di rimettere l'ambiente al centro dello sviluppo economico della regione, come priorità di azione per tutto il continente africano,

impegna il Governo:

ad assumere ogni utile iniziativa, d'intesa con i partner europei nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con l'Unione africana, per sollecitare un rafforzamento dell'azione e delle capacità operative della missione Monuc, per giungere ad una necessaria e urgente ridefinizione del suo mandato e delle sue priorità, al fine di consentire un intervento di protezione effettivo della popolazione civile minacciata da gruppi armati;

ad attivarsi per avanzare in sede europea la proposta di costituire una missione specifica, umanitaria e di soccorso, analogamente a quanto è avvenuto per i profughi del Darfur;
a farsi promotore di un'azione sul piano politico e diplomatico che favorisca il dialogo tra tutti i Governi della regione dei Grandi Laghi africani, in grado di esercitare una pressione che incoraggi non solo una soluzione negoziale di riconciliazione e di pace, ma anche la promozione di una cooperazione economica nella regione, capace di accogliere le attese e gli sforzi compiuti dalla Conferenza internazionale nella regione dei Grandi Laghi di Dar es Salaam, svoltasi nel 2004 in Tanzania, per la pace, la sicurezza, la governabilità, la democrazia, lo sviluppo economico, l'integrazione regionale;
ad assumere iniziative volte ad aumentare i finanziamenti, nazionali ed europei, destinati agli aiuti umanitari per le regioni orientali della Repubblica democratica del Congo, dando la priorità ad aiuti, donazioni o progetti di cooperazione internazionale, in favore delle associazioni delle donne congolesi impegnate nella tutela dei diritti della parità di genere e nella costruzione di una commissione per la verità e la riconciliazione sui crimini a sfondo sessuale, nonché per il recupero degli ex bambini soldato;
ad aderire e a sostenere concretamente l'appello lanciato il 30 novembre 2009 dall'Onu e da 380 organizzazioni non governative, che sollecita tutti gli Stati membri della stessa Onu a fare la loro parte al fine di raccogliere 7,1 miliardi di dollari da destinare alle azioni umanitarie nel 2010;
ad attivarsi in sede europea per sostenere e rendere operativa la proposta, sollecitata anche dal Parlamento europeo, in favore di una regolamentazione comunitaria per la tracciabilità dei minerali naturali provenienti dalla Repubblica democratica del Congo, comprendente una disciplina del mercato del coltan, analogamente a quanto avviene per i diamanti con il vigente protocollo di Kimberley.

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