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Le cifre di una sinistra con la esse minuscola

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Continua oggi la riflessione condatta dall'on. Besostri sui risultati elettorali. La parte che pubblichiamo di oggi, la seconda e conclusiva di questo studio, è dedicata alla Sinistra, con un appendice sui flussi elettorali tra Destra (D) CentroDestra (CD) Sinistra (S) CentroSinistra  (CS) dei partiti Regionali (R), distiguendo tra essi quelli alleati al CentroDestra (CD-R) rispetto agli altri. Ci sono poi liste di difficile collocazione che si è dovuto ragguppare nerlla categoria Altri (A). La circoscrizione Estero merita a sua volta un'analisi differenziata.

 Il rapporto tra Sinistra e Centro-sinistra e centristi all'interno dell'Unione del 2006 e dopo la sua rottura nel 2008, si racchiude nel confronto che segue.
    Nel 2006 (Senato) la Sinistra era composta da DS, Rifondazione Comunista, Insieme per l'Unione (Verdi, PdC), Rosa nel Pugno ed i Socialisti e una parte delle liste L'Ulivo.
    Tutte queste formazioni totalizzarono 10.927.918 voti pari al 31.985%. Il Centro-Sinistra era rappresentato dalla Margherita, dallo PSDI e dai Repubblicani Europei e la restante quota dell'Ulivo.
    Il totale dei voti era di 3.803.214, pari al 11,485%.
    La componente centrista era rappresentata dalla sola Italia dei Valori con 986.191 voti, pari al 2,89%.
    Nel 2008 il drammatico rovesciamento dei rapporti di forza, tutta la sinistra (Sinistra Arcobaleno, Partito Socialista, Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica) ottiene 1.654.432 voti, pari al 5,046%.
    Il Centro-sinistra rappresentato dal solo PD ha 11.042.325 voti pari al 33,695% e l'Italia dei Valori da sola con 1.414.118 voti e il 4,315% rappresenta un centrismo di poco inferiore al complesso della sinistra, uno 0,7% in meno, ma con il vantaggio di essere forza omogenea.
    Per le Camere il raffronto tra sinistra e centro-sinistra nel 2006 e nel 2008 è più complicato perché DS, Margherita e Repubblicani Europei più altre formazioni minori si presentavano in una sola lista, quella dell'Ulivo, che per di più presentava candidati di altre formazioni presenti autonomamente al Senato, come i Pensionati, il PSDI ed i Repubblicani Europei e i Socialisti. Tale fatto, tra l'altro, smentisce la leggenda che l'Ulivo alla Camera, inteso come somma DS e Margherita, fosse andata meglio che al Senato.
    Infatti i voti dell'Ulivo Camera 11.930.983, pari al 31,27%, non vanno confrontati al Senato con la sola somma di DS e Margherita (5.977.347 e 3.664.903 pari rispettivamente al 17,5% e al 10,73%), bensì a quella somma più i Pensionati (477.226 pari al 1,40%), PSDI (57.343 e 0,17%), Repubblicani Europei (51.219 e 0,15%) e l'Ulivo (59.498 e 0,17%) e, quindi, con il totale di 10.287.536 voti, pari al 30,12%, un modestissimo 1,15% in più, che è altra cosa del +3,04% comunemente accreditato.
    La modesta differenza del corpo elettorale più numeroso della Camera, che comprende per 7 classi di età in più di giovani elettori, fascia di elettorato che nel 2006, a differenza che nel 2008, votò in maggioranza per il centro-sinistra dell'Unione.
    La sola estrapolazione possibile è quella allora di attribuire alla Sinistra la stessa percentuale dei voti dell'Ulivo pari a quella dei DS al Senato, che perciò sottostima il voto disgiunto Camera Senato all'interno della Sinistra: al Senato, infatti, Rifondazione ottenne il 7,37% rispetto al 5,84% della Camera.Nel 2006, quindi, la Sinistra ottenne la somma di DS 6.676.835 (17,5%), Rifondazione 2.229.464 (5,84%), Rosa nel Pugno 884.127 (2,60%), Comunisti Italiani 877.052 (2,32%), Verdi 784.803 (2,3%) e Socialisti 115.066 (0,30%) pari a complessivi 11.567.347 voti, pari al 30,86%.
    Nel 2008 Sinistra Arcobaleno 1.124.418 (3,084%), PS 355.581 (0,975%), PCL (208.394 (0,571%) e Sinistra Critica 167.673 (0,459%) hanno totalizzato 1.856.066 voti, pari al 5,845%. Si tratta di una perdita secca di 9.711.281 voti e di 25,01 punti percentuali, determinata dalla dislocazione di DS da sinistra al centro-sinistra e del dissolvimento della Rosa nel Pugno, le cui componenti radicali e socialiste dissenzienti si sono ugualmente trasferite nel PD.
    La perdita di influenza della Sinistra Arcobaleno è ugualmente forte limitando il confronto ai voti di Rifondazione, Comunisti Italiani e Federazione dei Verdi nel 2006, che complessivamente avevano ottenuto (2.229.464 + 874.052 + 784.803) 3.888.319 voti e il 10,46%, mentre nel 2008 1.124.418 voti ed il 3,084%, una perdita secca di 2.763.901 voti. Le formazioni a sinistra di SA, come il Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica, ne hanno raccolto le briciole, cioè rispettivamente 208.394 e 167.673 voti, per un totale di 376.067 voti pari al 1,03%.
