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La sfida del professore stavolta è finita sul serio

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di Renzo Balmelli
 

Il mondo sta vivendo un perioldo di grandi difficoltà economiche, di turbolenze finanziarie, di mercati che polverizzano miliardi di euro come se fossero noccioline. Con lo spettro della recessione alle porte, l'Italia fra tutte le nazioni del G8 affida il proprio destino ai cattivi maestri della politica che non riescono mai ad azzeccarne una. In mancanza di prove sicure e di ragioni plausibili, ci si affida alle citazioni letterarie per spiegare l'inspiegabile, per rendere meno assurda e imabrazzante la caduta di Prodi. Che avviene nel momento piu' inopportuno, dunque, quando gli italiani, già in preda allo smarrimento e allo sconcerto, di tutto avevano bisogno fuorché di una crisi al buio dalle conseguenze ancora inimmaginabili.
    Qualcuno rifacendosi al titolo del celebre romanzo di Carlo Levi, scrive che Romano si è fermato a Ceppaloni, feudo di Mastella. Altri ricordano l'ormai celebre profezia di Fausto Bertinotti, che aveva paragonato il premier al Cardarelli di Flaiano, "il più grande poeta morente". Roberto Calderoli, quanto a lui, non scomoda i poeti, ma riserva al premier dimissionario l’onore delle armi con un’estemporanea attestazione di stima che alla luce di quanto è successo ha pero’ il sapore della beffa.
    Lirica o canzonatura che sia, resta il fatto che stavolta la sfida è finita sul serio per l’unico leader del centro-sinistra contro il quale Berlusconi si era rotto i denti per ben due volte. E resta il fatto, altresì, che per una ragione o per l’altra il Professore mai è riuscito a completare il suo programma. Triste destino, il suo, che tuttavia nulla toglie a quanto di buono è comunque riuscito a mettere insieme per porre rimedio ai disastri del suo predecessore.
    Fra le tante, urgenti priorità c'era da rimettere in moto il motore imballato dell’Italia, un lavoro di lunga lena che avrebbe richiesto molto piu’ tempo di quanto è stato concesso al premier uscente. Eppure, a dispetto degli impedimenti, con pazienza e alacrità certosina, il risanamento dei conti pubblici in appena un anno e mezzo è andato in porto - opera titanica dopo gli sperperi del precedente governo - dando la dimostrazione che il Paese era sulla buona strada per risalire la china. Purtroppo il deficit d'immagine, sommato ad alcuni errori che si potevano evitare, è risultato fatale.
    Nel ribollire degli umori il governo è crollato. E' crollato sotto il peso di veti incrociati, tradimenti, vendette trasversali, rivalse personali. E, ironia della sorte, anche per il "fuoco amico" dei trasformisti contro i quali non esiste rimedio. La disinvoltura, i cambi di casacca, l’arroganza, l’idea d'impunità e di autoassoluzione di un certo ceto politico hanno poi fatto il resto. Accelerando la corsa verso le dimissioni.
    Ora inizia il rito di passaggio, carico di insidie, che con ogni probabilità finirà per riportare gli italiani alle urne, con tre anni di anticipo sulla regolare scadenza della legislatura. Sotto questa punto di vista - scrive La Repubblica - quella che comincia è un'avventura in una terra incognita.
    La fretta con la quale l’opposizione vuole tornare ai seggi è un affronto in piena regola fatto alla volontà degli elettori in quanto sconfessa il voto perfettamente legittimo e democratico uscito dalle urne venti mesi fa.
    Giulio Tremonti la definisce la "crisi perfetta", quella dove nessuno controlla niente, e nessuno capisce come se ne possa uscire. Qualcosa tuttavia si riesce a intravvedere, nel cumulo di macerie lasciate sul terreno dopo il passaggio del terremoto politico-istituzionale. E non c’è da stare allegri. Per avere un primo assaggio di come potrebbe diventare l’Italia nei mesi a venire, è bastato osservare la sguaiata esultanza dei senatori della destra che in aula innaffiavano con fiotti di champagne le austere poltrone di Palazzo Madama. Deprimente!
 
 
 
An festeggia in Senato, con champagne
e mortadella, la sconfitta del Governo
 
Il Cavaliere si è tenuto fuori dalla mischia da osteria, ma sotto sotto gongolava. Dopo la traversata del deserto che gli ha provocato ripetute crisi di astinenza dal potere, l’uomo di Arcore vede ora dischiudersi le porte di Palazzo Chigi. Non fosse per la madre così malata, sarebbe davvero un giorno di gloria. Un po’ meno per gli altri esponenti della Cdl, in mille pezzi solo fino a due settimane fa.
    La destra italiana ha di nuovo il pallino in mano. Sarà difficile se non impossibile, perfino per il presidente Napolitano, fermare la "macchina da guerra" berlusconiana, che il leader di FI vuole lanciata a folle corsa verso il voto anticipato. Siamo alle solite. Dopo cinque anni di leggi ad personam, editti bulgari, giustizia-fai-da-te, promesse non mantenute, cantieri mai aperti, posti di lavoro mai creati... sta per ricominciare lo stesso film.
    Dietro le quinte di "Berlusconi 3. L’eterno ritorno", armeggiano stuoli e stuoli di opportunisti devoti, servi di molti padroni, gente abilissima nel fiutare il vento che tira, che tiene in serbo la solita ricetta pronta ad usarla alla prima occasione: l'indigesto polpettone clerical-conservatore di cui abbiamo già avuto qualche assaggio.
    Nel calderone ribollente dei reciproci favori, la gerarchia vaticana, da Ruini a Bagnasco, dimostra comportamenti che singolarmente la apparentano alla figura di Berlusconi. O viceversa. Ormai il peso specifico dei vertici della Chiesa sulla politica italiana è sempre piu’ evidente. Appare riduttivo parlare di ingerenza. I prelati gestiscono direttamente l’agenda dei politici, dettano loro l’elenco di cio’ che devono dire o fare se vogliono ottenere l’appoggio della CEI.
    La crisi italiana rischia di trascinarsi stancamente sui binari dell’ambiguità senza una risposta alle istanze che salgono dalla società civile al cui interno sempre piu’ si avverte il bisogno di rilanciare quella rivolta morale che è e resta la premessa indispensabile al rinnovamento del Paese.
 

 

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