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UN RICORDO DI LUCIO MAGRI: DIGNITOSA LUCIDITÀ, NON ERESIA

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Tra le personalità che sono defunte nel corso di questo 2011, è opportuno ricordare il giornalista, politico e scrittore Lucio Magri. Più di altri, forse, perché più in vita fu caratterizzato dalla virtù del dubbio (che è madre di ogni ricerca, non solo giornalistica), anche quando le sue opzioni politiche concrete sembrarono esser frutto, invece, della nettezza, dell’anticapitalismo ancora immaginato in termini “scientifici”. Magri ha poco a che spartire, e sempre poco ne ha avuto, con l’immagine del comunismo marxista-leninista, devoto di Mosca fuori tempo massimo e poi pronto a improvvisare sbrigative conversioni al riformismo. Al contrario, Magri era partito da una serie riflessione sul solidarismo cattolico nella gioventù democristiana; poi, aveva aderito al PCI, ma quel PCI a fine anni Sessanta “scomunicava”, più del “partitone bianco”, quel PCI si preparava, a suo modo e con la sua strumentazione teorica ancora poco elaborata, ad essere il Partito della Fermezza. Nemico dei ruoli imposti, scissionista, spesso per vocazione, animatore sincero di progetti culturali, Magri fu la penna elegante del “Manifesto” prima maniera, editorialista forbito nella costruzione logica, ma dotato di quella osservazione sostanziale che rese proverbiale e popolare il quotidiano negli anni Settanta e Ottanta. Poi nel Partito di Unità Proletaria, poi nuovamente nel PCI, quello della seconda metà degli anni Ottanta, che finalmente ammette l’esistenza di una “nuova sinistra indipendente” (anche antistalinista, finalmente; anche fautrice di libertà politiche democratiche, finalmente; anche evoluta nell’elaborazione di nuove strategie per l’attuazione dei diritti sociali…). Comunista elegante, coerente nel rivendicare per la sua parte politica la possibilità di esser forza di governo, attore di trasformazione sul piano ineliminabile della riforma giuridica, della prassi modificativa cogente, che è frutto della rivisitazione culturale, dell’autoformazione, della partecipazione collettiva: una declinazione rara nella Sinistra italiana, come ammette, con sincerità e sofferenza, qualcuno che di quella Storia è parte e coautore. Certo, non v’è scissionismo senza settarismo e ogni settarismo ha le sue beghe teoriche, la sua natura di battaglia di dottrina e non di rivendicazione di popolo: ma rivolger questo tipo di accuse a Magri, come usava fare qualcuno al “Bottegone”, sarebbe, almeno parzialmente, sbagliato. Anche nell’addio, determinazione ed empatia non sono scindibili in una penna ed in una storia come quella di Lucio Magri Un Celan d’annata, mirabilmente tradotto da Zanzotto, avrebbe detto “con noi, gli sballottati, eppure in viaggio: questo intatto, non usurpabile, rivoltoso corruccio”.


Domenico Bilotti

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