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IL RIFORMISTA DALLA PARTE DELLE VITTIME. IL LIBERTARIO PER I DIRITTI SOCIALI

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Eugenio Montale è nel 1925 uno dei più giovani firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti. Come noto, quel documento fronteggia il regime nascente soprattutto dal punto di vista della critica storica: fu meritevole l’atto di coraggio, poco trascinante l’appello, scevro tuttavia da moralismi contro chi, in buona fede, aderiva al Partito Nazionale Fascista. Nel passaggio tra Firenze e Milano, Montale capisce che il fascismo ha almeno due braccia armate: il manganello e il conformismo. Se queste sono le coordinate dell’avvizzimento culturale, l’Italia di oggi è pienamente incardinata in un problema del genere. Soltanto un riformismo libertario, che discute di programmi senza mezze frasi e luoghi comuni, può svecchiare la annosa classe dirigente, la grave imperizia legislativa, le inadempienze rispetto agli impegni assunti in sede internazionale. Un riformismo deve essere di parte: la sua natura partigiana è la lotta alla corruzione, alla omologazione e alla repressione. Perché corruzione, omologazione e repressione negano la trasformazione e incoraggiano, invece, il maggiore approfondimento della violenza, della prevaricazione e della disparità sociale. La politica industriale di Marchionne è quanto di più regressivo si possa vedere nelle ristrutturazioni economiche che stanno coinvolgendo tutte le economie occidentali. Tanto per cominciare non c’è niente di modernizzatore: suggerisce un’idea, vecchia e superata per mancanza di risultati, di recupero dei costi col taglio delle spese relative alla forza lavoro. Quella la cui stabilità e maggior forza garantisce la massima immissione di merci sul mercato. Che alternative c’erano? Molte altre, altrettanto vecchie, datate, che non necessitavano lo sforzo creativo di uno studioso di marketing: specializzazione dei settori produttivi, con rafforzamento di singoli rami di impresa in Italia e una capillarizzazione dei livelli basici dell’impresa all’Estero. Adozione diffusa dei contratti di solidarietà. Per dirla con Montale, la politica che aggredisce le spese minute (costano più i salari o le politiche promozionali? Pesa più il diritto di sciopero, nei bilanci, o l’assorbimento a perdere di gruppi esteri?) è la politica che scambia l’essenziale col transitorio e viceversa.

Un partito riformista deve saper fare i conti con l’estremo disagio e le reazioni estreme che esso determina: altrimenti, incapace di dettare la politica economica, diventa incapace di dar forza a chi la subisce e a chi vorrebbe correggerla. Suscita oggi scalpore la contestazione al sindacalista Bonanni alla festa del Partito Democratico. Bene, benissimo, le attestazioni di solidarietà contingenti: la turbativa del confronto, l’aggressione, la ritualità degli slogan. Ma, ancora, non si scambi l’essenziale col transitorio: è legittimo portare avanti critiche radicali alla strategia contrattuale di un sindacato filogovernativo? È possibile farlo, dati alla mano, senza passare per estremisti, anzi, sopravanzando la controproposta di chi, dagli estremi, intuisce il problema ma non propone le soluzioni?

La Sinistra italiana non sa ancora fare i conti col proprio passato. Eppure, seguo di nuovo Montale, o il riformismo è un riformismo per le vittime o non è riformismo. Ben pochi in Italia, anche dagli spalti della Sinistra, sono riusciti ad intervenire sulla querelle dell’estradizione di Cesare Battisti. Per poche settimane, quella questione, giuridicamente relativa all’attuazione dello Statuto dei Rifugiati, sembrava diventata una petizione popolare, un sondaggio demoscopico: Battisti è innocente oppure no? Ma non questi interrogativi muovono la libertà e la sua tutela. Le muovono il giusto processo, la riforma delle collaborazioni di giustizia e il corretto inquadramento delle dichiarazioni relative nel quadro processuale probatorio. Chi subisce condanne in processi iniqui (estraniamoci dal caso Battisti) è vittima come la persona lesa dal reato commesso. Davvero, nel quadro delle “grandi riforme”, non c’è spazio per la questione penitenziaria, per la modifica dei codici? E per il rilancio delle produzioni locali, dei diritti dei lavoratori e della specializzazione e diversificazione delle loro attività nel mercato?

A chi nulla sa dire su questo, si tolga tout court ogni pretesa di qualificarsi come “riformatore”. È al più un saltimbanco che cerca qualche gioco di prestigio per spostare poche migliaia di voti.

 

Domenico Bilotti
 

 

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