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Un governo irresponsabile lavora per la divisione. Preservare accordo 28 giugno

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L'esito dell'incontro fra il PD e le forze sociali merita una qualche puntualizzazione. Sia chiaro innanzitutto un punto: con tutto quello che il Partito Democratico stesso pensa e dice della manovra, dovrebbe forse stupirsi di uno sciopero o di una qualsiasi altra forma civile di mobilitazione o di protesta?

Piuttosto, si prenda sul serio quello che diciamo da tempo. Noi rispettiamo l'autonomia di ogni scelta sindacale e siamo presenti laddove organizzazioni sociali e civili o movimenti sono in campo con obiettivi compatibili con i nostri. Saremo dunque presenti a tutte le diverse iniziative che i sindacati e le forze sociali vorranno assumere per chiedere correzioni alla manovra nel senso dell'equita' e della crescita.

Ma noi, che siamo un partito, facciamo il nostro mestiere e solleviamo oggi una questione politica molto seria. Ancora una volta, come risulta dalle dichiarazioni del ministro Sacconi al Senato, il Governo lavora per la divisione con una irresponsabilita' che, giunti a questo punto, lascia sgomenti. Se si vuole far vivere il prezioso patto del 28 giugno fra le parti sociali e' evidente che l'articolo 8 del decreto va eliminato o riformulato in modo accettabile per i contraenti. A questo fine noi vedremmo con favore, secondo ipotesi emerse nel confronto PD-forze sociali, una tempestiva riapertura di quel tavolo.

E' questa la nostra vera e grande preoccupazione: che non venga vanificata l'unica cosa positiva che si sia vista negli ultimi mesi in Italia e che il Governo, invece di valorizzare, vuole evidentemente compromettere. Infine, nel rispetto di ogni posizione sindacale, noi segnaliamo da sempre i rischi legati alla divisione del mondo del lavoro e incoraggiamo chiunque operi per una ricomposizione e per comuni strategie, soprattutto in momenti cosi' cruciali e difficili per il Paese. E' con questa ispirazione che terremo aperto quel confronto con le forze sociali che abbiamo positivamente avviato ieri.

 

Invia commento comment Commenti (1 inviato)

  • Inviato in data arnaldo de porti 75 anni giornalista indipendente, 25 Agosto, 2011 13:27:23
    IL PERICOLO PER GLI ITALIANI E’ INSITO NEL TEMPO CHE RIMANE ANCORA A BERLUSCONI FINO ALLA FINE DEL SUO MANDATO.. Ci sono certuni che, quando non vedono chiaro all’orizzonte, come per esempio Gheddafi che in questo momento non bada certo a salvare il suo ex-popolo, vanno giù con la mano pesante pensando che “perso per perso, tanto vale farla pagare agli insorti…” e quindi giù bombe, cecchini a iosa, lealisti a pagamento e quant’altro, per rendere difficile la vita a chi vorrebbe instaurare un legittimo clima di libertà e democrazia dopo decenni e decenni di tirannide. Ma se ciò potrebbe avere una insana ragione politica in un regime dittatoriale come è successo anche per le recenti vicissitudini belliche in Iraq (per inciso, prevedo che la fine del regime libico avrà moltissime analogie con quello di Saddam Hussein), queste cose potrebbero accadere anche in un regime democratico come il nostro, sia pur con sfaccettature molto diverse, ma alimentate da una spinta comune: la vendetta politica di chi non sa perdere e non vuol perdere…. Lo spunto per la considerazione che sto facendo mi viene dalla stampa di oggi, che registra : “Berlusconi prepara sorprese e pensa di azzerare le Province” - ed ancora – “il parlamento è sovrano, quindi può fare ciò che vuole” - ed ancora – “Angelino Alfano tirerà le fila nei gruppi parlamentari per…” ecc.ecc. Per me, queste dichiarazione last minute hanno tutto il sapore di un possibile stravolgimento delle istituzioni a colpi di maggioranza (che tale non è, come sappiamo) e che potrebbero, a causa di troppa improvvisazione messa in cantiere all’ultimo momento (come è successo per la finanziaria), determinare il caos nel Paese, soddisfacendo la perversione del “perso per perso..”, esattamente come sta facendo ora Gheddafi. Il momento è difficile, ma appunto perché tale, non si può improvvisare con l’azzeramento delle province, tra l’altro del tutto sbagliato almeno a mio avviso, ma si deve trovare il coraggio di fare le cose per gradi trovando le risorse non già scompigliando il già scompigliato contesto specificatamente istituzionale, ma dove i soldi ci sono subito e presto e cioè presso quelle fasce sociali che si sono arricchite falsando di proposito la parità dell’Euro a danno delle fasce a reddito fisso, come lavoratori e pensionati, che sono stati costretti a subire il cambio: mille lire uguale un euro, determinandosi così un allargamento in maniera spropositata la forbice fra ricchi e poveri. Ci sarebbero gli strumenti per farlo, come ho scritto più volte spiegandone persino i meccanismi, ma non c’è la volontà politica di farlo per motivi elettorali; infatti, questa gente privilegiata, è quasi tutta in quota centro-destra. Ho paura dei colpi di testa di Berlusconi che potrebbero ancora una volta pesare sulle fasce umili, su quelle meno abbienti, su quel ceto medio che questo governo ha fatto scomparire per sempre. Mi preoccupano anche quei politici, come ad esempio Casini and co., i quali ogni giorno non offrono una concezione chiara sulla loro posizione, dando l’impressione di stare un po’ qua ed un po’ là, a seconda del momento. Anche Di Pietro, sta sbagliando: non sono le province da abolire, ma le regioni, soprattutto quelle a statuto speciale. Il cittadino parla meglio con le istituzioni vicine, come province e comuni, e non certo con le Regioni che sono - come ripeto da anni – una vera sanguisuga delle risorse dello Stato. Qui si dovrebbe porre mano alla costituzione che, per chi lo ha dimenticato, esse sono andate a regime (per niente utile) dopo 30 anni dal loro inserimento in costituzione. Segno evidente che… Il discorso sarebbe lungo, ma purtroppo dovrei ripetermi ancora una volta su questo argomento, di cui anche l’Istat mi ha ragguagliato sui loro costi macroscopici di gestione, a mio parere quasi tutti da censurare, rispetto a quelli accettabili delle province. Ma chi mai ha ancora fiato per parlarne ? Io l’ho finito. Arnaldo De Porti