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Salviamo l'università, tutti insieme, vendendo le frequenze tv

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 Bersani scrive al Corriere: il PD per il diritto allo studio

 

 

 

Spesso tra le parole e i fatti c'è un abisso. Il governo ne ha dato tante prove ma si è proprio superato con il disegno di legge sull'università. E' stato presentato come il trionfo della meritocrazia. Avrebbe il nostro plauso se davvero fosse così. Noi stessi siamo interessati ad introdurre innovazioni anche dopo la nostra stessa esperienza di governo. La realtà è purtroppo ben diversa.
Il testo introduce circa cinquecento nuove norme che dovranno essere attuate mediante circa mille regolamenti negli atenei. E' un monumento alla burocrazia. I professori passeranno le loro giornate a districarsi nel pantano normativo già oggi molto appesantito. Ciò spingerà gli atenei a diventare uguali tra loro, secondo lo standard imposto per legge. Mentre la politica del merito dovrebbe fare esattamente il contrario, cioè promuovere le differenze, incoraggiare gli innovatori e penalizzare chi non merita. A tale scopo bisognerebbe eliminare burocrazie inutili e affidare la regolazione del sistema alla valutazione dei risultati. Ma proprio questa è mancata finora. A metà del suo mandato il Ministro Gelmini non è ancora riuscito a far funzionare la nuova agenzia di valutazione degli atenei – l’Anvur, già approvata a suo tempo dal governo di centro sinistra - e ci vorrà ancora qualche anno prima che essa fornisca risultati utili. Non si è nemmeno accelerato nel frattempo, il lavoro della struttura ministeriale esistente, il CIVR. La valutazione è bloccata e per misurare la produzione scientifica degli atenei si usano dati vecchi di quasi dieci anni. Sono ritardi inaccettabili in ambiti così legati alla velocità del mondo globalizzato. Questa si chiama meritocrazia delle chiacchiere. E infatti non scontenta nessuno. Alla fine il Ministro ha promesso sottobanco che gli atenei con i risultati più negativi perderanno pochi soldi. Tutto cambia perché nulla cambi.
Secondo il governo questo paracadute è necessario a fronte della caduta dei finanziamenti. E’ vero. Una politica del merito la si può fare solo con risorse crescenti, almeno per un primo periodo.
Si dice che il deficit non lo consente. Devo qui rifare l’elenco dei soldi buttati via in questi due anni mentre si tagliavano scuola e università? Comunque, per il 2011 il Pd propone un forte aumento delle risorse per la scuola e l’università mettendo in vendita le frequenze liberate dalla transizione al digitale, come fece già il governo dell’Ulivo nel 2001 con le licenze UMTS. I paesi che hanno messo a gara le frequenze hanno incassato un bel po’ di miliardi. Potremmo spenderli a favore dei migliori atenei, per piani di ricerca ben selezionati,per investimenti nel diritto allo studio e per la realizzazione di infrastrutture scientifiche nel Mezzogiorno, che solo con la politica della conoscenza può rimettersi in cammino. Un fatto simile potrebbe modificare la prospettiva dell'università italiana.
Pochi giorni fa è stato assegnato il Nobel per la fisica a Kostantin Novoselov, uno scienziato anglo-russo di 36 anni. Da noi con la legge Gelmini a quell'età faticherebbe perfino a diventare professore e non saprebbe dove trovare i soldi per realizzare le sue ricerche. Del resto la ricerca universitaria è infatti ormai quasi scomparsa dai compiti dello Stato e non se ne trova traccia neppure nel testo all'esame del Parlamento. Intanto, circa cinquecento veri innovatori, già selezionati tra i migliori dipartimenti universitari e le aziende hi-tech, attendono da anni di ottenere i finanziamenti già stanziati dal progetto Industria 2015.
Si può chiamare riforma solo una politica della ricerca che convinca e appassioni tutti i ricercatori italiani. La sfida riguarda tutti, anche noi di centrosinistra e ci prendiamo la nostra parte di responsabilità. Chiediamo però un ripensamento alla maggioranza che ha governato l'università quasi l'intero decennio passato con risultati negativi. E' dovere di tutti cercare soluzioni diverse dal passato. E’ urgente una svolta. La crisi picchia anche qui. L'occupazione dei laureati è in costante diminuzione negli ultimi tempi. Gli studenti e le famiglie sembrano averne già preso consapevolezza facendo diminuire il numero di immatricolazioni. I primi a rinunciare agli studi sono i figli dei ceti sociali più deboli. Nel disegno di legge il potenziamento del diritto allo studio è affidato al buon cuore di improbabili benefattori, mentre c'è bisogno di un welfare studentesco di tipo europeo, in particolare per le residenze che consentono di spostarsi in città diverse. Perciò non saremo disponibili a discutere di norme senza un quadro certo dei finanziamenti, che non possono dipendere da quel che decide inappellabilmente il ministro del Tesoro, ma solo da una decisione del Parlamento. Stiamo infatti parlando dell’Università cioè del pilastro su cui costruire il progresso civile, culturale ed economico dell'Italia.

 

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