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Serge Latouche, tra economia globale e contratto sociale

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''Riducendo lo scopo della vita alla felicità terrena, riducendo la felicità al benessere materiale e il benessere al PNL, l’economia universale trasforma la ricchezza plurale della vita in una lotta per l’accaparramento di prodotti standard. La realtà della sfida economica che doveva assicurare a tutti la
ricchezza non è altro che una guerra economica generalizzata. Come tutte le guerre, essa ha vincitori e vinti; i vincitori, chiassosi e superbi, appaiono risplendere di gloria e di luce; nell’ombra, la folla dei vinti, gli esclusi, i naufraghi dello sviluppo, costituiscono masse sempre più fitte. Le crisi politiche, i fallimenti economici e i limiti tecnici del progetto della modernità si rafforzano vicendevolmente e trasformano il sogno dell’Occidente in un incubo. Soltanto un reinserimento dell’economia e della tecnica nel sociale potrebbe consentire di sfuggire a queste cupe prospettive. Bisogna decolonizzare il nostro immaginario per cambiare veramente il mondo, prima che il cambiamento del mondo ci condanni a tutto questo, e alla sofferenza''. Con queste profetiche parole, nel 1995 Serge Latouche descriveva, in uno dei suoi testi più suggestivi, ''L'économie dévoilée, du budget familial aux contraintes planétaires'' (pp. 194-195), la condizione dell’uomo occidentale. Del resto il celebre sociologo ed economista francese anche nei lavori successivi ha sempre sostenuto che l’unico reale strumento per combattere la crisi dell’attuale sistema economico e sociale sia un contro-modello fondato sulla decrescita. Una decrescita intesa come ritorno a un localismo autarchico (affermazione, forse, che Latouche mi criticherebbe), capace di reintrodurre una lentezza ''voluta'' dei processi di produzione e permettere il superamento di quell’alienazione che colpisce ogni lavoratore contemporaneo. Quando pertanto Latouche sostiene, nel breve passo citato in precedenza, la necessità di una ''decolonizzazione del nostro immaginario'', si riferisce a un vero e proprio atto di rottura nei confronti di quella forma di sviluppo (sviluppo che, in senso capitalistico, deve essere interpretato soprattutto come progresso) proiettata verso una globalizzazione dis-umana nella quale i valori economici rappresentano l’unico fine di ogni esistenza. L’economia deve tornare ad assolvere il suo antico ruolo di scambio, ricollocandosi nuovamente in una condizione paritaria rispetto a tutte le altre dimensioni che caratterizzano l’umano. Per questo il localismo, con le sue forme ''naturali'', e quindi gestibili, di rapporti sociali può essere considerato l’unica vera risposta alla crisi attuale. Un localismo che però non vuole sostituirsi alla categoria dell’universale, ma, al contrario, vuole nutrirla e renderla nietzschianamente più ''forte''. Più che di localismo Latouche parla infatti di pluriuniversalismo, ossia di una democrazia delle culture in cui ogni attore conserva, rispettosamente, la sua legittimità e la sua libertà di azione. Questa nuova forma di democrazia, che in realtà richiama esplicitamente l’esperienza ateniese del V secolo, pone al centro l’individuo, liberandolo da quell’ingranaggio che lo spinge a dover combattere, giorno dopo giorno, una sterile competizione fine a se stessa. Solo così gli elementi deboli di una società potranno essere realmente garantiti, trovando finalmente quella ''forma di associazione che difende e protegge, mediante tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato e per mezzo della quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e rimanga libero come prima'' (J.J. Rousseau, ''Du contrat social'', Libro I, Capitolo VI). La proposta latousciana può dunque definirsi una forma di comunità alternativa (e non un ritorno a un passato o a una civiltà semplificata), volta a mettere in discussione quel perverso meccanismo basato sul consumo a ogni costo di ''poteri'' o ''oggetti'' trasformati ad arte in simboli di un successo effimero perché privi della loro componente più importante, il ''carisma''. In tale prospettiva la morale deve tornare a essere l’affermazione della propria coscienza critica e far emergere, dalla coltre di quasi due secoli di un consumismo egoista e arido, quella natura di animale sociale che fin dal principio dell’umanità ha sempre contraddistinto l’essere umano.

Roberto Colonna 

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