Privacy Policy politicamentecorretto.com - Presentazione dell’XIII Rapporto sulla legislazione tra Stato, Regioni e Unione europea NUOVI MODELLI DI GOVERNANCE EUROPEA: QUALI SPAZI PER IL COORDINAMENTO TRA LE ASSEMBLEE LEGISLATIVE ?

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Presentazione dell’XIII Rapporto sulla legislazione tra Stato, Regioni e Unione europea NUOVI MODELLI DI GOVERNANCE EUROPEA: QUALI SPAZI PER IL COORDINAMENTO TRA LE ASSEMBLEE LEGISLATIVE ?

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Perugia, 4 novembre 2011

Relazione (Sintesi)
del Vice Presidente del Senato, Sen. Chiti

 

 

 

 

 

Vice Presidente Bindi,
Vice Presidente Goracci,
alla Presidente Marini, Presidente Boni,

1) Il Rapporto 2011 sulla Legislazione tra Stato, Regioni e Unione Europea nella nota di sintesi, prende in esame modelli di governance in due settori chiave: economia  e immigrazione.  Sono due campi, come sottolinea il Rapporto, in continua e rapida evoluzione.
Al tempo stesso in entrambi appaiono evidenti processi di globalizzazione e interconnessione.
I territori sono chiamati in causa e con essi la funzione delle istituzioni più vicine ai cittadini. Il rilievo di queste tematiche consente una verifica delle questioni per noi centrali - il vero filo conduttore del Rapporto annuale -: il ruolo delle Assemblee legislative all'interno dei percorsi decisionali a livello europeo e globale.
2) Una prima valutazione occorre darla sulle novità intervenute a livello europeo, dopo l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
Il mio giudizio è questo: sul tema della governance europea sono intervenute innovazioni significative - il cosiddetto Semestre europeo - nel senso di un più forte coordinamento e indirizzo sulle scelte dei Paesi membri. La crisi, che ancora in questi giorni sta colpendo con la sua virulenza i Paesi europei, ed ancor più l'Italia, ci dice in modo evidente che questo ruolo dell'Unione- Parlamento Europeo, Commissione, Consiglio - è ancora insufficiente e inadeguato. Non è in grado di superare la dualità tra responsabilità europee sulla moneta comune e competenze degli Stati membri sulle scelte economiche.
Né risulta soddisfacente lo stesso ruolo politico complessivo dell' Unione rispetto ai compiti della Banca Centrale Europea.
Ne discende - oltre che per scelte di tipo politico, dovute agli equilibri nel Parlamento Europeo e nei Paesi membri - la mancanza di attenzione - meno che mai di considerazione prioritaria - per indirizzi che uniscano risanamento, sviluppo, lotta alle povertà, riduzione delle disuguaglianze.
Nel campo delle migrazioni il ruolo dell'Unione Europea è ancora di minore spessore: mancano ancora indirizzi comuni, efficaci, uniformi e vincolanti per i Paesi membri.
Più in generale a me pare ad oggi di gran lunga al di sotto delle aspettative lo sviluppo - pur contenuto nel Trattato di Lisbona - di politiche europee per la politica estera e di sicurezza.
Basti vedere le contraddizioni dell'Europa e dei singoli Stati di fronte alla primavera araba; più di recente i voti differenziati all'UNESCO riguardo all'ammissione dell'Autorità palestinese.
Per quanto ci riguarda - in relazione ai temi delle migrazioni - voglio sottolineare la insufficienza ancora esistente nella legislazione italiana, che non si è dotata di una legge specifica sull'Asilo politico, considerando alla stregua di immigrati non regolari quanti fuggono da guerre o disastri ambientali. Al tempo stesso non diviene italiano - a differenza della Francia - il bimbo che nasca nel nostro paese, figlio di immigrati.
Il Rapporto non fa cenno ad una questione di rilievo che rischia di ostacolare lo sviluppo della cooperazione tra Parlamenti nazionali e Parlamento Europeo proprio sul tema di primo rilievo delle politiche estere e di sicurezza: dopo il superamento dell' UEO (Unione Europea Occidentale), non si è ancora trovata un'intesa per definire la composizione della Commissione Interparlamentare che dovrà sostituirla per le divergenze sul numero dei membri del Parlamento Europeo che dovranno farne parte.
Mi auguro che la prossima conferenza dei Presidenti dei Parlamenti dell' UE decida una soluzione condivisa, ma in questo momento su un tema decisivo come le relazioni internazionali e la sicurezza, la cooperazione tra Parlamenti Europei e Parlamento nazionale sta segnando il passo.
3) Torniamo alle insufficienze del ruolo complessivo dell'Unione Europea.
Quali le cause di fondo?
Soprattutto quali risposte si impongono?
La risposta è quella di rafforzare le competenze europee e determinarne una gestione legata al metodo comunitario, invertendo una tendenza venuta avanti in questi anni di rinazionalizzazione e di affermazione del metodo intergovernativo.


