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GIOVANNI LINDO FERRETTI: CHI SI RIPORTA A CASA, CHI SI CONSUMA

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Nell’ultimo decennio, le posizioni di Giovanni Lindo Ferretti hanno spesso dato da pensare: prima musicalmente, per le esperienze soliste, sempre più alla ricerca di una scarnificazione ossessiva, poi politicamente, perché l’antico decano della musica alternativa, schierata e “filo-sovietica”, si è dichiarato, mano a mano, a favore delle ragioni della Lega Nord, a favore della Lista di Giuliano Ferrara contro l’aborto, persino non ostile a Silvio Berlusconi, comunque devoto osservante di Papa Benedetto XVI.
Per evitare di far di Ferretti il paladino della conservazione oltranzista, come fu fatto (ingiustamente) della lirica icastica, del pensiero contro, bisogna procedere con ordine. Il cantante di CCCP-CSI-PGR non è mai stato un “materialista”, nel senso morale del termine, né ha mai predicato il dominio edonistico dei piaceri; anzi, il modo, spirituale e personale, con cui ha guardato al dissolvimento dell’Unione Sovietica (meglio di certi nostalgici, meglio di certi oppositori di comodo), ricorda qualcosa di simile a un millenarismo estremo, al requiem che si deve alla fine rovinosa, soprattutto, di un modo altro di guardare al mondo. Si aggiunga che Giovanni Lindo Ferretti ha subito problemi di salute seri: quello spazio di interrogazione sulla vita che è deputato a donare all’uomo uno dei momenti di massima introspezione. Che guarigione e conversione, che convalescenza e preghiera, che ispirazione e rinvigorimento, che redenzione e terapia, siano nozioni destinate a rivedersi e a rispecchiarsi, non lo insegna solo Giovanni Lindo Ferretti, ma almeno tre millenni di storia dell’arte scritta. In più, la produzione musicale di Ferretti è rimasta molto buona: far detrattori professionali della sua figura, per alcune uscite autenticamente bislacche, è facile, ma inutile. Quando Giovanni Lindo Ferretti è stato ispirato, si è ritrovato in un gruppo coeso (molti episodi dei PGR hanno avuto questi caratteri), la voglia, lo stile e la narrazione non si sono perduti. L’impressione, peraltro, è che il cantautore dell’Appennino sappia far della immagine che riflette l’alloggiamento dei propri timori e dei propri studi: il dissacrante punk, con squarci di musica melodica emiliana, si abbigliava a gendarme permanente di un seme controculturale, assai minoritario, ma vivace, pugnace, verace; oggi, il narratore ritrovato, l’intimista per vocazione, dedito alla prassi quasi monastica della lettura e dello scritto e del canto liturgico tradizionale, sta bene, protetto, dalle invadenze mediatiche, riconciliato con istantanee del suo mondo familiare, che un tempo credeva perdute. Ecco, questo passaggio, per quanto possiamo immaginarlo artato, non è per forza strumentale, ipocrita o, peggio ancora, scadente. Poi Ferretti ne ha sparate, neanche immaginando il tipo di interpretazione che avrebbe ricevuto: difendere la memoria dell’Olocausto è una cosa, far vanto di Israele e della storia politico-culturale dei suoi governi è ben altro; contrastare l’aborto  è una cosa, pensare che la sua inibizione sia la panacea (di tutti i mali) del biopotere e la sua permissione un crimine è corbelleria tanto grossa da non meritare grande approfondimento; sostenere che la Lega si sia, in molti casi, appropriata di un insediamento proletario è vero, sostenere la Lega tout court (semestralmente i fatti lo dimostrano) significa sostenere uno dei progetti più divisivi, approssimati e urlati -o, rumorosamente biascicati?- degli ultimi decenni. Esser contrari alla fecondazione medicalmente assistita può esser condotta nobile, degna di grande ammirazione e di un serissimo statuto culturale: invitare all’astensione di “boicottaggio”, per un referendum, spiegando che lo sforzo della gestazione possa giustificarsi solo col piacere dell’accoppiamento, è un salto nel vuoto… con scarsa pietas di chi vorrebbe ricorrere a quegli strumenti medici per slancio emotivo, non per selezione genetica. Insomma, il ritorno a casa del reduce significa veder anche il consumarsi della sua parabola, lo sparigliare le carte per forza, anche al prezzo di sciocchezze o cattiverie, di idiozie o chiacchiere, di appannamenti o identificazioni troppo nette… fatte e subite. Ma nelle critiche tanto spesso rivolte a Ferretti forse lumeggia il morbo di quella certa Sinistra, certo: morbo esiziale!, che non riesce a resistere alla fine di luce di sue icone, che le vorrebbe sempre sul solco di chissà quale immaginifica battaglia.
 
Domenico Bilotti

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