    Tra le elezioni del 2006 e quelle del 2008 vi è stato un 3% di astenuti in più, ma ciò consente di recuperare dal centro delle perdite, con la presunzione di attribuirle tutte alla sinistra radicale, 1.511.443.
    Non sono ancora noti i dati di aumento rispetto al 2006 delle schede invalide (bianche e nulle). Se vogliamo consolarci, potremmo dire che le perdite della Sinistra Arcobaleno sono tutte confluite in diverse espressioni di non voto, dall'astensione al voto invalido, ma non ci sono elementi obiettivi per suffragare una tale ipotesi. Da una serie di rilevazioni sui flussi elettorali appare chiaro, o quantomeno fortemente probabile che vi è stato uno spostamento dalla sinistra al centro-sinistra ed addirittura al centro-destra con il voto di strati popolari e di giovani alla Lega Nord.
    Ricollegando queste considerazioni a quelle svolte nella prima parte di questa analisi del voto, risulta un generale spostamento verso il centro e la destra di quasi 6 milioni di voti, che comprendono quote di voto della Sinistra Arcobaleno e dei socialisti, se si raffrontano i voti del PS con quelli della Rosa nel Pugno.
    Quindi, non è vero che a sinistra, o perlomeno nel suo elettorato, vi sia stata una condanna di un presunto moderatismo della sinistra: è molto più probabile che l'elettorato di sinistra abbia dato allo stesso tempo un giudizio negativo del governo Prodi, ma ancor di più dell'apertura della crisi.
    Se la protesta contro i gruppi dirigenti dei partiti di sinistra ha avuto questo segno, vi è semmai l'insoddisfazione per l'inesistenza di una sinistra di governo o, comunque, in grado di occupare lo spazio politico già dei DS.
    La convinzione che lo scioglimento dei DS nel PD lasciasse liberi spazi a sinistra si è rivelata errata. Certamente a ciò ha contribuito la legge elettorale ed il meccanismo del voto utile per contrastare Berlusconi, di cui ha massicciamente approfittato il PD senza, peraltro, che Veltroni riuscisse ad impedire il massiccio spostamento verso il centro-destra di consistenti quote anche del suo elettorato potenziale. L'insuccesso del PD sarebbe stato ancora più evidente senza il recupero di voti della sinistra.
    La posizione del PD appare meno tragica di quella della sinistra, in quanto ha pur sempre una consistenza del 33% e, perciò, è in grado di esercitare una attuazione sia per ragioni politiche, sia, parliamoci chiaro, per ragioni di collocazione personale di settori di quella casta presente nei partiti, che di politica ha sempre vissuto, e che non ha le competenze professionali di riciclarsi altrove.
    Il condizionamento dei gruppi dirigenti e dell'apparato che li circonda è uno dei nodi da sciogliere, insieme a quelli politici, per ogni serio rinnovamento della sinistra. L'urgenza di essere rieletti ha condizionato sia la formazione della Sinistra Arcobaleno che le modalità dell'operazione, basta guardare alla formazione delle liste bloccate per capire.
    Tuttavia sarebbe un errore addebitare tutto alla legge elettorale e a Veltroni l'insuccesso delle sinistre. Con la stessa legge elettorale l'UDC di Casini ha superato il 5% e la Destra di Storace ha raccolto il 2,43%, cioè neanche uno 0,70% meno della sinistra e 500.000 voti più dei socialisti.
 Con queste considerazioni non si vuole togliere nulla all'entusiasmo di militanti e cittadini che hanno partecipato alle fasi costitutive della Sinistra Arcobaleno da un lato, che al progetto di Costituente socialista dall'altro.
    Gli scenari politici futuri non possono prescindere dalla legge elettorale e delle possibili riforme della stessa per via parlamentare o referendaria. Sia in un caso come nell'altro lo scenario sarà ancora più cupo. Il referendum, a questo punto, apparirà come una manna per il PdL e il PD, specie se i rapporti interni alle coalizioni dovessero tendersi.
    La Lega Nord scalpita nel fronte berlusconiano e Di Pietro, con la sua Italia dei Valori (quali?) già ha annunciato la prima rottura, con la formazione di suoi gruppi parlamentari autonomi.
    La tentazione di abolire le coalizioni sarà forte perché il condizionamento degli alleati, sia che si chiamino Bossi o Di Pietro, disturba la concezione personalistica del capo, della sua onnipotenza, prodotto e causa dell'investitura carismatica e plebiscitaria della legge elettorale e della mediatizzazione della politica.
