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UN RICORDO DI VáCLAV HAVEL: IL RIFORMATORE PRUDENTE, L’ARTISTA GENIALE

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Se ne è andato l’intellettuale che, dalle macerie del Novecento, aveva sognato il progresso del XXI Secolo: lo scrittore ceco Havel è passato alla Storia come l’artefice della “Rivoluzione di Velluto”, il totalitarismo post-stalinista sconfitto dalla creatività. In realtà, non solo come Presidente della Repubblica Ceca va ricordato, non solo come liberatore della Cecoslovacchia, non solo come ultimo pioniere realmente carismatico di una generazione di liberali e social-democratici “open minded”, diversi e distinti dai colleghi dell’Europa occidentale, eppure da loro influenzati, formati e corteggiati. Havel, piuttosto, come commediografo di rara brillantezza e pensatore a tutto tondo, politologo suo malgrado. Studioso della nonviolenza, Havel vedeva in essa un presupposto evolutivo della rivendicazione politica, basato sulla riflessione teorica e sul contrasto alla manipolazione del consenso, nelle forme, sia suasive che coattive, che paiono determinarla. Studioso, perché attratto dalle dinamiche di Potere basate sul dualismo Verità-Menzogna, della figura di Gesù Cristo, che da sempre sollecita le attenzioni del teatrante, per le scene plateali, l’etica del sacrificio e il parlare rivelatore, anche nei simboli. Ad Havel si devono opere che consentono di collocarlo, senza imbarazzi, nella scia della grande commedia anti-totalitaria, con squarci di intimismo, senza perdere in incisività politica: La Firma, Lo Sbaglio, Largo Desolato, hanno avuto un’influenza determinante nello stesso teatro occidentale che lungamente guardò all’artista di Praga come si fa con un frutto esotico, un ospite inatteso cui rivolgere la parola, senza dare la mano. E male fece la platea liberal-democratica ad accorgersi del suo Genio solo dopo gli anni Settanta, quando molte delle opere più introspettive e intricate erano già state rappresentate, introducendo variazioni sul tema, rispetto al canovaccio della tradizione continentale, che, poi, riaffioreranno qua e là nella produzione successiva alla Rivoluzione di Velluto. Così, mentre l’Europa piange uno dei suoi fautori pacifici, nonostante la posizione contraddittoria e sofferta sull’intervento in Kosovo (promessa d’amicizia all’Occidente, passo indietro nella sua teoria del Potere), chi è al di fuori delle istituzioni può far rivivere di continuo il narratore arguto, l’autore teatrale tecnico, il saggista colto, il sincero testimone della sopravvivenza del genere epistolare. Il letterato avrà anche commesso errori, alla prova della politica governativa, ma per una volta fu la letteratura a fornire idee, uomini, valori e mezzi alle migliori speranze di una lunga stagione di programmi e governi.
 
Domenico Bilotti

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