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La Chiesa e il Monastero delle benedettine di Massafra

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In occasione della Festa Patronale “Madonna della Scala 2010”, il Comitato della stessa festa e l’Archeogruppo “Espedito Jacovelli”, hanno stampato in collaborazione (in edizione fuori commercio, presso la Tipografia Piccolo di Cristiano),  una pubblicazione di 64 pagina con inserito, al centro, lo studio di Espedito Jacovelli “La Chiesa e il Monastero delle benedettine di Massafra” (pag. 46), tratto da “Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli” (Galatina 1976).
Un ringraziamento è rivolto, per averne consentito la ristampa, alla famiglia Jacovelli e, inoltre, per foto e scansione digitale delle immagini, a Umberto Ricci, socio dell’Archeogruppo “E. Jacovelli”.
Il disegno della facciata di San Benedetto, di ignoto autore francese, è tratti da “Puglia e Basilicata tra Medioevo ed Età Moderna”, Congedo editore, Galatina 1988.
Una bella ristampa anastatica a cura di Giulio Mastrangelo (ispettore onorario alla Soprintendenza Archeologica), con introduzione dello studioso e archeologo Roberto Caprara.
“Si ripubblica uno studio di Espedito Jacovelli sulla chiesa e il monastero di San Benedetto (precisa lo studioso), uscito ormai molti anni or sono nella miscellanea di studi in onore del giudice costituzionale martinese Giuseppe Chiarelli”.
Un’introduzione che riportiamo qui di seguito con piacere in quanto mette particolarmente in rilievo l’araldica civica e il problema della proprietà del complesso di San Benedetto.
“Nella immobilità dei tempi dell’agire che caratterizza i nostri giorni, assordati da strepitosi annunzi di progetti che mai vedono la luce, nulla vi sarebbe da osservare o da aggiungere a quanto l’Autore scrisse oltre trent’anni fa, perché non vi sono stati interventi – pur indispensabili ed auspicati – per la conservazione dell’insigne complesso sei-settecentesco, se non alcune imprecisazioni sull’aspetto proprietario e sulle responsabilità conseguenti, che abbiamo acclarato solo pochi anni or sono, durante una nostra accurata ricognizione dello stato di degrado dei luoghi ed un rilievo fotografico di tutti i particolari operato con la preziosa collaborazione di Umberto Ricci. E’ noto che la mancanza di interventi di restauro in San Benedetto è dovuta principalmente al fatto che non si hanno documenti che ne indichino in maniera non controvertibile la proprietà (n.b. - lo stesso prof. Caprara l’aveva indicata in una conferenza del 2004 senza ombra di dubbio comunale)  anche a causa della distruzione degli archivi comunali, avvenuta, come è noto, nel 1884, a seguito a moti di ribellismo popolare che ancora non sono stati oggetto di autentica ed obiettiva ricostruzione storica.
Ma, laddove mancano i documenti scritti, sono i monumenti che parlano, per chi li sappia interrogare, e la chiesa di San Benedetto dichiara apertamente di essere di proprietà comunale, perché sul pavimento del presbiterio – nel luogo, quindi, più sacro – ha, in opus sectile di marmi colorati, l’autentico stemma antico di Massafra, vale a dire lo scudo di nero (o, meno probabilmente, d’azzurro) al castello a tre torri di rosso accompagnato dal leone d’oro armato e linguato probabilmente di rosso.
Preferiamo interpretare il campo dello scudo come di colore nero, anziché azzurro (continua lo studioso Caprara), perché secondo le norme antiche dell’araldica (tuttavia molto spesso contraddette soprattutto nell’araldica moderna) non si sovrapponeva mai colore a colore o metallo a metallo, mente il nero poteva di  volta in volta assolvere la funzione di colore o di metallo.
Il Castello con tre torri, simbolo di città dotata di cinta muraria (come Castellaneta, o Ginosa o moltissime alte città), fu probabilmente aggiunto in età aragonese al più antico Leone d’oro, orgoglioso simbolo di coraggio, potenza e di libertà civica (come Tortona, che lo assunse fra XII e XIII secolo, quand’era libero Comune, o Vimercate ed altre città). La storia di quest’arma araldica della Municipalità di Massafra, è ricca di continui fraintendimenti e semplificazioni.