    A fronte delle prime intemperanze di Bossi da AN gli hanno ricordato che il PdL avrebbe vinto anche senza la Lega Nord. Se passa la riforma referendaria della legge elettorale la lista unica diventa obbligatoria, ma ciò significherebbe la perdita di identità per la Lega e l'Italia dei Valori, cioè la perdita della ragione del loro successo, migliore di quello delle rispettive coalizioni.
    Nelle contestuali elezioni amministrative il peso della Sinistra Arcobaleno e del PS si è rivelato maggiore delle politiche: l'elettorato è sempre meno ideologico e fedele. Ogni voto è, quindi, come fosse dato in prestito pronto ad essere ritirato in caso di delusione.
   Nel 2009 ci saranno sia elezioni amministrative che europee. Ogni nuovo appuntamento politico è rimandato all'esito di quelle consultazioni, ma che vanno preparate da subito.
    La legge elettorale vigente, per le europee proporzionale e senza soglia di sbarramento, consentirà a forze politiche escluse dal Parlamento nazionale di essere presenti in quello europeo.
    Colpi di coda non sono esclusi, sia introducendo una soglia di sbarramento, sia regionalizzando la circoscrizione, con ciò elevando di fatto il quoziente elettorale.
    Il PD al di là dell'ottimismo di facciata dovrà imparare presto a far di conto: se vuole vincere, deve riannodare un rapporto a sinistra. Soltanto un'alleanza riformatrice può sconfiggere la destra intorno a Berlusconi.
    Una tale alleanza deve fare i conti col passato e dimostrare al proprio elettorato di aver capito la lezione.
    Non si può improvvisare un passo avanti per volta è meglio che correre verso il baratro o l'ignoto.
    L'appuntamento europeo dovrebbe favorire aggregazioni europee, la prima delle quali, nell'Unione Europea, è quella socialista.
    Tuttavia non basta riunire i socialisti, occorre anche innovare con un forte segno di discontinuità, non rispetto alla storia ed ai valori del socialismo, bensì alla struttura chiusa ed autoreferenziale, non superata dalla fase costituente affrettata ed incompiuta.
    Il raggruppamento di tutta l'area socialista del PS e di SD dovrebbe essere il primo passo per la costituzione di un partito federale e federativo del Lavoro e del Socialismo interlocutore di un movimento sindacale autonomo ed unito.
    Un partito federativo, cioè non esclusivamente territoriale, ma tematico ed aperto ai soggetti più diversi, che siano espressione della società civile. Un partito federale, cioè dotato di una forte autonomia delle istanze sub statuali: l'attuale struttura, che privilegia le aggregazione provinciali in diretto rapporto con l'organismo direttivo ed esecutivo nazionale, si è rivelata perdente.
    Un tale partito non ha l'autorità per influire sull'attività di governo e normativa delle Regioni, che dopo la riforma del Titolo V della Costituzione sono depositarie di poteri consistenti, paragonabili, al pari delle comunità autonome spagnole, a quelli di articolazioni territoriali (Laender tedeschi o Cantoni svizzeri) di uno stato federale.
    Le articolazioni sub regionali hanno una funzione interna di organizzare il consenso congressuale o di funzionare come terminali elettorali: non raccolgono e rielaborano più le istanze, che provengono dalla società, nel migliore dei casi sono canali di una propaganda elaborata al centro. È inconcepibile come una articolazione istituzionale, come la Provincia che dovrebbe sparire per far posto a Città Metropolitana ed Unioni di Comuni, costituisca tuttora l'ambito privilegiato dell'organizzazione partitica.
    Non c'è democrazia senza controllo democratico. Tale controllo, espressione del pluralismo della pubblica opinione, quasi non esiste a livello regionale ed europeo. Guardiamo fuori dai nostri confini: d'altro canto dall'estero sono giunti anche segnali positivi in queste elezioni.
    La percentuale dei Socialisti e della Sinistra Arcobaleno è alla Camera del 6,934% e della sinistra nel suo complesso del 7,5%.
    Al Senato Socialisti e Sinistra Arcobaleno hanno il 5,81% e il 6,43% con Sinistra Critica.
    Sempre poco ma meglio del 4,06% dell'Italia di PS e SA alla Camera, che arriva al 5,12% con PCL e SC.
    Certamente potremmo passare il tempo a discutere di falce e martello sì o falce e martello no, per aggrapparsi ad un simbolo identitario, che nelle circostanze attuali assomiglierebbe sempre più ad un'insegna da stele funeraria, lasciando perdere l'individuazione di concrete azioni e punti programmatici su ambiente, diritti civili, pace, laicità, occupazione, costo della vita, mobilità, difesa del potere d'acquisto di salari, stipendi, pensioni e compensi professionali, sicurezza pubblica e sociale, nel territorio e nei luoghi di lavoro, fiscalità e livello, quantitativo e qualitativo, dei servizi pubblici. (2/2 - Fine)(ADL)

 

 

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