‟Governance” è una nozione che si va consolidando anche nell'opinione pubblica europea, attraverso lo stesso intervento dei media. Esprime la necessità di un sistema di governo adatto alle esigenze di un contesto come quello europeo, equiordinato, che esige la partecipazione di una pluralità di soggetti, nel quale gli Stati-Nazione operano in primo luogo come Stati-Membri.
Le conseguenze della governance sugli ordinamenti interni sono state profonde, ma - per quanto ci riguarda - sono potute avvenire all'interno di schemi che la nostra Costituzione aveva saputo determinare in anticipo, con le lungimiranti previsioni contenute in suoi decisivi articoli, tanto che Piero Calamandrei parlava, a questo riguardo, di ‟Costituzione presbite”, che vedeva bene anche le cose lontane.
Se già l'art. 10 dispone infatti la conformazione dell'ordinamento interno a quello internazionale, l'art. 11 - come ha ricordato ancora di recente il Capo dello Stato - consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; insieme promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Dobbiamo saper rinnovare con indirizzi e comportamenti coerenti la consapevolezza che l'Unione europea, sessant'anni fa avvertita e vissuta come una straordinaria opportunità, oggi sia ancor più considerata una scelta giusta e necessaria: non solo nessun Paese può farcela da solo ad affrontare le grandi sfide , ma ogni Paese può pretendere dagli altri il rispetto dei patti sottoscritti, un rispetto che è alla base dell'esistenza stessa dell'Europa come Unione e - per chi ne fa parte della stessa sua moneta unica, l'euro.
Richiamo, a questo proposito, quanto ha detto, il 25 ottobre, il Presidente della Repubblica, Napolitano: "Nessuno minaccia l'indipendenza del nostro paese o e' in grado di avanzare pretese da commissario. Ma da 60 anni abbiamo scelto - secondo l'articolo 11 della Costituzione e traendone grandissimi benefici - di accettare limitazioni alla nostra sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati : e lo abbiamo fatto per costruire un'Europa unita, delegando le istituzioni della Comunità e quindi dell'Unione a parlare a nome dei governi e dei popoli europei".
Come ho già detto, molte delle difficoltà con le quali in questi anni dobbiamo misurarci discendono dal convivere di una  politica monetaria sovranazionale con politiche di bilancio nazionali.
Nelle sfide di un mondo globale, nei campi ormai sottratti a competenze di ordine nazionale, dove c'è meno Europa le cose tendono a funzionare peggio rispetto ai settori nei quali l'Europa è più presente.
Emergono i limiti di un ruolo troppo debole dell'Unione Europea, anche se spesso quella debolezza è causata da resistenze degli Stati nazionali a concedere spazi di sovranità. Così che gli stessi governi da un lato perseguono obiettivi di "Europa minima", cercano di imporre la rinazionalizzazione di competenze già europee, dall'altro in caso di necessità invocano l'Europa.
Se l'esigenza di coordinamento è crescente, in tutti i settori, lo sforzo di coesione deve essere correlativamente maggiore. Il Rapporto lo evidenzia quando - a proposito della governance - ricorda  che quattro grandi Paesi europei (la Germania, la Spagna, la Francia e l'Italia) hanno intrapreso - e nei primi due casi completato - importanti modifiche costituzionali sul pareggio di bilancio. In questi termini è la prima volta - ed è assai significativo - che il coordinamento europeo porta a conseguenze che richiedono una  revisione costituzionale.
Si è in ogni caso di fronte ad un accresciuto ruolo dei Governi nazionali nelle negoziazioni e decisioni di carattere europeo: lo stesso asse franco-tedesco, un tempo giusto e fondamentale per dare avvio all'Europa unita, oggi non può corrispondere alle necessità di una Unione di 27 Stati-membri, bisognosa di evolvere verso una democrazia sovranazionale compiuta.
