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Un italiano all’estero

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Appartengo ad una categoria sociologica “strana”: sono un italiano all’estero. Lo spettro della mia sensibilità politica è diverso, credo, da quella dei miei connazionali: sono più sensibile su alcuni temi, più indifferente su altri (ad esempio le tasse). Ho votato con entusiasmo per le politiche dell’anno scorso, non ho espresso alcuna preferenza perché non conoscevo alcun candidato della circoscrizione europea. Non del tutto vero. Uno lo conoscevo, e anche bene, ma non potevo immaginarlo in Parlamento.

Salvatore Viglia mi ha aiutato a sapere chi sono i magnifici diciotto, perché, come mi aveva a suo tempo preannunciato, li ha interrogati tutti. Cosa non da poco, in considerazione che le diverse agenzie specializzate, fino ad allora, funzionavano come buca delle lettere per comunicati, in cui nessuno mai verificava la veridicità della notizia. Personalmente penso che Viglia abbia inaugurato un nuovo modo di fare giornalismo per gli italiani all’estero, partendo proprio dalla fonte, e cioè dai suoi rappresentanti.

Ora Viglia “si è messo in proprio”, con una sua testata, il cui nome rimanda al senso di responsabilità civile. Che cosa oggi è “politicamente corretto”? Sono sicuro che il direttore saprà spiegarcelo, se noi lettori sapremo dargli fiducia, anche perché il suo è un agire fuori dagli schemi e dalle ideologie spicciole. Sicuramente la testata non si occuperà esclusivamente degli italiani all’estero, per loro comunque avrà un occhio di riguardo - sarebbe troppo scrivere rispetto? -, ma sono sicuro che anche la politica italiana verrà letta e interpretata con categorie comprensibili anche ai connazionali sparsi per il mondo.

 

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