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UN PEGUY… NECESSARIAMENTE FUORI DALLA SOFFITTA UN’ETICA CRISTIANA (anche per non praticanti)

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La vicenda biografica di Charles Péguy ha degli elementi particolarmente interessanti, che lo contestualizzano in un’epoca ben precisa, di cambiamenti radicali. Per dirla in breve: Péguy muore poco più che quarantenne e, persino in un’età normalmente ancora feconda per lo studio, l’approfondimento culturale, l’impegno caritatevole, lo scrittore francese è passato attraverso numerose svolte del pensiero, della morale, della partecipazione politica. Poté assistere alla formazione dei grandi orientamenti della Francia tardo-ottocentesca: la frangia reazionaria, quella socialista “ufficiale”, legata a fortissime e rigorose dinamiche pre-partitiche, se non addirittura sin da allora “partitiche”, una tendenza radicale, con un certo consenso di massa e in ascesa presso l’elite intellettuale, tuttavia molto distante dal gioco delle correnti ufficiali. Innocentista e garantista, quanto al diritto penale e al diritto penale militare (soprattutto, a seguito del caso dell’ufficiale Dreyfus), vicino, anche per vicende umane, ad ambienti del socialismo francese, pur forse accentuandone la vocazione utopistica, si convertì al Cattolicesimo nel 1907. Ciò, da un lato, complicò le posizioni di Péguy rispetto alle organizzazioni istituzionali, portandolo a deprecare l’anticlericalismo, spesso di maniera, di aree diffuse della Sinistra francese (formata, ad esempio, all’ombra della Legge di Separazione del 1805), quanto, però, l’atteggiamento ecclesiastico, imbevuto d’un curialismo difensivistico, poi nel concreto troppo disposto alle pratiche compromissorie; dall’altro, la conversione rese Péguy autore forse più raffinato, dalla vena polemica anche esteticamente più riuscita e sviluppata. Sulla nozione politica della Rivoluzione, Péguy intensificò i ligamina intercorrenti tra Rivoluzione come fatto sociale, determinazione morale individuale, predisposizione morale collettiva; interessato all’escatologia cristiana, propose una critica fortemente anticipatrice del consumismo novecentesco, denunciandone la cesura con ogni discorso sull’eternità; elaborò una teoria, toccante per quanto purtroppo sbozzata, dell’amicizia come relazionalità rara, empatica, necessaria, irripetibile in ogni esperienza. Non fu altrettanto capace, va, comunque sia, osservato, di elaborare una critica costruttiva del pacifismo socialista, giacché, alle scorie massimaliste che pur quello affliggevano, non rispose un’identica volontà di approfondimento incentrata sul ripudio della guerra, della belligeranza dei popoli e, in concreto, sulle implicazioni politiche della Prima Guerra Mondiale.
Rileggere Péguy è un esercizio di continua (auto)interrogazione, nelle feste natalizie. Ben oltre, infatti, le interpretazioni conservatrici del suo pensiero, sebbene munite d’un certo addentellato con la prosa pensante dell’Autore, l’interlocuzione costante con la conversione, con la redenzione, in termini umanitari e filantropici, rende impellente articolare una dialettica sincera col vuoto valoriale che rischia di etichettare ad libitum la post-modernità. Il nazionalismo, per fortuna, non ne è più la risposta.
Domenico Bilotti

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