Tutto ciò non è positivo né all'altezza delle sfide, e si accompagna spesso ad uno svilimento di fatto nei vari paesi della funzione dei Parlamenti. Gli stessi Parlamenti, consolidando le occasioni di collaborazione tra di essi e con il Parlamento europeo, devono sempre più essere impegnati nelle scelte relative alle politiche europee.
È necessario che qualunque azione venga sempre e infine ricondotta alle sedi parlamentari, le sole legittimate a incidere sui diritti fondamentali dei cittadini.
In caso contrario non si procederà nella costruzione - resa ormai urgente - di una democrazia sovranazionale europea, perché essa risulterà priva di robuste fondamenta e dunque separata dai suoi popoli. Ci sono segnali forti che ci manifestano oggi, in molti paesi europei, l'emergere di questo distacco.
Ho parlato di Parlamenti ma è più corretto dire Assemblee legislative, dal momento che le Regioni sono parte integrante ed importante di questo sistema, non solo in Italia, ma nella gran parte delle nazioni europee: le Regioni sono un fondamentale soggetto istituzionale della democrazia moderna. Non possono essere considerate marginali nella nuova governance, anche perché nessuna emergenza finanziaria ha in sé il potere di revocare il pieno funzionamento del patto democratico.
Significativo - al riguardo - appare quanto recentemente è accaduto in Germania, un Paese che riveste un ruolo primario nell'Unione. In un'attesa e seguita sentenza dello scorso settembre, la Corte costituzionale tedesca ha infatti affrontato - e respinto - le questioni di legittimità costituzionale che erano state sollevate nei confronti delle norme federali sugli aiuti alla Grecia e sul meccanismo europeo di stabilizzazione  degli equilibri finanziari, attraverso il cosiddetto Fondo "Salva Stati". La Corte ha giudicato legittimi quegli interventi, ma ha teso a determinare al tempo stesso un rafforzamento dei diritti di partecipazione del Bundestag.
Il ragionamento sviluppato dalla Corte  è stato proprio centrato sui limiti alla sovranità che uno Stato può accettare. Secondo i Giudici Costituzionali della Repubblica federale tedesca il fondamentale diritto al voto non significa solo conferire “una formale legittimazione al potere statale”, ma è più ampiamente una garanzia che i cittadini restino sostanzialmente titolari della sovranità popolare, che non può essere svuotata da trasferimenti di compiti e poteri.
L'ineccepibile conseguenza è stata che il Governo è tenuto a richiedere l'approvazione preventiva del Parlamento (in quel caso: la Commissione Bilancio del Bundestag) sulle ulteriori misure finanziarie che intenda adottare.
Accanto a questo, sono rilevabili altri importanti segnali che testimoniano un rafforzamento del ruolo dei Parlamenti nella gestione de ‟la politica pubblica al tempo della crisi”.
Il Rapporto si sofferma  sul positivo ruolo esercitato dal Parlamento europeo nel corso dell'approvazione - alla fine dello scorso settembre - della nuova legislazione sulla governance europea, per i contenuti costruttivi ed innovativi che ha saputo  introdurre rispetto all'originaria proposta, un ruolo cui ha reso omaggio anche il Presidente uscente della BCE Trichet . La nuova governance deve caratterizzarsi anche per l'attenzione e la sensibilità nei confronti di un necessario equilibrio tra esigenze finanziarie ed esigenze sociali.
Senza un tale equilibrio - che non sempre e soprattutto non in ogni paese si realizza - la stessa Unione Europea rischia di subire delle umilianti sconfitte, l'attenuarsi di un'idea forza che la sostenga: ma un tale equilibrio resta un miraggio senza una voce forte, un contributo autorevole ed efficace delle Assemblee legislative.
L'Europa non può essere una democrazia sovranazionale se vive solo nella dimensione intergovernativa, monopolizzata dalle Cancellerie, ancor più quando sono in gioco i diritti sociali e le ragioni di un nuovo sviluppo, ancorato rigorosamente alla sostenibilità.


