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Nicola Andreace parla per immagini

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Grande successo della sua “Rassegna antologia d’arte visiva Segni antropologici”

 Nei giorni scorsi s’è inaugurata a Massafra (Ta) una manifestazione d’alto significato culturale, storico, politico ed economico-sociale di cui si continua favorevolmente a parlare. Molto apprezzata è stata, infatti, l’iniziativa del Lions Club Massafra-Mottola “Le Cripte” e della Scuola Media Statale “Niccolò Andria” (patrocinio del Comune; collaborazione della Consulta delle Associazioni e della Galleria “Segmenti d’Arte”) di aver promosso ed organizzato la rassegna antologica d’arte visiva dell’illustre concittadino Nicola Andreace, che dal 1950 realizza opere di scultura e di strutture architettoniche e dal 1965 sperimenta con successo nuove tecniche espressive nel campo della grafica (manifesti d’arte, pubblicazioni, annulli e messaggi filatelici, ecc.; nella foto la sua opera su tela “Segni. Spirale di Emozioni”, 1998).
“Segni antropologici” è il titolo della mostra, che ha anticipato di alcuni giorni le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, cui due giorni prima (il 5 maggio), il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva dato ufficialmente il via dallo scoglio di Quarto, da cui partirono nel 1860 i Mille di Garibaldi. Una mostra che si è ricollegata a quella organizzata stessa scuola, pur in una struttura diversa, nel 1961 per il Centenario dell’Unità d’Italia. Ed anche allora con opere di Andreace, tra cui un pannello decorativo in terracotta (una formella con un particolare del pannello, una fontana architettonica in pietra e marmo), riportato in tale occasione sul manifesto realizzato dallo stesso artista. In mostra, un'accurata selezione di opere (si possono entro maggio) che registrano l’itinerario dell'attività artistica di Andreace dal 1957 al 2010 nelle sue quattro fasi e i segni di un lacerante cambiamento del territorio, che vede la trasformazione della “Civiltà Contadina”, con il suo centro storico ricco di vicinanze e case imbiancate  di calce e con i suoi uomini dallo sguardo fiero e dalle mani callose, ma laboriose, a “Società tecnologica” con i suoi operai, divenuti ingranaggi della macchina e numeri di un ambiente crudele e cinico nella sua attività. Convinto che dal pensiero dell’arte si possa ripartire per rinnovare davvero il quotidiano di ciascuno, supera il pessimismo dell’ individualismo esasperato dilagante degli uomini privi di passione sociale e d’idee innovative per suggerire, nella fase dell’”Umanesimo Tecnologico”, solidarietà e cooperazione nell’utilizzo delle nuove tecnologie per migliorare la vita dell’intera collettività. Le sue composizioni, che ora hanno un’impaginazione più moderna, con una strutturazione più complessa, creata attraverso sovrapposizioni di spazi e oggetti, ci inducono a riflettere sul continuo rimando tra la vita quotidiana e l'opera d'arte, tra l'uomo e la sua relazione con lo spazio e gli oggetti, trattengono il fascino evocativo di un incontro tra la storia del territorio ionico e l’abilità di saperlo raffigurare con “segni” capaci di tramandare la vita oltre il tempo presente.
Gli elementi architettonici magno-greco-bizantini, o gli scorci di Massafra antica, avanzano in primo piano o rimangono sullo sfondo, creando prospettive, punti di fuga, prosceni ad immagini di notevole intensità espressiva, ad oggetti della quotidianità, che, con la forza visiva del reale vissuto, comunicano  sensazioni profonde. Dal 2006, con il Post Human, Andreace assembla stralci di suoi manifesti storici culturali con  immagini ricomposte da prospettive diverse, oppure da angolazioni simili, ma ricollocate in un altro intorno. Esse con i corpi e volti di donne, uomini, giovani, bambini, anziani, sottratti al tempo, simboli  della vicenda umana in tutte le fasi della vita, si concretizzano nell’infinito del segno, documentano eventi istituzionali e popolari. e, affidando la memoria al futuro e trasformando “la cronaca in storia e le tradizioni ed il folklore in arte e cultura”, suggeriscono che, finché esisterà l'uomo con la sua umanità, l’Arte non morirà mai.
Orgogliosa di accogliere ed esporre nei suoi spazi l’opera artistica di Nicola Andreace, si è detta, a nome della scuola “Andria” di cui è dirigente, la prof.ssa Patrizia Capobianco che ha sottolineato ai presenti che la scuola è proprio il luogo privilegiato per favorire l’innalzamento della qualità culturale di un territorio con i processi, fenomeni, linguaggi, culture, storie, testimonianze. Ed ha detto pure che, a suo parere, il significato più pregnante dell'arte di Nicola Andreace, è quello di cogliere il senso dei tempi, amandoli o da essi prendendo le distanze, comunque vivendoli intensamente, riuscendo  attraverso il segno e il colore, a fissarne peculiarità e premonizioni e a dare vita a uomini e a donne senza storia, ma che la Storia l'hanno fatta.
