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I roghi in Grecia e la speculazione…politica

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Su tutto il Peloponneso, su Atene, sull’Eubea, sulle Isole dello Ionio spira ancora un forte vento. Sulla capitale, da domenica scorsa, piove fuliggine, e spesso il sole è oscurato da nuvole di fumo che il vento spinge dall’Eubea. Difficile in queste condizioni circoscrivere le decine di incendi che ancora bruciano case, persone. Foreste e animali. L’ultimo bollettino ufficiale, diramato dai Vigili del Fuoco, parla di almeno trenta focolai ancora in piena attività distruttiva, e aggiorna la lista dei morti: sono sessantatre accertati, mentre ancora non si sono calcolati le persone disperse e il numero di quelle senza tetto. Se qualcuno, intenzionalmente, voleva mettere in ginocchio il governo ci è riuscito. E forse, per la prima volta, si dovrebbe parlare di eco-terrorismo, anche se con la “dietrologia” si imbastiscono le ipotesi più fantasiose.Gli incendi più devastanti stanno distruggendo la parte più bella e incontaminata del Peloponneso centrale, e il fuoco, domenica scorsa, ha raggiunto l’antica Olimpia, dove per un puro miracolo è stato salvato dalla distruzione il Museo. «Vogliono bruciare la nostra storia», titolava una televisione privata. Il «chi» non veniva identificato. Ma ormai si è quasi certi che questi incendi, iniziati venerdì scorso, hanno una matrice dolosa. Domenica scorsa sono stati fermati trentatre sospetti e il governo ha messo una taglia sui colpevoli che oscilla tra i 100 mila e un milione di Euro. A confortare questa ipotesi, ieri il pubblico ministero che si occupa di terrorismo e di crimine organizzato, Dimitris Papanghelopulos, ha dato ordine alla squadra antiterrorismo della polizia di indagare sui presunti sospetti, cui verrà applicata la legge sul terrorismo. E che qualcuno abbia acceso il cerino, almeno per appiccare l’incendio alle porte di Atene, sul monte Imittos, è un fatto documentato dalle immagini amatoriali trasmesse da una emittente della capitale. Già prima di questa tragedia, quest’anno la Grecia era stata messa in ginocchio dagli incendi: quello più grave si era verificato alle porte di Atene, sul Monte Parnitha. Il fuoco aveva distrutto centinaia di ettari di bosco, un danno così grave che i climatologi avevano parlato di un futuro sostanziale cambiamento del micro-clima della capitale. Quella montagna rappresentava l’ultimo polmone verde di Atene, dopo che negli anni scorsi erano bruciate le altre alture che la circondano. Purtroppo, negli anni si è alimentato il sospetto che gli incendi servissero a creare aree o di pascolo, in provincia, o edificabili attorno alla capitale.  Sospetto più che fondato se si sale sulle pendici del Monte Pendeli, da cui si è estratto il marmo per la costruzione del Partenone. Intere aree portano ancora i segni degli incendi: vegetazione bassa e arbusto di pini alti al massimo un metro. In mezzo a queste aeree sono sorte negli ultimi anni migliaia di ville costruite dai nuovi ricchi, con il silenzio-assenso delle autorità, che poi spesso erano gli stessi proprietari degli immobili. Per anni insomma, anni di governo socialista, l’incendio era uno strumento veloce ed efficace per mutare il piano regolatore comprendente una zona boschiva.Per queste ragioni, subito dopo l’incendio del Parnitha, il primo ministro, Kostas Karamanlis, aveva dichiarato che neppure un metro quadro sarebbe diventato area fabbricabile. Quella distruzione, amplificata come oggi da un forte vento di tramontana, aveva frenato le bellicose intenzioni del governo di andare ad elezioni anticipate. Si pensava che la rabbia per il ritardo dei soccorsi, che l’inefficienza della macchina organizzativa avrebbero influito negativamente sul partito di governo. Assorbito il trauma del Parnitha, l’estate, nonostante i forti venti, era trascorsa tranquilla. Il popolo stava facendo i suoi bagni, come suona una espressione popolare. E mentre stava per ritornare dalle vacanze, gli è stato comunicato che la terza domenica