4) Sul piano nazionale. Quale è stato il ruolo delle Assemblee Elettive, rispetto al governo (nazionale), sui temi al centro del Rapporto, ed anche su quello del federalismo fiscale? Il Rapporto evidenzia che le politiche del Governo si sono realizzate attraverso decreti-legge e leggi-delega.
Quale è stato il ruolo svolto dalle Assemblee Legislative nazionali e regionali? Di gran lunga insufficiente: non si è manifestata alcuna inversione di tendenza rispetto ad un ruolo di sostanziale marginalità
Le Regioni hanno svolto una funzione importante nell'affrontare l'emergenza migratoria, a seguito della caduta dei regimi autoritari in Tunisia ed Egitto e della guerra civile in Libia:  ma ciò è avvenuto in un secondo tempo, quando hanno preteso un ruolo da protagoniste nell'organizzare l'assistenza e la modalità di articolarla sul loro territorio.
Le Regioni, anche a livello di esecutivi, non solo di Assemblee elettive, sono state escluse da un ruolo reale di co-decisione, anzi anche solo di vera partecipazione nelle scelte di politica economica, comprese le misure di risanamento.
Questo ruolo oggettivamente subalterno  ha contraddetto e in buona parte vanificato le stesse impostazioni contenute nei decreti di attuazione del federalismo fiscale.
Il Parlamento Nazionale non è stato investito nel modo che sarebbe stato indispensabile e giusto, sul Programma nazionale di riforme e sulle linee della legge di stabilità da presentare all'Unione. Da notare che l'ultima Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti Europei ha deciso di tenere un incontro annuale a maggio delle Commissioni Bilancio dei Parlamenti Nazionali e di quella del Parlamento Europeo. Ancora di più, in questo quadro, si rende necessario un coinvolgimento significativo di Parlamento e Assemblee Elettive Regionali, nelle fasi di impostazione delle nostre politiche.
5) Alcune considerazioni, infine, sul compito nostro per rendere il Parlamento ancor più in grado di svolgere la propria funzione.