Ed è ben vero che, con il suo percorso artistico, Andreace ha avviato tutti anche alla riflessione critica su ciò che l’unificazione nazionale ha rappresentato per la qualità di vita, per le prospettive di sviluppo, per l’evoluzione sociale delle comunità.
Il sindaco dott. Martino Tamburrano, nel ricordare le parole impresse sul portale del Palazzo della Secessione di Vienna “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” ha messo in evidenza come l’artista massafrese, che fissa il tempo con le sue opere, sia sempre riuscito attraverso le sue opere, a contestualizzare storia, sensazioni, impulsi, emotività, condivisione, socialità. Ricordando anche come l’unità di pensiero dell’artista si incastoni nelle celei 150 anni italiani, così sudati e cos’ colmi di arte e di libertà. Modi e ritmi  dell’itinerario artistico di Andreace che invitato (come ha sottolineato, fra l’altro, il dott. Alfengo Carducci, già Provveditore agli Studi di Taranto, coordinatore della serata) alla riflessione storica, al respiro rigenerativo del sentimento nazionale, che portano al confronto critico sull’ultimo cinquantennio di storia italiana per verificare la “perdurante attualità della dimensione unitaria del Paese” messa in discussione e dalla destrutturante conflittualità tra i supremi poteri dello Stato e dalla “padana” predicazione di teorie federaliste “non solidali” socialmente e territorialmente disgreganti.
E prima di lui anche il prof. Luigi Convertino, già dirigente scolastico ed attualmente presidente del Lions Club Massafra-Mottola “Le Cripte”) ha messo in evidenza come l’allestimento di questa nuova mostra sia un contributo a riflettere, attraverso gli stimoli dell’arte dell’artista, su un momento importante della nostra storia nazionale. “Le sue composizioni (ha detto, fra l’altro), costituiscono un documento originale e a tratti unico di eventi popolari ed istituzionali che non vanno interpretati con le categorie dell’occasionalità, ma vanno inseriti in un processo in cui la cronaca tende a diventare storia, mentre le tradizioni e il folklore diventano arte e cultura”.
Hanno quindi fatto seguito le splendide relazioni dei critici prof. Alberto Altamnura e prof. Vincenzo Monaco (ambedue dirigenti scolatici, il primo dell’ITIS “Amaldi” di Massafra e il secondo del Liceo “Tito Livio” di Martina Franca).
Con lucidità scientifica e con grande capacità pedagogica, il prof. Altamura ha definito i caratteri fondamentali dell’arte di Nicola Andreace. Soprattutto ha delineato, in particolare, la sua personalità vulcanica e il suo ruolo significativo all’interno della società, precisando, comunque, come sia difficile, ripercorrere e sintetizzare il cammino artistico di Nicola Andreace, che nel corso di oltre cinquant’anni di attività è passato attraverso varie fasi e vari cicli. A suo avviso, un dato che accomuna le varie fasi della produzione artistica di Nicola Andreace, è la continua ricerca di “senso”, che, per l’artista, vuol dire occuparsi di un luogo specifico, del proprio territorio,  narrarne la storia e memoria, recuperando i valori che la gente ad essi attribuisce, entrando in contatto con chi quel luogo lo vive, in modo indiretto o diretto, agendo sui significati e/o sulla relazione con la comunità che lo abita. “Senso”, quindi (come ha ancora detto il prof. Altamura) della vita, dell’arte, della tradizione, della bellezza e della verità.
Il prof. Altamura ha ancora messo in evidenza, il connubio tra grafica e pittura nell’ultima produzione dell’artista e, cioè, la felice sintesi tra capacità tecniche ed invenzione fantastica, tra modernità e ancoraggio alle radici culturali, tra difesa del territorio ed apertura ai grandi spazi del cosmo… “Con il cromatismo, che potenzia la comunicazione sensoriale e concettuale (ha detto infatti), Andreace dà alle sue composizioni un vivace dinamismo”. Risultato? Un’arte viva, composita, polisemica, che si affida alle novità più rilevanti delle avanguardie e si presta a letture variegate, ma che non tradisce mai il rapporto con il suo territorio, colto in prospettive “quotidiane”, che, rivelando una bellezza nascosta e un'energia inarrestabile, celebrano l'elemento umano colto nella sua capacità di trovare anche nella solitudine momenti, che lo risollevano da ogni miseria e dall’estremo indebolimento, in cui la modernità lo ha costretto e spesso mortificato.
