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Quelle biografie infedeli che raccontano la Storia

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“Città distrutte. Sei biografie infedeli” di Davide Orecchio è senza dubbio uno dei testi più belli dell’anno, non a caso è stato finalista all’edizione del 2012 del Premio Napoli. L’autore si cimenta nel difficile compito di fondere due generi diametralmente opposti, la saggistica e la letteratura, scegliendo comunque quest’ultima come registro privilegiato per dar voce alle sue idee. Le sei città distrutte altro non sono che sei biografie, inventate, di uomini e donne che vivono le loro esistenze tra Otto e Novecento. È interessante sottolineare che se le storie raccontate, almeno per quanto riguarda gli aspetti privati dei vari personaggi, siano essenzialmente il frutto della fantasia di Orecchio, lo stesso non si può dire del contesto storico-politico nel quale queste storie sono collocate e che testimonia un meticoloso lavoro sulle fonti e di studio delle pubblicazioni di settore.
La “biografia” più riuscita è la prima, quella di Éster Terracina, una giovane donna che decide, durante i terribili giorni della dittatura militare argentina, di sacrificarsi con uno stragemma in nome dell’amore. La storia, probabilmente vera, è rielaborata mirabilmente attraverso una narrazione efficacemente bulimica, ricca di informazioni, punti di vista, pensieri e immagini. Aspetti questi che del resto caratterizzano l’intero libro. Anche per questo sarebbe ingiusto dimenticare le suggestive biografie di Eschilo Licursi e Pietro Migliorisi – rispettivamente un molisano membro del Partito Comunista e un giornalista e poeta siciliano – capaci di restituire al lettore le atmosfere di un’Italia oramai scomparsa. Così come non possono non colpire le vicende di Valentin Rankar, un geniale regista russo dissenziente ai tempi dell’Unione Sovietica.
L’aspetto che però forse maggiormente sorprende in “Città distrutte” consiste nel fatto che i protagonisti di ogni biografia-racconto, seppur come detto sempre collocati in un contesto storico molto preciso, sembrano “scavalcare” le barriere del tempo nel quale sono inseriti, affermando quella dimensione dell’umano inteso nel suo senso più intimo e contradditorio. Orecchio in questo modo riesce a parlare dell’evo moderno con le sue contraddizioni, i suoi successi e i suoi orrori, che poi in fondo riflettono le vite di ogni essere vivente, fatte anch’esse da grandi momenti e incredibili bassezze, gesti orgogliosi e lunghe fasi di pigrizia, successi ed errori.

Roberto Colonna

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