Vi è piena consapevolezza di come, alla luce dei più recenti avvenimenti, le situazioni di emergenza premano sulle procedure ordinarie.
Il Rapporto  si sofferma sulla difficile relazione tra riforme ordinamentali e normativa d'urgenza, in particolare per quanto concerne il federalismo fiscale.
Come in una curiosa coincidenza numerica, è accaduto che leggi come la n. 42 del 2010  (interventi urgenti sugli enti locali) si siano sovrapposte ad una legge come la n. 42 del 2009  (sul cosiddetto federalismo fiscale). Vale a dire: ciò che più negativamente incide sull'esigenza di interventi strutturali, articolati e programmati nel tempo, costruiti e condivisi da una larga base politica e territoriale, è la logica emergenziale che si sussegue - di provvedimento in provvedimento - senza la necessaria partecipazione e, talvolta, in netta controtendenza rispetto ai percorsi definiti in sede di riforma che si sarebbe voluta ed era stata definita come strutturale.
In realtà i singoli interventi di riforma possono richiedere tempi diversi, scadenzarsi in fasi successive: questa è spesso inevitabile. La stessa attuazione delle riforme richiede un processo: non può essere istantanea. Ma se manca - come spesso sta avvenendo in Italia - una visione d'insieme, un progetto unico che regga in modo coerente l'articolarsi delle singole riforme, allora l'esito diventa quello di una serie di atti contraddittori, inefficaci, quando non negativi.
Il non avere affrontato con una contemporaneità di decisione legislativa, federalismo fiscale e nuova Carta delle Autonomie è stata, secondo me, una delle cause della contraddittorietà del procedere.
Oggi le misure prese per il risanamento finanziario e l'improvvisazione con cui si è dato vita a interventi relativi a Regioni, Comuni e Province, hanno determinato un impoverimento delle nostre Autonomie territoriali, non solo dal punto di vista delle risorse, ma ancor prima delle responsabilità e dei poteri reali.
Il TUEL, Testo unico degli enti locali del 2000, già bisognoso di adeguamento per la sopravvenuta approvazione del nuovo Titolo V della Costituzione, appare, per molti versi, ancor più obsoleto. Norme relative al patto di stabilità, norme d'urgenza, provvedimenti rubricati come ‟costo della politica” in ambiti nei quali si dovrebbe avere a cuore l'efficienza della democrazia, interventi di modifica di assetti appena raggiunti sul ‟federalismo fiscale”, stanno erodendo, anzi mortificando dall'esterno un sistema che sembrava volto a raggiungere una sua coerenza anziché dare ordine, meglio precisare gli assi portanti, superare le lacune che ne penalizzavano l'efficacia e rendevano problematica e troppo complessa l'attuazione. Si è - come in un puzzle - smontato, confuso e di fatto azzerato quasi tutto.  La ‟Carta dalle Autonomie”  , la cui mancata approvazione - lo ribadisco - rendeva fragile l'impianto del cosiddetto Federalismo Fiscale, stenta a procedere, perché il confronto parlamentare deve rimodularsi ogni volta su uno scenario che cambia continuamente.
L'emergenza non può essere assunta come il principale riferimento dell'azione riformatrice. È vero anzi il contrario e non esiste una ragione valida per cui all'emergenza si debba rispondere con il disordine, e meno che mai con il disordine normativo.
Anzi, tanto maggiori sono le ragioni dell'emergenza, tanto più forte è l'esigenza che la risposta sia, oltre che tempestiva, chiara e coerente.
Di più: se le riforme fossero state realizzate per tempo e con un'ampia intesa - trattandosi in questo caso delle istituzioni della nostra democrazia - oggi saremmo più in grado di far fronte alla stessa crisi.
La tenuta del sistema delle Fonti normative non contraddice, ma anzi garantisce l'adeguatezza della risposta all'emergenza. La crisi - anche nei più aspri profili dovuti all'emergenza - si affronta più efficacemente, non meno efficacemente, nel Parlamento.
Il Rapporto ricorda  come il Parlamento abbia saputo dimostrare, grazie ad un alto grado di responsabilità delle forze politiche, prontezza e capacità di risposta nella conversione dei tre decreti-legge di questa estate, al di là della differenza nelle valutazioni di merito e nella conseguente espressione del voto. Il decreto-legge n. 98 del 6 luglio - in particolare - è stato definitivamente approvato il 15 luglio, concludendo il suo iter parlamentare in meno di dieci giorni. Nel complesso, le forze politiche si sono confrontate in Parlamento con tre decreti-legge in un arco di tempo compreso tra il 13 maggio ed il 13 agosto .
Anche sotto il profilo dei contenuti l'iter parlamentare è del tutto in grado - se vi è volontà delle maggioranze di un'apertura al confronto - di consentire la più ampia riconsiderazione di tutti i temi, così come l'emergere di nuove prospettive: lo dimostra, almeno in parte, il contributo in contenuti offerto dalle Camere durante l'esame della ‟manovra-bis” di agosto ; lo dimostra il ruolo della Commissione bicamerale nel definire i provvedimenti delegati sul federalismo fiscale.
Quello che appare gravemente carente è al tempo stesso il grado di coinvolgimento delle Autonomie  locali e delle Regioni, chiamate ad impegni gravosi e pressanti ma da una posizione subalterna, sostanzialmente al di fuori dei circuiti decisionali.
Questo tema della necessità di portare le Autonomie territoriali all'interno delle sedi decisionali evoca chiaramente quello - più ampio - delle riforme istituzionali - a partire dalla riforma di Camera e Senato - per l'inderogabile necessità che Autonomie e Parlamento, per così dire, ‟facciano sistema”.

