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IL GOVERNO MONTI E LE TECNICHE DA NON DIFENDERE

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(1) Dopo poche settimane dal suo insediamento, il governo Monti sembra star fallendo in alcuni degli scopi per cui s’era formato. L’esecutivo pareva dover essere il supplente tecnico-finanziario per una regolarizzazione contabile del Paese: su questo, bisognerà attendere almeno un biennio per verificare, dati alla mano, se l’operazione “pareggio” sarà riuscita oppure no, se il riassetto economico avrà completato il suo iter o meno. Quel che è certo è che la percorribilità di strade alternative a quelle suggerite dal governo è ampia: proprio su questi margini di critica e controproposta, si sta muovendo una delle più ambigue stagioni nella vita dei partiti politici. In larga misura, essi sostengono in concreto il governo, votandone a inedita maggioranza i provvedimenti; in misura ancora maggiore, fanno fioccare sulla stampa i distinguo incerti, i tentativi di smarcarsi da una “linea ufficiale dell’esecutivo”. In realtà, soprattutto nel centrosinistra, si riarticola la già sperimentata teoria dei due tempi: un primo, tutto votato al contenimento, al sostegno, critico o acritico che sia; un secondo, ove, improvvisamente, verranno calati gli assi di nuove proposte, per una candidatura all’alternativa, sul piano del programma politico. Lo schema è a naso molto facile su carta, assai pericoloso all’atto pratico: come si potrà immaginare una Sinistra che ridisegni completamente l’ossatura di temi su cui si esporrà a votare a favore in assemblea? A Destra, non si è messi meglio e, anzi, se la spirale del rigore sui conti pubblici dovesse intensificarsi e infittirsi, si potrà sempre sventolare, anche elettoralisticamente, il “furto di democrazia”, di un governo presentato da un Presidente della Repubblica, con scopi istituzionali precisi, con chiari obiettivi e misure ancor più nette, non del tutto coincidenti (e in alcuni settori: diffusamente divergenti) rispetto a quelli fatti propri dalla coalizione che aveva legittimamente vinto le elezioni del 2008 e che riesce ancora a dettare, pur appannato il suo leader carismatico, l'agenda valoriale e comportamentale di milioni e milioni di elettori. A ciò, si aggiunga che l’immagine del governo, se forma è sostanza e se il nome è sempre la conseguenza delle cose, è quella di professionisti d’alto livello, formati nel circuito dell’istruzione privatistica, dell’elevato mercato d’impresa, della strategia economica comunitaria e liberista. Forse è quello di cui un Paese, falcidiato nei giudizi politici continentali, aveva bisogno, ma è innegabile che ciò conduce a una contraddizione senza ritorno: come risanare con le ricette che hanno impedito o, comunque, rallentato il risanamento su scala europea. I primi appunti non paiono incoraggiare le speranze.
 
