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LA FEDE CERCA IL DIALOGO. IL DIALOGO NON ABBIA PAURA DELLA FEDE

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Ho recentemente ripreso in mano, con vero piacere, “Verso nuove prospettive del pluralismo religioso nel Magistero della Chiesa cattolica?”, di Antonino Mantineo (statoechiese.it, 2011). Lo scritto, che riprende un fortunato intervento convegnistico dello stesso Autore, mi pare focalizzare i temi di fondo del confronto in atto tra istituzioni religiose di diversa ascendenza confessionale (e tra esse e le autorità civili, nazionali e sopranazionali): una valutazione attenta dell’operato di Papa Benedetto XVI, la necessità di misurarsi col pluralismo religioso in una prospettiva né riduttiva, o: peggio, reazionaria, né laicista, semmai orientata a una visione coerente e laica del multiculturalismo, il contributo offerto da lavori e studi teologici nello sviluppo della convivenza, dell’integrazione e del dialogo, la riconsiderazione dell’Islamismo più come sistema valoriale articolato che non come tendenza socio-religiosa avversa e nemica.
Questa misurata ars ragionativa non è nuova, per chi conosce altri passaggi dell’opera dell’Autore. Mantineo si è interrogato, in una ricerca ultradecennale, sulla nascita delle istituzioni universitarie cattoliche, sui profili di convergenza tra l’assistenza privata e la vocazione benefica e missionaria di talune esperienze ecclesiastiche, sul deficit partecipativo delle istituzioni comunitarie (ora da tutti conclamato, ieri sovente occultato), sul ruolo del laicato nella società civile e sui chiaroscuri di una stagione risorgimentale che si stenta a voler contestualizzare come sforzo della “fatica” unitaria e che, invece, si agita a comando, soltanto ricorrenza per ricorrenza.
A non voler forzare la prospettiva veicolata dall’Autore, due orientamenti sostanziali sorreggono la dinamicità delle indagini: la considerazione che il diritto ecclesiale secondo-conciliare abbia fatto lumeggiare un’attitudine inclusiva e propositiva, poi non di rado sottaciuta dal diritto bilaterale della Santa Sede; l’osservazione che laicità dello Stato e diritto di libertà religiosa, troppo spesso immaginati in conflitto, debbano, invece, armonizzarsi, non adagiandosi sull’indifferentismo della concezione liberale ottocentesca (libertà “negative”: da far valere come istanze individuali contro un Potere o, addirittura, una comunità), ma ricercando serenamente le condizioni di sostegno alle minoranze discriminate e, comunque sia, alle classi sociali più deboli (libertà “positive”: da far valere come spazio di autodeterminazione riconosciuto nella comunità, dal Potere, anche attraverso l’esercizio e l’esecuzione dei suoi provvedimenti).
Tornando al saggio in commento, l’Autore ripercorre con slancio gli indirizzi più interessanti della teologia novecentesca; in primis, certamente, la Teologia della Liberazione, riconoscendone inoltre quelle nuove tendenze che mirerebbero ad irrobustirne lo statuto metodologico, anche nelle prospettive di riforma del diritto canonico e pure a renderne più efficaci e operative le istanze di difesa degli ultimi. Nondimeno, gli studi che giungono dalla cultura protestante, particolarmente evoluti in chiave esegetica, e le sollecitazioni che dal mondo cattolico vengono per affrontare consapevolmente la questione ambientale, le discriminazioni di genere e, non tanto sorprendentemente, persino quei “nuovi diritti” che, invero, il Magistero ha faticato e fatica a collocare nel quadro della piena, solidale, realizzazione della persona.
Susseguentemente, Mantineo si dedica alla posizione richiesta nei Legislatori nazionali: principio di non discriminazione, interpretazione evolutiva del principio della laicità dello Stato, democraticità delle modalità partecipative, sia detto non incidentalmente: anche confessionali cattoliche, immotivatamente ristrette nella normazione statuale come in quella decentrata, nonché inappropriatamente guardate con sospetto nei modelli di laicità propugnati da alcuni attori della gerarchia romana.
Il saggio di Mantineo coglie, insomma, i segni di un tempo in rapida mutazione e, per parte propria, semina nuovamente nel campo del dialogo inter-religioso, della presa di coscienza d’un mondo laicale che s’è rassegnato, troppo a lungo e troppo ingenerosamente, al ruolo di “brutto anatroccolo” del cigno clericale, della speranza che si traduce, giuridicamente, in compiute prospettive di pluralismo, garantismo e partecipazione dal basso.
 
Domenico Bilotti

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