Il tema delle riforme non può essere né banalizzato, come avviene negli slogan dell'antipolitica, né impoverito appiattendolo esclusivamente sull'aspetto della rapidità di decisione.
La semplificazione del sistema politico-istituzionale è certamente opportuna, ma essa non può esaurirsi in una confusa e approssimativa corsa alla mortificazione delle Assemblee elettive. La qualità di funzionamento delle istituzioni della democrazia, la loro vicinanza ai cittadini è ciò che più conta perché la democrazia - quella nazionale come quella europea - non si può ridurre alla selezione e poi alle scelte dei Capi degli Esecutivi.
Non si può affrontare la questione del superamento delle Province, se nello stesso tempo non si ha chiaro quanti dovranno essere i Comuni, le competenze ulteriori da attribuire loro, lo stesso configurarsi delle Regioni. Ha un senso logico dal punto di vista istituzionale prevedere l'abolizione delle Province che hanno meno di 300.000 abitanti, mentre vi sono Regioni che non superano quel numero? Ancora: è una riforma o configura un misero vestito di Arlecchino per l'Italia quella che prevede che domani, in luogo delle attuali Province, le Regioni d'intesa con i Comuni potranno dar vita ad un ente intermedio di secondo grado, oppure elettivo, oppure decidere che non esiste alcun ente intermedio?
Il Premio Nobel per l'economia Amartya Sen  ci ha ricordato come la democrazia non significhi solo ‟votare”, ma anche e soprattutto ‟discutere”. Occorre dunque il dibattito e il confronto, ed in questa prospettiva le Assemblee legislative, ed in esse le Commissioni parlamentari sono sedi efficaci e insostituibili.
Oggi, ad esempio, le Commissioni - al momento dell'esame referente dei principali provvedimenti economici - effettuano audizioni delle Conferenze e delle Associazioni delle Autonomie territoriali, così come avviene per le Parti sociali. Iniziative opportune e utili, ma le consultazioni non possono sostituire i metodi di un coinvolgimento istituzionale.
Correttamente il Rapporto  si chiede come i provvedimenti nazionali da adottare in conseguenza dei vincoli europei potranno efficacemente raccordarsi con la voce del sistema delle Autonomie.
Chi, come i componenti delle Assemblee elettive, è chiamato a rispondere di fronte agli elettori, deve essere messo in grado non solo di partecipare ad un confronto ma di partecipare in modo efficace a delle decisioni, concorrendo effettivamente alle scelte di cui poi risponderà.
Il Parlamento viene descritto talvolta come un sistema bloccato, un motore che gira a vuoto, assurdamente lento nelle risposte, rispetto alle veloci dinamiche economico-sociali imposte dal nostro tempo. Altre volte è identificato - con argomenti di segno opposto - quale causa di una normazione ipertrofica, ostacolo ad una più auspicabile deregolamentazione.
Sono argomenti contraddittori, che si elidono reciprocamente: contengono aspetti parziali di verità; indicano la necessità di una riforma del Parlamento, ma in alcun modo possono fornire giustificazioni fondate per una messa in mora della democrazia rappresentativa. Quest'ultima resta, anche nel tempo della globalizzazione, l'organizzazione dello Stato e della società più avanzata e in grado di garantire la libertà e responsabilità delle persone e il progresso dei popoli.
