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Fëdor Dostoevskij… Più che la rivolta poté il rovello

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Dostoevskij è uno scrittore la cui vicenda personale si riassume interamente nel XIX secolo: nasce nel 1821 e muore sessant’anni dopo; nasce ventuno anni dopo il 1800 e muore diciannove anni prima che il secolo finisca. È ancor più all’interno del diciannovesimo secolo la sua produzione letteraria: tra l’incredibile esordio di “Povera Gente” e gli ultimi (?) aggiustamenti su “I Fratelli Karamàzov”, che anticipano di poco più di un anno la morte dell’Autore, passano trentasei anni. Eppure, Dostoevskij è soprattutto il narratore che ha interrogato il Novecento e la cui lunga cascata di domande, di nodi irrisolti, di suggestioni e delusioni, giunge largamente inesplorata ai giorni nostri. Il margine dell’esplorazione è spesso dato dallo sguardo di chi ammira. Dà della “res” quella particolare prospettiva: la prospettiva forse non snatura, ma alimenta di continuo l’esigenza del ripasso, del ripensamento, dello studio. Dostoevskij non è solo un pensatore cristiano, ad esempio, non solo perché la bellezza della sua opera, evidentemente, non si rivolge soltanto alla fede cristiana e, invece, interroga la sensibilità dell’ateo o quella del diversamente credente, ma perché nello stesso Autore è ammesso il binario aperto della contraddizione: lo slavismo e l’articolazione di una risposta al socialismo, la formazione militare e il rifiuto della violenza, l’attaccamento alla vita e i decenni di sofferenza. C’è, indubbia, la tentazione di far di Dostoevskij un figlio alla deriva dei suoi tempi, perché del discorso sulla rapida mutazione demografica, sociale ed economica russa, dalla Guerra di Crimea fino alla Rivoluzione d’Ottobre, Dostoevskij e la sua famiglia fanno pienamente parte. E sarebbe, però, poco probante e poco pregnante assumere come esaustivo un approccio particolaristico e riduttivo, che, ad esempio, non tenesse conto, se non sul piano simbolico, della sofferenza della malattia e del senso fugace, caduco e cagionevole che esso imprime o rischia di imprimere sulla vita. Non convince nemmeno la rilettura di un Dostoevskij conservatore o, peggio, al servizio della reazione. Su quest’ultimo aspetto, lo scrittore e filosofo russo ha buoni anni di galera alle spalle (per la partecipazione a un’associazione sovversiva, tra l’altro) da opporre a chi lo vede come un mero cantore di tempi andati, di troni che non furono adeguatamente difesi e di caste e classi che andrebbero nuovamente irrigidite e riconfermate nel nocciolo tradizionale del folklore russo. Ed è comunque ovvio che la vena della “conservazione”, nell’ultimo Dostoevskij, non è esclusivamente un’assunzione politica, semmai, forse, l’adattamento alla Storia della coscienza dell’uomo provato, che è un aspetto che poco ha a che vedere con lo zarismo e persino con le stesse istanze panslaviste elaborate negli anni precedenti. A cospetto di titoli come “Memorie dal sottosuolo”, “Il Giocatore”, “I Fratelli Karamàzov” (compreso quell’ulteriore episodio nella mente dell’Autore e mai giunto a maturazione, che aumenta il rammarico), “I Demoni”, “L’Idiota”… probabilmente non hanno avuto la stessa fortuna, anche nella ricostruzione critica, bibliografica e filologica, ma due opere come poche sanno dell’empatia di Dostoevskij verso la sorte degli “umiliati” e degli “offesi”, anticipando alcune tematiche importanti di tutta la vita dell’Autore: “Povera Gente” e “Delitto e Castigo”. La struggente impressione su carta dell’esistenza dei disagiati, nelle loro gesta quotidiane, nelle loro relazioni, anche le più intime (quando riescono a tesserle); il nichilismo sconfitto da Sonja (l’amore), prostituita dalla miseria e non dal vizio, dal ripensamento, dal tormento. Più che mandare a morte un’usuraia, servì far costituire il suo assassino?  
 
DOMENICO BILOTTI

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