Già prima di essere declassata, in età fascista, nella seconda metà degli anni Trenta del Novecento, ad una semplice e anonima torre merlata “al naturale”, da una Commissione araldica burocratica e annoiata che non ebbe in loco interlocutori validi e aveva come preoccupazione preminente la servile attività di dotare gli stemmi civici di un capo di porpora al fascio littorio d’argento, era stato ridotto alla semplice cinta muraria con tre minuscole torri, nello stemma scolpito sul palazzo comunale nel 1841 e, prima ancora, non nel sigillo comunale impresso su atti del 1809 e 1811, dove le tre torri sono ancora ben sviluppate, ma nella carta intestata, dove un mediocrissimo incisore le ha ridotte così minuscole da poter essere interpretata come templi merli. Il leone era stato espunto perché si riteneva che, nella rappresentazione scolpita su un capitello dell’antica Chiesa Madre, e datato 1533, fosse l’arma dei Pappacoda. Che così non fosse è dimostrato proprio dallo stemma civico riprodotto nel presbiterio nella chiesa di San Benedetto, negli ultimi anni del Settecento, quando Massafra era da tempo feudo degli Imperiali di Francavilla, che certo non avrebbero permesso di riprodurre le insegne araldiche di feudatari scomparsi o dimenticati, ma, al contrario, ci avrebbero messe le loro. Ma come per la storia, anche per l’araldica Massafra ha dovuto contare, sino a pochi anni fa, sempre e soltanto su mediocri dilettanti. I professionisti han preferito dedicarsi ad altri argomenti, ritenendo Massafra assai povera cosa per le loro carriere.
Fra l’altro, nel bassorilievo della Chiesa Madre, risalente al tempo della profonda trasformazione dell’antico monumento romanico-gotico nelle forse giunte a noi, chi abbia capacità di attenta osservazione può scorgere che il leone “non mangia la coda”, come quello della famiglia fedudale che allora possedeva Massafra, ma è un leone armato (cioè fornito di artigli) e linguata (cioè con la lingua fuori dalle fauci) che ha la coda rovesciata sul capo, come talora si vede in molte armi dell’epoca, ad esempio quella degli Orsini di Pitigliano.
Per la storia dell’araldica comunale, occorre ricordare che, negli ultimi Cinquanta del Novecento, la Pro Loco, allora guidata da Espedito Jacovelli e molto attiva in iniziative culturali di ogni genere (Il Settembre Massafrese di cui (dice ilo prof. Capra) chi scrive era presidente e principale organizzatore, ad esempio, che non era solo il Palio, ma anche la nostra pittura “Lucerna d’Argento” che vide a Massafra artisti di levatura internazionale, conferenze di alto livello, spettacoli teatrali e manifestazioni musicali) donò al Comune il Gonfalone, sul quale audacemente e senza chiedere pareri o autorizzazioni a nessuno, facemmo ricamare uno stemma ripreso da quello del 1481, scolpito sul portone d’ingresso del Palazzo di Città, col castello e le tre piccole torri, che l’Amministrazione comunale usa oggi, talora, sui manifesti. Memoria storica a parte, lo stemma che è sul presbiterio della chiesa di San Benedetto, dimostrando chiaramente che quella chiesa è proprietà comunale, impone all’Amministrazione due doveri:
- primo, attivarsi per reperire i fondi necessari ad un urgente e radicale restauro di un bene che è suo, ed appartiene, quindi, a tutti i cittadini:
-secondo, porre in atto le iniziative necessario perché il Comune  torni ad usare legittimamente il suo antico ed austero stemma. Castello turrito di rosso e Leone rampante d’oro.
Per quest’ultima iniziativa (conclude il prof. Caprara), siamo a disposizione per fornire tutta la nostra collaborazione e la nostra competenza. A titolo gratuito, ovviamente”.
Quest’opera con la prefazione del prof. Roberto Caprara, si deve, come abbiamo detto, non solo al Comitato Festa, ma all’attivissimo Archeogruppo “E. Jacovelli”, Centro di ricerche e studi storici, artistici, archeologici ed ambientali nato spontaneamente nel 1987 e che ha lo scopo di: ricercare, studiare, divulgare, salvaguardare e valorizzare i beni culturali, naturalistici, storici ed artistici della Città di Massafra e del suo intero territorio; collaborare con i Ministeri della Pubblica Istruzione, dei Beni culturali e ambientali e con i loro organi periferici, in particolare con le Soprintendenze, con l'Ente Regione e con altri Enti, gruppi e associazioni politiche, sindacali e culturali per il migliore conseguimento dei fini indicati sotto la lettera a) che precede; collaborare attivamente con l'Amministrazione Comunale per la gestione del Centro di Raccolta del materiale storico, artistico e archeologico e per la costituzione del Museo Civico; divulgare le proprie attività mediante pubbliche manifestazioni a mezzo della stampa e degli altri mezzi di comunicazione e con pubblicazioni saltuarie e periodiche. Attualmente presidente  dell’Archeogruppo è Antonio Caprara (i precedenti presidenti, nel tempo sono per circa una ventina d’anni ciascuno, Giulio Mastrangelo e Attilio Caprara). Gli altri componenti del direttivo sono: Maria Renzelo (vice presidente), Umberto Ricci (segretario). Consiglieri: Gabriella Mastrangelo, Angelo Notaristefano, Luigi Salvi, Francesca Scarano.

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