(2) Governo Monti:tecnicismo politicamente ed ideologicamente orientato.
Il Governo tecnico rappresenta una devianza politico-governativa particolarmente ambigua nell'ambito dell'assetto politico ed istituzionale nel suo complesso. Il tecnicismo dell’esecutivo è identificabile come tale per via del tecnicismo dei suoi esponenti, proposti da un Presidente del Consiglio attento a valutare,oltre ad un elemento fisiologicamente ed istituzionalmente necessario come la fiducia personale nel  candidato al Dicastero, anche voto di laurea, curriculum vitae, incarichi ricoperti e quant'altro. Si sostiene, generalmente, che il Governo tecnico è, per natura, quello più idoneo a risolvere macro e micro problemi di ogni materia e in ogni settore in particolari momenti storici caratterizzati da una profonda crisi politica ed economica. L'algoritmo compositivo della struttura dell’Esecutivo è piuttosto semplice:un grande economista all'economia, uno stimato Avvocato alla Giustizia,una preparata Giuslavorista al Lavoro e via discorrendo. E tuttavia, in questi primi mesi di attività, i limiti evidenziati dall'attuale compagine governativa non sono stati pochi. Due in particolare:un notevole limite di carattere “sostanziale”, cioè relativo alle scelte in concreto prese dal Governo Monti, ma anche un notevole limite di carattere "procedurale". Mi soffermerò brevemente su quest'ultimo.
Le scelte di politica economica risultano essere, nell’ambito dell’azione dell’esecutivo, senza dubbio le più delicate e le più sofferte. Tanto più in una fase storica così delicata, dove l’andamento globalizzato dell’economia è caratterizzato più che da cifre in grado di riflettere concretamente la profonda crisi economica, (eccezion fatta per i dati indicanti la crescita o la recessione di uno Stato in relazione al PIL, anche se il giudizio su quest’ultimo dato dev’essere comunque relativizzato) da sigle e numeri che identificano un certo modo d’essere dell’odierna economia, poco comprensibile e spesso frainteso non soltanto dai comuni cittadini, ma anche dal mondo politico e dagli esperti del settore. Accanto alla crisi economica ed a quella finanziaria, vi è da aggiungere la costante perdita di fiducia nelle istituzioni, in primis nel Governo, nella politica in generale, nella figura del leader di partito; crisi che non risparmia nemmeno il Sindacato, che in questa fase storica, molto probabilmente, è, o dovrebbe essere, il soggetto maggiormente protagonista sulla scena delle complesse dinamiche politico-governative. Per un Governo tecnico, cioè teoricamente avulso da qualsiasi “contaminazione” politica ed ideologica, le difficoltà di relazionarsi con soggetti ideologicamente orientati e storicamente influenti  sul piano istituzionale e nelle scelte governative come i sindacati, risultano essere evidenti. Ma le difficoltà esistono per essere risolte, per essere gestite. Con all’orizzonte una manovra finanziaria durissima contro la “super casta” dei pensionati, il dialogo col Sindacato si preannunciava particolarmente problematico. Perciò qual è stata la soluzione dei “grandi” dotti? Semplice. Si è risolto il problema alla radice evitando il dialogo.Redatta la manovra, una volta illustrata all’opinione pubblica, a Bruno Vespa ecomunicata alle parti sociali ed ai partiti politici, si è dato il via ad un “misero” e teatrale dibattito parlamentare, prima dell’ ormai scontata sequenza fiducia-voto-approvazione-promulgazione. Gioco fatto. Eppure manca qualcosa. Manca quell’elemento che più di ogni altro risulta decisivo per mantenere un filo di equilibrio fra i vari soggetti che vengono coinvolti da scelte politiche di questa portata: la concertazione. Il Governo Monti si è dimostrato altamente “impreparato” ad affrontare una crisi che, prima di tutto, si sarebbe dovuta affrontare su di un altro piano, quello inerente alla costruzione di una relazione stabile e costruttiva col Sindacato. Una relazione in tal senso avrebbe comportato, per il Governo, la possibilità di interloquire con dei soggetti in grado di influenzare la stessa linea d’azione dell’Esecutivo; una volta conclamata l’assoluta incapacità delle forze politiche presenti in Parlamento di affrontare questa crisi, sia in termini di scelte e di proposte, sia in termini di partecipazione e contribuzione alla determinazione delle scelte o delle proposte stesse, stringere un rapporto di reciproca collaborazione con il Sindacato avrebbe dovuto costituire un passaggio democraticamente necessario in quanto propedeutico a qualsiasi elaborazione di scelta di carattere politico inerente ad un settore (lavoro e previdenza) che risulta essere la “vittima” prescelta dell’odierna crisi. La mancata concertazione è sintomo di un deficit di democrazia partecipativa, è una scelta non tecnica, ma altamente politico-ideologica, orientata ad escludere un metodo partecipativo di decisione politica. La scelta in questione, contestualmente ai provvedimenti adottati, rimarca un carattere specificamente presente e dominante dell’attuale Governo: un Governo formalmente tecnico, ma politicamente ed ideologicamente ispirato all’esclusione in virtù dell’eccezione.
 
(1) DOMENICO BILOTTI
(2) STEFANO MONTESANO

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