Il miglioramento dell'attività parlamentare, non è legato soltanto alle decisive riforme che riguardano il superamento del bicameralismo perfetto e alla riduzione del numero dei parlamentari: vi sono spazi d'intervento, da tempo individuati ma mai fino ad ora ricondotti ad una decisione, che si riferiscono ai regolamenti, a modi differenti di collegare lavori delle Commissioni e quelli dell'Aula; alla necessità anche di un cambio generale della cultura istituzionale, tendente a sopravvalutare la fase della normazione - spesso divenuta confusa e contraddittoria - e a sottovalutare quella, sempre più decisiva e da noi quasi del tutto inefficace, del controllo.
La rete delle Assemblee legislative può dare un contributo importante nella crescita e nella diffusione delle migliori pratiche parlamentari e ciò non solo nel rapporto tra Parlamento nazionale ed Assemblee legislative regionali, ma anche nei confronti del Parlamento Europeo.
A quest'ultimo riguardo, il controllo di sussidiarietà costituisce un banco di prova importante. Anche se, come nota il Rapporto , il ruolo delle Camere (e - per il tramite di queste - dei Consigli regionali) non può essere limitato a questo, non va sottovalutato il rilievo di questo ambito inedito di competenze, che ha introdotto, in una pratica di attività ormai pressoché ordinaria, il rapporto e l'attenzione dei Parlamenti nazionali nei confronti delle tematiche europee.
E' assai recente l'esame dell'annuale Relazione della Commissione europea sui rapporti con i Parlamenti nazionali per il 2010 , il primo anno solare completo successivo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. La procedura di controllo sul rispetto del principio di sussidiarietà appare dare buoni frutti ed i dati invitano a proseguire, rafforzandola, l'esperienza compiuta. Nel corso del 2010, i Parlamenti nazionali hanno inviato 387 pareri in sede di controllo di sussidiarietà (a fronte dei 250 del 2009 e dei 200 del 2008).
Mi fa piacere notare, in particolare, che 71 di questi pareri sono stati trasmessi dal Senato italiano, che si colloca così al secondo posto tra le 40 Camere europee.
La lezione della sussidiarietà è quella di tenere insieme - nella normativa, nelle procedure e nei comportamenti - i diversi soggetti territoriali, sia a livello dei governi che a livello delle istituzioni della rappresentanza, le Assemblee elettive.
Lo stesso federalismo, quello moderno che guarda all'Europa e che è elemento costitutivo anche della democrazia sovranazionale europea, è principalmente coesione, un processo che deve partire dal basso con l'intento di unire, non un'ideologia distruttiva, che si propone di dividere: l'esperienza del Belgio - un Paese fondatore dell'Europa, senza un Governo nei pieni poteri per oltre un anno - è un monito, mentre è una speranza il fatto che un dialogo costruttivo abbia potuto, assai di recente, creare le basi per una possibile intesa (, che è più complessa, dato che lì deve  svolgersi tra partiti politici e linguistico-territoriali). Il governo del Belgio si è formato i primi di ottobre.
Da noi il federalismo inutile, propagandistico, dannoso è quello che guarda come suo riferimento non all'Europa e al XXI secolo, ma agli staterelli regionali, rissosi e separati, dell'800. Bisogna non smarrire la bussola e riprendere la giusta navigazione: l'Italia e l'Europa hanno bisogno di un federalismo che sviluppi le potenzialità dei territori e la coesione, renda le istituzioni della democrazia più vicine ai cittadini, responsabili, efficienti. È la nostra strada.


