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Oggi in Spagna domani in Europa

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 "Oggi in Spagna, domani in Europa" – parafrasare una famosa frase di Carlo Rosselli nel settanquattresimo anniversario dell'uccisione avvenuta il 9 giugno del 1937, insieme al fratello, può servire a ricordare che chi si batte per la libertà, si batte per la libertà di tutti. E che i destini dei paesi europei sono tra loro collegati. Una svolta necessaria nei rapporti a sinistra in Europa.

  Nelle elezioni spagnole del 22 maggio 2011 era evidente a tutti la vittoria del PP sul PSOE, sconfitto anche in Catalogna da CiU e nel Paese Basco da BILDU, cioè da formazioni nazionaliste.

    La vittoria del PP, a spese dell’intera sinistra perché a Cordoba ha strappato il Municipio a IU, poteva essere contenuta se PSOE e IU avessero concluso degli accordi di coalizione nei Municipi (Ayuntamentos) dove nessun partito avesse raggiunto in solitario la maggioranza assoluta.

    Per assicurare il governo dei Municipi la legge spagnola prevede, che in caso di mancati accordi di coalizione, il Sindaco e l’esecutivo spettino automaticamente al partito di maggioranza relativa.

    Il giorno ultimo per la formazione di coalizioni era lo scorso 11 giugno.

    Ebbene, grazie al fatto che IU ha negato la coalizione con il PSOE in 60 Municipi dei 282 in cui l’accordo era possibile, ha fatto del PP il Partito con il più forte potere municipale della storia della Spagna democratica. Nemmeno il PSOE di Felipe Gonzales con la maggioranza assoluta in Parlamento ha controllato così tanti Municipi.

    Ora il PP governa in 34 dei 50 capoluoghi di provincia ed il PSOE solo 9. In 2 provincie c’è un ricorso elettorale pendente e le altre 5 vanno tutte a formazioni regionali in Galizia (BNG), nel Paese Basco (PNU e Bildu), Navarra (UPN) e nelle Canarie (CC).

    Il PP governa 89 delle 147 città con più di 500.000 abitanti, ma soprattutto è riuscito a concludere accordi con CiU in Catalogna e con la conquista di tutte le capitali provinciali di Andalusia pone le premesse per una affermazione in quella regione, che con la Catalogna elegge il maggior numero di parlamentari.

    Un rapporto con CiU sarà decisivo nel caso che il PP non conseguisse la maggioranza assoluta nelle politiche del 2012.

    Nel 2007 PSOE e IU fecero un accordo globale di reciproco sostegno, questa volta no, perché IU ha lasciato libertà di decisione alle organizzazioni locali. La ragione ufficiale è stata annunciata dal segretario Lara, per la quale “non sarebbero stati corresponsabili dell’affondamento del Titanic”. In realtà sono tali e tante le divisioni interne ad IU, che un’indicazione centrale le avrebbe rese ancora più palesi.

    La politica economica del PSOE e in particolare le misure di austerità non erano certo popolari tra i militanti di IU e l’egemonismo del PSOE ha spesso creato tensioni a livello locale.

    Tanto peggio tanto meglio devono avere pensato in IU.

    Alcune formazioni a sinistra del partito socialista pensano che la loro crescita dipenda solo dalla perdita di voti socialisti verso di loro.

    Ebbene la Spagna ha confermato quanto è già avvenuto in Francia, Germania e Portogallo: le perdite socialiste vanno in minima parte alle formazioni alla loro sinistra. In tutti i casi la somma dei voti delle formazioni di sinistra è spesso inferiore ai soli voti socialisti.

    Nei paesi mediterranei non c’è la disciplina repubblicana dei francesi o il rigore scandinavo, per cui un partito di sinistra, che unisse i voti a quelli di destra o “borghesi” (nelle lande socialdemocratiche si usa ancora questo aggettivo per designare la destra) sarebbe squalificato dal suo elettorato.

