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UN LIBRO CHE PARLA (MERAVIGLIOSAMENTE) DI EMARGINAZIONE E CONCILIO

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… Si legge rapidamente, ma si presta a diversificate riletture, il testodi Adriano Sofri e Gianfranco Ravasi, “Beati i Poveri in spirito,perché di essi è il regno dei cieli”, pubblicato da Lindau, e conclusoda un altrettanto spigliato e ricco testo di Righetto, nella collana“Le Beatitudini”.Il lavoro appassiona perché non ha linguaggio cattedratico, puressendo intrinsecamente lavoro costruito, attento, documentato; inpiù, senza voler apparire, né fondamentalmente essendolo, un tributo,anche indiretto, al Concilio Vaticano II, non è avulso dallariconsiderazione prospettica del Concilio medesimo. Il testo non è,comprensibilmente, neanche un omaggio a Martini, che pure era ancorain vita quando gli autori procedevano a licenziare il volume, maMartini, tanto come studioso quanto come (e specificamente,inscindibilmente) teologo, è una presenza mite, costante, nelle paginedel testo.Ravasi sembra aver scritto il saggio più propriamente esegetico, Sofriquello maggiormente orientato alla valutazione storica e sociale,Righetto trae le conclusioni, richiamando i primi due testi, maapportandovi la propria, non sempre sovrapponibile, specificitàdialettica e di studio.Tra l’altro, nei molti meriti della raccolta, v’è quello di nonconsiderare la povertà da un punto di vista prettamente patrimoniale,anche se il dato materiale riesce a mortificare la condottaesistenziale (e gli autori, concordemente, lo denunciano). La povertàaumenta, ma ciò non implica che la ricchezza smetta di circolare,semmai, essa circola in vie più strette, secondo triangolazioni ebi-angolazioni che ancor più frequentemente di un tempo finiscono pertollerare il travaso da economia illegale ad economia legale, eviceversa -sicché, la stessa categoria della legalità sembra in crisie disfacimento. Ma la povertà è sempre più frequentemente povertà inquanto esclusione sociale ed emarginazione: frantumazione delladignità umana, tortura, devastazione. La periferia dentro casa… Unanniversario di questi mesi, molto sotto traccia, riguarda la mortedel cronista e militante dell’Autonomia Carlo Rivolta: spessoetichettato come funambolico, schiacciato dai suoi stessi vizi,estremista, Carlo Rivolta era in realtà un bel tipo digiornalista-studioso, che quando scriveva d’un fatto si ingegnava adivenir co-protagonista e co-testimone di quel fatto (nella realtàgiornalistica odierna, c’è qualche esempio buono: chi studia lecondizioni dei profughi sfruttati nell’ancora grosso indottoagro-rurale e si fa passare per raccoglitore straniero; chi fa cronacadalle città dilaniate dalle faide mafiose e vi si trasferisce a leggergli umori dei quartieri, senza restar seduto dietro uno schermo; chiracconta la stranezza del mercimonio carnale di questi anni, trasacche di sfruttamento acuito e forme di mascheramento dello stessoscambio, ma reinvestite su un piano lecito oppure consuetudinariooppure semplicemente accettato; chi racconta del dramma esistenzialedei giovani, e meno giovani!, nelle comunità di recupero). CarloRivolta, voce quasi poetica e molto cruda del movimento del ’77, nonfarebbe fatica alcuna ad apprezzare il lavoro di Ravasi, Sofri eRighetto, perché, in esso, si racconta, più che la proclamazione delgiusto e dell’ingiusto, l’inesistenza di una categoria definitivadell’essere ultimi, che, invece, la realtà sociale ricompone in millecondizioni della sconfitta, dell’esclusione e del dolore.Già il Vangelo, del resto, andava tra gli “ultimi”, tra questamultiforme costellazione di ultimi (e ladri, e pubblicani, eprostitute, e sfruttati, e razze e popoli perseguitati ed avversati),e riportarcelo così com’è, illuminati da Clement o Martini, da Acerboo Sobrino, dalla Weil fino al domenicano Passavanti, all’Abbé Pierre,significa forse restituircelo dove avrebbe voluto custodirlo ilConcilio: nel Popolo di Dio, per il Popolo di Dio, con (tutto!) ilPopolo di Dio.

Domenico Bilotti

Invia commento comment Commenti (1 inviato)

  • Inviato in data Francesco Spinelli, 03 Novembre, 2012 19:50:03
    DOPO CHE HO LETTO QUESTO ARTICOLO AL SOLO SENTIRE IL NOME DI MONSIGNOR RAVASI MI VIENE L'ORTICARIA: 27 luglio 2012 L'altro editoriale La speranza Si può morire per salvare la propria dignità e quella delle istituzioni e degli ideali che si rappresentano e per i quali ci si è battuti. E si può morire di dignità offesa. In molti modi: chiudendosi in una sorta di lutto interiore o difendendo con accorata incredulità il proprio rigore e la propria onestà o, infine, semplicemente di crepacuore. Bisogna che la gente di questo nostro Paese, bisogna che tutti noi che a volte ci impanchiamo a frettolosi giudici, ce lo ricordiamo sempre. Ci sono persone profondamente per bene tra coloro che servono lo Stato. Persone come Loris D’Ambrosio, il magistrato e collaboratore del Quirinale improvvisamente e dolorosamente morto ieri. E ci sono politici così. Uomini di governo e delle istituzioni, ne cito due che ho conosciuto personalmente e seguito da cronista nei diversi giornali dove ho lavorato, come Giovanni Conso e Nicola Mancino. Non c’è dolore più grande e più mortale per una persona seria e giusta come D’Ambrosio, per chi svolge o ha svolto il proprio mestiere o il proprio incarico in scienza e coscienza, con senso del dovere e delle regole, che sentirsi in una morsa mediatico-giudiziaria, accusato di nefandezza e di oscura tresca; accusato di sporcare il ruolo che si è ricoperto e cercato di onorare. Tutto ciò provoca un «rammarico atroce», ha detto ieri il presidente Giorgio Napolitano. Condividiamo questo sentimento. E speriamo che altri ne siano finalmente capaci. Marco Tarquinio