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Unicredit, Bossi non può fermare con il localimso libici o tedeschi

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Sulle dimissioni di Alessandro Profumo dalla guida della banca. Letta: "C'è un problema Lega"
 In apparenza, la vicenda Unicredit si potrebbe essere la conseguenza degli insanabili contrasti tra un amministratore delegato e gli azionisti. Ma non è così: in realtà, per le dimensioni e il ruolo della banca di piazza Cordusio, la finanza di casa nostra rischia di tornare indietro di almeno vent’anni, quando era la politica a gestire tout court il credito. Oltre al danno d’immagine per il Paese, com’è ovvio.
A giudizio di Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, le dimissioni di Alessandro Profumo, sono “una storia del capitalismo italiano: la più grande azienda finanziaria che abbiamo nel mondo finisce un po' vittima di politiche locali che vogliono avere più garanzie sul controllo di un po' di azionariato nelle nostre principali imprese. Quest'idea di Bossi di fermare con il localismo i tedeschi o i libici, o i tedeschi attraverso i libici è un'idea veramente infondata e velleitaria”. Com’è del resto infondata l’ipotesi – ha sottolineato il leader dem - che l’ex ad di Unicredit possa aspirare ad essere "il papa straniero per il Pd”.

Già, la Lega: Enrico Letta, vicesegretario del Pd, incentra la sua riflessione sul ruolo che il partito di Bossi ha giocato nell’affaire, mettendo in evidenza che “la vicenda Unicredit mostra che c'è un problema Lega, un partito che è diventato troppo potente rispetto alla preparazione della sua classe dirigente, che entra in vicende del credito in modo scomposto portando effetti devastanti". E prosegue: Letta dice "le dichiarazioni di Bossi rasentano il ridicolo: dopo quello che la Lega ha contribuito a provocare, sostenere che il controllo di Unicredit rischia di andare all'estero e si perde l'italianità è paradossale. E in verità l'assurdo è che Bossi ora si metta a difendere l'italianità. Questi sono i tipici comportamenti di chi ha troppo potere ma non è in grado di avere una strategia. Mi pare evidente che Bossi e il ministro Giulio Tremonti su questa vicenda siano stati su posizioni diverse: l’uno – ha concluso Letta - è andato contro una logica di stabilizzazione del sistema che invece l’altro sta giustamente perseguendo da tempo”.
Per Matteo Colaninno, deputato del Partito Democratico e imprenditore, la manovra leghista ai danni di Profumo non servirà ad asservire Unicredit alla politica, da momento che “parliamo di una grande banca, che capitalizza migliaia di miliardi di euro, e continuerà a mantenere il suo status di grande istituzione finanziaria, in cui il management è indipendente da pressioni politiche. In caso contrario – ha puntualizzato il parlamentare Pd - lo scenario sarebbe allarmante: si tratta di un gruppo quotato, se i mercati iniziano a non credere più alle scelte del management, saranno portati a punire l’azione con gravi danni per la banca”.
A giudizio di Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del gruppo del Pd alla Camera, “il ministro Tremonti, che sembra uscito perdente dalla partita di queste ore, deve venire a riferire in parlamento sul futuro della seconda banca italiana che gestisce i risparmi di centinaia di migliaia di persone e gli interessi di migliaia di aziende e che per noi deve restare italiana. Nelle sue prime dichiarazioni dopo le dimissioni di Profumo – ha osservato l’esponente dem - di diverse visioni della governance: ed è proprio su questo che vorremmo sia fatta chiarezza. Fino a ieri sapevamo quali strade volesse percorrere Unicredit, oggi non lo sappiamo più: se il presidente Rampl, parlando di prospettiva paneuropea, pensa ad una maggioranza tedesca sappia che parte con il piede sbagliato. Su tutto questo il paese ha diritto ad avere una parola definitiva dal governo”.

 

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