Il prof. Enzo Monaco ha tratto alcune considerazioni sul “misterioso” rapporto tra l’arte in continua evoluzione di Andreace ed il problema della vita,  del nostro stato unitario e della sua storia. E questo nel fervore delle iniziative che si vanno realizzando, o annunciando, per celebrare il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, mentre sembra avvertirsi un diffuso bisogno di capire il senso, la direzione, gli esiti, le prospettive della storia fin qui percorsa dal Paese. Uno degli interrogativi che oggi si pone è  quello del ruolo del Sud, del suo destino all’interno dello Stato unitario e costituzionale. E Nicola Andreace, ha detto il prof. Monaco, è fra le voci più adatte a formulare una domanda di tal genere. Egli, figlio autentico di questa terra, ne ha avidamente assorbito gli umori, ne ha profondamente penetrato l’anima, se n’è fatto ora commosso cantore ora lucido osservatore, fino a consacrare il suo genio creativo e a fare della sua arte un dialogo empatico, intenso e permanente, con le radici stesse di quella cultura, tanto remota e mitica quanto attuale e concreta. E Andreace si mette ad ascoltarla, questa sua terra, nei racconti di antiche leggende e di lunghe vicende umane, narrate nei volti scolpiti dalla sofferenza contadina; negli occhi assorti e talora offuscati dal peso di un fato coraggiosamente accettato; nella corposità di fronti scottate dal sole e di braccia allenate a contendere vita e sussistenza ad un ambiente generoso e avaro, abbagliante e misterioso, amico e nemico; nell’erotismo primigenio e aggressivo di femminilità geomorfe e baccanti; nei volumi prepotenti e scanditi di paesaggi urbani strappati alle capricciose asperità della natura e poi con esse magicamente riconciliati  e fusi; nella fisica densità dei colori e nel mutuo colloquio che talora li contrappone violentemente, talaltra preferisce sfumarli e reciprocamente contaminarli. È questo l’Andreace  del suo esordio (precisa ancora il prof, Monaco), quello che si guarda intorno e scopre nel mondo che lo ha creato e allevato i medesimi segni che gli riposano dentro e che lo giustificano come uomo e come artista. Tuttavia Nicola non sa e non può fermarsi alla pura contemplazione, alla sia pur commossa rappresentazione. Lui vuole capire ragioni, nessi, causalità. L’uomo del Sud, insomma, è diventato per lui l’Uomo, le cui varianti etniche e le cui latitudini non ne modificano la fatica del vivere, la cognizione del dolore, il cimento con lo spazio e col tempo della propria esperienza esistenziale.
“Il suo interesse, allora (precisa il critico), diventa dichiaratamente antropologico; il suo approccio diventa etico; la sua arte si piega alle penetranti esigenze della ragione, e si fa strumento d’analisi, attinge orizzonti più vasti, assapora il fascino rarefatto dell’astrazione, approda alla potenza intuitiva del simbolo”. Il mondo da cui è partita la riflessione dell’artista è nel frattempo cambiato sotto i suoi occhi, il progresso tecnologico è sopraggiunto a deformarne l’ordito, a postulare nuovi rapporti e a imporre nuovi equilibri fra uomo e uomo, fra uomo e ambiente, fra uomo e cultura. La paura è quella, tuttora incombente, dell’alienazione, della mercificazione, dell’inaridimento: tema vitale e decisivo per un artista che,come lui, vive nel suo tempo e per il suo tempo, attingendo copiosamente alle fonti della storia sua e della sua gente e così disponendosi generosamente a parlare al suo futuro. Nicola Andreace, insomma, non si richiude nella nicchia di confortanti nostalgie, non accetta la sterile “laudationem temporis acti” (come ironizzava Orazio satiro), ma risfodera la sua tempra di combattente, riscopre il suo ruolo di protagonista critico, riassegna alla sua arte il valore catartico di un messaggio. Non si può negare o ignorare il progresso tecnologico, soprattutto se esso nasce dall’umana intelligenza e si volge agli umani bisogni. Il problema è governarlo, orientarlo, combinarlo e conciliarlo con la storia in cui si innesta, con l’ambiente in cui si insedia, con l’umanità con cui convive. Questo è oggi il problema del Sud, ma anche il problema del mondo. E Nicola Andreace lo ha precocemente avvertito con lucidità profetica. Ma per affrontarlo inventa un altro linguaggio, capace di contenere le nuove tematiche  e di comunicarle a un pubblico indefinitamente vasto. Ecco allora emergere il “design”, con i suoi codici e i suoi rimandi allusivi; le sue geometrie ad un tempo rigorose e tormentate; il realismo fotografico sfumato e riplasmato dalle pulsioni emotive; la metafora ora palese ora arcana; la severa sobrietà della gamma cromatica, che riesplode a tratti in vampate composite di intense policromie; l’assemblaggio affollato e franto di simboli e icone affioranti e vaganti come in un inesausto “stream of counsciousness”: un’arte concettuale e programmatica, eppur vigorosamente reale e corposa; lucida di analisi e densa di significati, eppur commossa e percorsa da inusitate vibrazioni; ricca di componenti espressive e di estrose soluzioni tecniche, eppure unitaria e compatta nella chiarezza del suo messaggio essenziale. A grandi linee, questo mi sembra il tracciato della straordinaria parabola artistica di Nicola Andreace, impensabile senza il rapporto fecondo con la sua terra, incomprensibile se si prescinde dal soffio di universale umanesimo che la pervade. A distanza di un secolo e mezzo dall’inizio del travaglio unitario, la sua arte ci aiuta a spiegare al Paese che, senza il Sud, con le sue contraddizioni e con le sue antiche certezze, l’Italia intera rinuncerebbe alla sfida più nobile del suo futuro civile e politico.