di settembre era chiamato alle urne. In effetti, la decisione di Karamanlis, ha spiazzato tutti: collaboratori e opposizione. Una breve campagna elettorale che avrà il suo zenit una settimana prima delle elezioni, quando il primo ministro con il suo discorso sullo stato dell’economia e sulle promesse per i prossimi quattro anni conquisterà gli ultimi indecisi. I collaboratori si mettono subito al lavoro, l’opposizione, che da quasi un anno chiedeva elezioni anticipate, ha rimproverato il primo ministro di voler coprire alcuni scandali della sua amministrazione. Una settimana dopo, l’inizio della campagna elettorale, ecco l’arrivo di una nuova ondata di calore che supera i quaranta gradi, e l’arrivo di forti venti dal nord. Condizioni ideali per appiccare un incendio. E infatti, venerdì sera, nel giro di poche ore vengono segnalati almeno venti focolai simultanei nel Peloponneso centrale. Non può essere una coincidenza. E da qual momento, la macchina dei soccorsi va in crisi: troppi i luoghi in cui intervenire, insufficienti e impreparati i mezzi di soccorso. Il vento, troppo forte, non permette ai “canadianair” di alzarsi in volo e alimenta velocemente il fuoco che velocemente circonda i villaggi delle montagne dell’Arcadia e della Messinia. A creare un clima di isteria nazionale si aggiungono poco dopo le varie emittenti private che con delle lunghissime dirette registrano i pianti di donne e bambini, le rimostranze delle autorità locali che non hanno ricevuto soccorsi. In meno di ventiquattro ore, la Grecia è prigioniera del suo dramma. Il primo ministro, di fronte a questa tragedia, annuncia tre giorni di lutto nazionale e sospende la sua, e del suo partito, campagna elettorale, eppure in questi giorni i personaggi che sono apparsi in televisione avevano in sovrimpressione il loro nome e la loro circoscrizione elettorale. Gli incendi, come era nelle previsione, sono diventati argomento di campagna elettorale. I socialisti del Pasok, con a capo il morbido Jorgos Papandreu, accusano il governo di non saper garantire la sicurezza dei cittadini. I comunisti incalzano sull’ipotesi che ci sia stato un piano organizzato per provocare questi disastri. Su un punto il segretario comunista, Papariga, ha ragione: per anni la protezione del patrimonio boschivo è stata abbandonata, per anni il governo socialista ha favorito la speculazione edilizia a scapito dell’ambiente, per anni lo stato non si è dotato di mezzi sufficienti a contrastare gli incendi, ben sapendo che il pericolo incombeva ad ogni estate. Sicuramente ci sono stati ritardi e inefficienze, ma il terreno per un simile disastro lo ha preparato il Pasok che è rimasto al governo negli ultimi vent’anni e che ha attinto a piene mani alle casse europee per ammodernare tutto il apparato statale di prevenzione.In questo scambio di accuse non ha partecipato il primo ministro, il quale, in questi giorni, sta cercando di coordinare i soccorsi, a cominciare dagli aiuti economici per chi ha subito danni materiali e morali. Quanto questi aiuti verranno a gravare sulle casse dello Stato non è dato sapere, tanto meno si sta cercando di fare un bilancio provvisorio dei costi di questi incendi, né del rimboschimento di queste aree. Comunque avremmo preferito vederlo agire sui luoghi del disastro, magari sudato e in maniche di camicia, anziché dalla sala stampa dei suoi uffici. Questi incendi influiranno sul risultato elettorale? Difficile fare previsioni, anche perché tutto dipenderà dal confronto tra Karamanlis e Papandreu. Sicuramente la nuova legge elettorale (40 seggi al primo partito, 260 con il sistema proporzionale) non favorisce il primo partito, così pure il possibile ingresso in Parlamento di una quinta formazione politica di estrema destra ortodossa e nazionalista. Per assicurarsi una maggioranza di 153-154 seggi, Nuova Democrazia di Karamanlis dovrà superare la soglia del 42,7%. E con questo fuoco incrociato, il risultato potrebbe essere anche una sorpresa, anche perché i greci sono imprevedibili.

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