Quest’anno la presentazione del Rapporto cade nel 150° Anniversario dell’Unità del nostro Paese. Tra pochi giorni il nuovo Titolo V della Costituzione compirà dieci anni. Ricorrenze importanti, che ci fanno riflettere su come l'ordinamento istituzionale stia conoscendo, in questi anni recenti, mutamenti assai più radicali di quelli che ha conosciuto nel corso di un passato più lungo e lontano.
Un’ampia opera di semplificazione normativa è stata impostata, in parte condotta a termine, anche se con molte difficoltà: dobbiamo riuscire a suddividere gli atti normativi tra ciò che compete alla Storia e ciò che compete al Diritto, rendendo così l’ordinamento giuridico italiano più agile e quindi più conoscibile.
La banca dati in “multivigenza” Normattiva  è pienamente operativa e il Comitato Interistituzionale – che promuove questo Rapporto – si è espresso nel senso di una piena integrazione delle banche dati (normative) regionali, nella consapevolezza della dimensione irreversibilmente multiterritoriale della disciplina e dell'organizzazione  della Repubblica.
L’integrazione degli ordinamenti giuridici – questo è uno dei messaggi che emerge dal Rapporto – corre veloce, all'interno dei confini nazionali ed oltre.
Lo ribadisco perché per me costituisce una discriminante di cultura politica, non semplicemente una pur decisiva differenza di valutazione e scelta tra i partiti e gli schieramenti: il federalismo non è il multi-statalismo dell’800, ma un aspetto fondamentale del formarsi di una democrazia sovranazionale, e lo stesso Titolo V deve essere interpretato e attuato alla luce del principio del partenariato, cioè di un confronto non casuale o episodico tra soggetti diversi (pubblici e privati, istituzionali, economici e sociali) per la realizzazione di interventi finalizzati allo sviluppo del territorio e all'integrazione sociale; per costruire una democrazia più moderna, giusta e solidale; per far vivere un nuovo concetto di cittadinanza, fondato sullo ius soli e non più sullo ius sanguinis, capace dunque di estendere la responsabilità individuale, i diritti e i doveri, di costruire inclusione e non aggiornati modelli di aparteid.
Le Assemblee legislative, sedi della rappresentanza democratica, dovrebbero saper condividere questi orizzonti, in riferimento a comuni valori, nella possibile e legittima differenza delle vie e dei programmi indicati per raggiungerli e realizzarli.
In questo quadro saranno anche in grado di garantire un dibattito, una partecipazione, una condivisione che potrà far sentire una maggiore vicinanza ai cittadini, soprattutto alle nuove generazioni.
Non possiamo quest'anno - lo dico a conclusione di questo mio intervento, ma è per me una preoccupazione centrale - non avvertire una crescente sfiducia, lontananza, indifferenza, di tanta parte dei cittadini nei confronti della politica dei partiti e delle stesse istituzioni della democrazia: di fronte ai colpi della crisi, alle difficoltà quotidiane dei bilanci delle famiglie; ai problemi del lavoro, dell'istruzione; di fronte all'insicurezza che è la cifra con cui viene percepito il futuro a noi più vicino, l'autoreferenzialità che spesso caratterizza la politica, le sue ritualità, il suo ripetersi in forme che ai più appaiono insopportabilmente vuote e sterili, davanti a un vuoto di idee che accentua durezza di scontri, il venir meno di ogni rispetto tra avversari e di forme di civiltà nella lotta politica, cresce in modo drammatico e non sottovalutabile il distacco delle persone.
Si accentua un giudizio che in qualche modo accomuna tutti, maggioranze e opposizioni: cresce fino a rischiare di diventare la prima forza del Paese, quella dell'astensionismo, che segnala appunto una sfiducia ed un malessere, che accompagnato alle tensioni e al malcontento sociale, non soltanto diviene un fenomeno pericoloso per la vita democratica, ma al tempo stesso un impedimento per imboccare con coraggio la via non facile, ma possibile, per uscire dalla crisi e dare un futuro degno al nostro popolo. Serietà, competenza, impegno e rigorosa sobrietà sono indispensabili per restituire alle nostre istituzioni piena autorevolezza e credibilità.
Questa è la sfida che devono cogliere le Assemblee legislative e che a noi tutti, in primo luogo, compete.
Saper rispondere è condizione preliminare per affrontare positivamente ogni altro compito.

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