    Il tatticismo o la vendetta contro l’egemonismo socialista ricorda nella storia passata soltanto la suicida strategia del PC tedesco, per cui a fronte del nazismo montato il nemico principale era la SPD.

    Pericolo fascista come tra le due guerre non c’è: ora il Mostro è Mite come ci ha insegnato Simone.

    Tuttavia la sinistra è chiamata a decidere se lascia passare le distruzione del welfare state, i tagli indiscriminati alla spesa pubblica e una politica economica, che crea disoccupazione senza prospettive di rilancio: il peso dei guasti della finanza globale e delle speculazioni avventurose delle banche è tutto scaricato sulle spalle dei cittadini, invece che dei finanzieri e dei manager, oltre che dei governanti. Soltanto l’Islanda ha convenuto in giudizio il Primo Ministro conservatore, che ha consentito che le banche si indebitassero per somme superiori a 5 volte l’intero PIL dell’isola atlantica.

    Senza un’intesa delle forze di sinistra con quelle ambientaliste non c’è speranza di rovesciare le tendenze politiche delle elezioni degli ultimi 3/4 anni.

    Gli elettori provenienti dagli strati popolari si astengono progressivamente dal processo elettorale, quando non cadono nelle tentazioni populiste di una destra xenofoba, dal Belgio alla Francia, dall’Italia (Lega Nord) alla Finlandia.

    Una visione europea richiede la formazione di Partiti Europei, né il PSE, né la GUE lo sono. Questo è il momento di porre un confronto a tutto campo. L’adesione al PSE non è un fatto burocratico, ma la premessa per porre con forza la sua trasformazione di un partito europeo sovranazionale.

    Il risultato finale delle elezioni municipali spagnole impone un cambio di strategia politica al PSOE, che ha beneficiato della legge elettorale a danno di altre formazioni alla sua sinistra.

    La legge elettorale spagnola distribuendo i seggi su base provinciale con il Metodo d’Hondt non produce resti da recuperare a livello regionale o nazionale, sono quindi favoriti i partiti nazionali più forti e quelli ad impianto regionale.

    Tale scelta aveva un senso fino a quando il PP era percepito come l’erede del centralismo franchista: i nazionalisti catalani e baschi mai si sarebbero alleati con i popolari.

    La situazione è cambiata, l’affiliazione europea nel PPE la comunanza centrista conservatrice e la base sociale di popolari e nazional/regionalisti fa aggio sulle antiche differenze tra centralisti e federalisti/separatisti per quanto riguarda i movimenti catalani e baschi storici.

   Molte delle nuove formazioni regionaliste (UPN, CC, BNG) sono espressioni localiste quando non personaliste come Cascos nelle Asturie e, perciò, disponibili ad allearsi a destra e a manca pur di conservare il potere.

    Finite alleanze tradizionali con formazioni regionaliste nelle Comunità Autonome e nel Parlamento la prospettiva socialista di riconquistare il governo dipende da una dinamica nuova a sinistra, compare una traduzione politica del movimento degli “indignados” del 15-M.

    Hanno avuto una grande risonanza mediatica, si è giunti a paragonarli ai moti della gioventù nord-africana. Non sono scomparsi e hanno manifestato in numero ridotto contro le nuove amministrazioni di destra. È un fatto che non hanno impedito, anzi forse oggettivamente favorito, una affermazione della destra senza confronti con il passato.

    Tuttavia sarebbe un errore da loro la colpa, come ai “grillini” di aver preso il Piemonte e di aver mandato al ballottaggio roccaforti rosse della Romagna.

    Dove la sinistra, come a Milano, Napoli e Cagliari è stata capace di interpretare la voglia di nuovo, il peso dei “grillini” è stato ridotto.

    Aria fresca e gruppi dirigenti espressione della società e non delle oligarchie sono necessari per la sinistra oggi in Spagna e in Italia, domani in Europa.


 

 

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