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Riforma della Giustizia: il regalo di Alfano a Berlusconi

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Il Cdm approva il ddl costituzionale per la riforma della Giustizia che riguarda solo pochi. Anzi uno solo. Orlando: Se Alfano avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”
pubblicato il 10 marzo 2011 , 109 letture
Si è concluso con un grande applauso il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla riforma della giustizia. Un regalo per Silvio da parte del fido ministro Angelino Alfano per provare a immunizzarlo da tutti i processi che il premier ha in corso. Singolare ma onesta la dichiarazione di Berlusconi quando ha chiarito che la riforma non è contro nessuno. Semmai è a favore di qualcuno! Uno a caso...

Il fatto che Berlusconi abbia puntato molto su questa riforma ignorando tutti i problemi dell'Italia che non lo riguardassero direttamente è cosa nota: il premier si è lasciato scappare un "è dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma". È solo una pura casualità se i problemi giudiziari di Berlusconi risalgano proprio dal 1994 e dalla sua famosa “scesa in campo”.

Già ieri il Guardasigilli Angelino Alfano aveva illustrato in anteprima al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano i sedici articoli della riforma. I punti cardine sono lo sdoppiamento del Csm, la separazione delle carriere tra giudici e pm; i magistrati responsabili come qualsiasi impiegato della Pubblica Amministrazione; l'obbligatorietà dell'azione penale solo secondo “i criteri” stabiliti dalla legge; il divieto per il Csm di atti di indirizzo politico; una Alta Corte di disciplina divisa in due per pm e per giudici; l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione e il potere ispettivo del ministro della Giustizia.

Se il proposito del governo fosse quello di smuovere le acque e di proporre l'immagine nuova di un esecutivo non solo costretto sulla difensiva dai processi penali che incombono sul presidente del Consiglio, ma anche capace di passare alla controffensiva, allora l'operazione ha una sua logica. Tutta politica e mediatica.

Di fronte all’offensiva con la faccia buonista del governo e, soprattutto, agli interessati richiami alla disponibilità (un coro di commentatori lo ripete da due giorni su molti quotidiani: se l’opposizione non è disponibile, non ha qualità), il Partito Democratico presenta apertamente le proprie posizioni. Andrea Orlando, responsabile Giustizia, su Il Riformista ha dichiarato “il ministro della Giustizia riveda i titoli della riforma, poi se ne parla”.

Il senso è chiaro: “il Pd può mettersi a discutere di giustizia col governo soltanto se Angelino Alfano rivede l`agenda delle priorità. Ci avviciniamo al momento del varo con molta prudenza, perché ancora non abbiamo visto il testo. E soprattutto con molta diffidenza. Perché gli obiettivi dell'esecutivo, tra l`altro mai nascosti dalla maggioranza, non sembrano dettati dalle tante disfunzioni della giustizia, ma dall`urgenza di ridurre i poteri di chi ha disturbato il loro Capo. Le urgenze? Dall'organizzazione degli uffici giudiziari all'assistenza informatica, dal malfunzionamento della giustizia civile alla farraginosità del processo penale. In più c'è la necessità di fare un censimento seno sugli aspetti che riguardano le garanzie dell`imputato e la trasparenza dell`azione penale. Che, sia chiaro, deve rimanere obbligatoria”.

Alla domanda se su questi terreni il PD sarebbe disposto ad affrontare una discussione? Orlando non ha dubbi: “Non sarebbe una novità. Solo che bisognerebbe lavorare sulla strada della recente riforma dell'ordinamento. Verificando l`effettivo funzionamento dei criteri meritocratici introdotti da quelle modifiche, della legge elettorale per il Csm. Un confronto serio sul funzionamento dell'autogoverno si potrebbe sviluppare, insomma. Ma all'interno dell'attuale quadro costituzionale».

Quindi il PD resta assolutamente contrario a questa riforma costituzionale. “Il tema della separazione delle carriere ha una controindicazione di base. Che non riguarda il funzionamento della giustizia ma il funzionamento della democrazia. C'è una commistione tra potere legislativo e potere esecutivo, aggravata dall'attuale legge elettorale e da un conflitto d'interessi irrisolto. Ricondurre a questo meccanismo il potere giurisdizionale è inaccettabile. Se Alfano avesse esercitato fino in fondo le funzioni che gli assegna la Costituzione, se avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”.

"Ci confronteremo in Parlamento ma questa è una non riforma e non mi sembra che sia utile a far funzionare meglio la giustizia italiana. Mi pare che risenta molto di una visione ideologica figlia del pensiero berlusconiano che cerca di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, con il tentativo di porre i pm sotto il controllo del governo. Ma per noi il principio costituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura continua ad essere un valore irrinunciabile. Si vuole colpire l’idea, liberale, moderna ed europea, di una magistratura destinata a esercitare in modo indipendente, e soggetta solo al rispetto della legge, il controllo della legalità per cedere il passo all’ipotesi di una magistratura controllata dal potere esecutivo. È un principio sbagliato che contrasteremo in Parlamento e nel Paese". Lo dichiara Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD.

A.Dra

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