Il prof. Monaco aveva iniziato evidenziando l’arte del linguaggio artistico di Guttuso e di Andreace, diversi, ma sulla stessa “onda”. Guttuso guardava al bracciante siciliano, al paesaggio siciliano, ai personaggi che in quella terra nascevano quasi contemporaneamente, che facevano cultura nella loro terra, narravano il dramma dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Andreace, invece, che preferiva rivendicare l’originalità, alla fine non può negare lo stesso dramma della fatica e del vivere, rivelandosi acuto osservatore della contemporaneità, verificando il contenuto oggettivo della realtà, con la sua evoluzione  incontrovertibile, tanto da far riacquistare all’arte un senso progettuale umanistico, creando così, con nuove sintesi visive, collegamenti tra l’io e il tempo e lo spazio, tra l’io e il suo rapporto con la società. Specificità individuali, patrimonio prezioso, recupero di una civiltà, di una cultura.
“Sollecitato” dall’artista Andreace (con commozione ha ringraziato tutti, anche la famiglia che gli ha dato sempre tranquillità e incoraggiamento, per la meravigliosa e stupenda serata) è quindi intervenuto, per un saluto e per rispondere alla provocazione del prof. Monaco (i grandi problemi posti dall’Unità d’Italia, tra cui quello della questione meridionalistica), il prof. Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei, grande animatore e vivificatore dell’Italia Meridionale. Tutti hanno ascoltato con grande interesse i complimenti rivolti all’artista di cui ha tracciato importanti episodi, ed il suo pensiero sulla storia del Mezzogiorno e sul federalismo (dal latino: foedus, patto) che viene portato avanti e che non ha nulla a che vedere con il federalismo risorgimentale dei più importanti pensatori federalisti dell'800 Carlo Cattaneo, Vincenzo Gioberti (promote del progetto "neoguelfo") e Pietro Calà Ulloa. Ed in ultimo ha ricordato con una certa sofferenza che, quando elencano le sue cittadinanze onorarie conferitegli come studioso, viene citata per prima quella di Pontida (raduno e luogo simbolo dei leghisti) e si sente guardato con un certo sospetto. “Era il 1967, correva l’anniversario centenario della prima Lega Lombarda (tiene a precisare il prtof. Fonseca) e quindi il comune di Bergamo e Milano si fecero ambedue interpreti di costruire la storia della vita lombarda, della lega storica lombarda. Sono amareggiato, perché a distanza di molti anni, rispetto alla consapevolezza di quelle popolazioni che, celebrando il centenario della prima lega lombarda, cedettero a inserirsi nella storia nazionale del nostro paese”.
Applausi su applausi. Non certo solo a lui ed all’artista Amdreace, ma agli organizzatori (prof. Luigi Convertino, prof. Patrizia Capobianco), al Comune di Massafra (al sindaco dott. Martino Tamburrano), al brillante coordinatore prof. Alfengo Carducci, ai critici proff. Altamura e Monaco, al dott. Roberto Resina (cerimoniere del Lions Club Lions Club Massafra-Mottola “Le Cripte”) che ha aperto la serata con l’introduzione del prof. Convertino e con il ringraziamento a tutti i presenti ed in particolare al dott. Emmanuele Latanza (presidente della Consulta delle Associazioni di Massafra), al critico d’arte Angelo Lippo, allo scultore ed incisore Vincenzo De Filippis,  al giornalista Nino Bellinvia (direttore de “La Voce di Massafra”,  allo storico Orazio Santoro, al poeta dialettale Mimino Scaligina e alle proff.sse Grazia De Mita, Lella Mastrangelo e Vittoria Marinelli (rispettivamente rappresentanti del Liceo “De Ruggirei”, dell’Itas “Modelli” e della Media “Manzoni”.

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