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I NUOVI PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA

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L’antimafia professionale è un invenzione sciasciana. In quanto “termine”, “sintagma”, espressione ricostruttiva e ricognitiva di senso. In quanto “mestiere”, ha radici antiche e nuovi frutti. La questione penitenziaria si era fugacemente imposta all’attenzione giornalistica. Lo aveva fatto incrociando Guattari e Deleuze: passando attraverso il corpo dei suicidi, dei pestati, degli affollati e degli sfollati. Ma il 41-bis si propone ancora come baluardo intoccabile. Se abbia funzionato o meno, il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’esigenza (costituzionalmente rinvenibile) del trattamento differenziato è ben altra cosa dalla discrezionalità ad plenum del direttore d’istituto.

I professionisti dell’antimafia, gli scrittori e gli amministratori che vogliono inequivocabilmente collocarsi contro la mafia e che perciò avvertono la compulsione a doverlo dichiarare (come se non bastasse il patto d’appartenenza al consorzio sociale, di questo non parlano: e non parlano della disciplina delle ispezioni e delle perquisizioni. Non parlano della farraginosità della prevenzione patrimoniale. E quando parlano di intercettazioni, ne parlano in termini “estensivi”, non “interpretativi”, “evolutivi”. Guarda è la confusione sotto il cielo…

Nella prospettiva storica, alcune cose positive giungono dalle analisi di Massimo Bordin: il giornalista radicale ha colto contraddizioni vere nel popolo viola e delle agende di rosse. Il giudice della modernizzazione investigativa per eccellenza che affida la totalità dei segreti a un’agenda? Un po’ di realismo gioverebbe a comprendere la trama che portò all’Italia delle stragi. Possono esser persino utilizzate, in chiave critica, le parole che Feltri scriveva in un recente editoriale per Panorama. Feltri si stupiva di quanta credibilità si dia al fenomeno mafioso: si dà per scontato che solo quell’alto consesso criminale poteva dirigere le speranze golpiste forse oggettivamente covate nei primi anni Novanta. Ma sviluppando il discorso di Feltri (in un senso che forse il direttore non voleva attribuirvi): è mai pensabile che la mafia potesse agire da sola, caricarsi sulle spalle il peso di una strategia a “capofitto”, senza aver a sua volta certezza di aiuti, appoggi, connivenze?

L’Italia dell’Antimafia è una cosa. L’antimafia oggi auspicabile per l’Italia è un’altra: dovrebbe essere più critica verso il sistema investigativo e penitenziario. Più razionale e pragmatica della scelta dei propri obiettivi. Il dibattito estivo sul punto non ci restituisce nulla di tutto ciò.

 

DOMENICO BILOTTI
 

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