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Un anarchico costituzionale

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Antonello Gerbi è stato per molti aspetti un intellettuale italiano atipico. Questa atipicità può essere impu-tata senza dubbio a un carattere e a una personalità complessa che si votò completamente agli studi, evi-tando tanto gli atteggiamenti stravaganti o vistosi, che spesso servono a costruire un personaggio, tanto la frequentazione di quei cosiddetti “salotti buoni”, dove chi non ha qualità tenta disperatamente di vendersi al miglior offerente o alla moda del momento. Il suo talento, a differenza dei tanti ciarlatani che già ai suoi tempi affollavano aule e circoli, era immediatamente riconoscibile in quella capacità rara di saper riflettere in modo acuto e originale e in una scrittura brillante e allo stesso tempo colta. La stessa scelta, per certi a-spetti forzata, di dedicarsi all’America latina, in anni in cui questo continente era considerato, almeno in Eu-ropa e Stati Uniti, poco più di una provincia da razziare o al massimo un luogo dove trascorrere un’esotica vacanza, dimostra ancor di più la forza creativa di questo studioso troppo spesso dimenticato dal grande pubblico. Negli ultimi decenni del resto ci siamo abituati ad applaudire “professorucoli” da quattro soldi che magari conoscono una lingua straniera e in gioventù hanno scritto un paio di articoli degni di nota e oggi, raggiunta una serena e lussuosa esistenza, non solo si sono “seduti”, ma hanno smesso di esseri uomini. Da questo punto di vista Gerbi fu una persona e un intellettuale completamente differente. Certo, e non per ridimensionare il feroce attacco precedente, ancora esistono in Italia personalità alla Gerbi, ma sono sem-pre meno e, spesso, per loro fortuna, lontani dalle sirene mediatiche o del narcisismo. La sua biografia è la prova più evidente di ciò e testimonia la volontà di un uomo incredibile che si trovò più volte sballottato dagli eventi di un secolo, il Novecento, violento, difficile e senza pietà. Nelle pagine che questo studioso ci ha lasciato, concetti quali “responsabilità”, “dedizione”, “vocazione”, posseggono ancora un significato e una dignità, anzi assumono un valore ulteriore se si considera il fatto che furono perseguiti con coerenza e determinazione all’interno di una esistenza travagliata, segnata da numerose incertezze e difficoltà. Dopo una giovinezza trascorsa frequentando i grandi del suo tempo, di cui Croce e Meinecke furono i nomi più prestigiosi, ma non certamente i soli, fu assunto alla Banca Commerciale nel 1932. Questo avvenimento fu probabilmente la sua salvezza. Sei anni dopo infatti, l’entrata in vigore delle leggi razziali gli avrebbero al-trimenti creato non pochi problemi viste le sue origini ebraiche e le sue frequentazioni antifasciste: fortuna-tamente però Raffaele Mattioli, suo amico, nonché suo superiore in banca, lo trasferì in una affiliata del Comit in Perù. Gerbi visse nel paese andino per circa dieci anni, in un esilio che gli lasciò la libertà di vivere e pensare senza alcuna censura e, contemporaneamente, lo rese vittima di una dolorosa nostalgia nei con-fronti di un paese che amava profondamente.
Il periodo americano si rivelerà fondamentale per lo studioso toscano al punto che la sua opera più importante, “La disputa del nuovo mondo. Storia di una polemica, 1750-1900”, nacque proprio dalle sugge-stioni provate durante tale esperienza. L’importanza di quest’opera, che gode di numerose traduzione e, soprattutto, all’estero di continue ripubblicazioni, è tale che Gerbi è conosciuto ancora oggi più che altro come americanista. Tuttavia questa etichetta è ingenerosa per chi, come sottolinea il figlio Sandro nel suo saggio introduttivo alla “Disputa”, «non sarebbe nato senza l’esperienza storica del romanticismo». Una contraddizione quest’ultima in realtà apparente e che dimostra quanto la figura di Gerbi sia complessa, ric-ca e piena di sfaccettature. Non a caso, sempre il figlio ricorda che il padre amava definirsi un “anarchico costituzionale”, giocando su un paradosso dalle molte interpretazioni, ognuna delle quali capace, incredi-bilmente, di descriverlo nelle sue varie umanità. In fondo la stessa produzione scientifica di Gerbi sembra muoversi continuamente tra posizioni minimali e raffinate provocazioni, sebbene l’intuizione di fondo alla base di tutte le sue ricerche può essere riassunta nella semplice, e quindi proprio per questo difficile, tesi che le differenze non significhino distanza, non significhino un rapporto tra un superiore e un inferiore, tra chi attacca e chi si difende; le differenze altro non sono che l’altra faccia dello specchio, che a prima vista può sembrare irriconoscibile, lontana, finanche “cattiva” e incomprensibile, ma che a ben guardare riflette chi si specchia, anzi “è” chi si specchia, a patto naturalmente che lo “specchiato” si sappia e si voglia ricono-scere. L’America di Buffon e De Pauw, tanto per rimanere sui temi della sua opera più celebre, è quella dell’europeo miope ed egoista, arrogante e sordo, che teme il nuovo e si chiude davanti alle sue pulsioni più “pure” (vale a dire le pulsioni “animali”). È l’Europa delle carità mal interpretate, o, per meglio dire, in-terpretate a proprio vantaggio e per legittimare, o addirittura giustificare, le proprie scelte, le proprie rigidi-tà e i propri errori. Gerbi, con meticolosa acribia, mette in discussione tutta una serie di mitologie, false no-zioni scientifiche e presunte “leggi” della storia che nei secoli furono utilizzate per descrivere un continente, l’America, derubato delle sue ricchezze materiali, della sua cultura e delle sue speranze. L’intento di Gerbi però non è ricostruire storiograficamente una serie di teorie dalla nascita fino all’inesorabile tramonto, quanto tentare di parlare a tutti coloro che si muovono tra “assoluti” e “certezze” e che si nascondono die-tro ipocrisie e parole altisonanti. Gerbi parla al cuore della civiltà e, mettendola a nudo, la sveglia finalmen-te dal suo torpore e dalle sue paure. E forse proprio per questo è rimasto, come si diceva all’inizio, scono-sciuto alla maggioranza dei lettori e degli studiosi del nostro paese.

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