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PERCHÈ IL VOTO A GRILLO NON È UN PECCATO, PERCHÈ QUELLO A MONTI NON È UN TRACOLLO

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Verrebbe da dire: cambiar tutto perché nulla cambi. I veri protagonisti delle elezioni sono stati, come sempre, il centrodestra e il centrosinistra, alla loro ennesima mutazione “biologica” (e giammai antropologica). Il Cavaliere, sei mesi fa dato per perso, inchiodato a un partitello mangiato dagli scandali, per la terza volta in sette anni si posiziona ora appena al di sopra, ora appena al di sotto, dei suoi avversari politici. Lo ha fatto ancora una volta solo grazie a una campagna elettorale d’assalto. Chissà, non ci fosse stato Giannino, e la schiera di delusi iper-liberisti che aveva raccolto (e in parte subito perduto), il Cavaliere sarebbe risultato vincitore persino nel computo dei seggi e delle percentuali. Il centrosinistra, versione Bersani, una gamba a Sinistra con un Vendola ridimensionato e una al centro, con la piccola colonia di Tabacci, insussistente o quasi dal punto di vista delle dimensioni elettorali, ha fatto quel che gli riesce meglio: dissipare un cospicuo vantaggio durato mesi in un sostanziale pareggio alla fine dei conti. Ultimi due mesi di campagna elettorale “low profile”, senza idee sensazionali e parando colpi alla meno peggio. La vittoria c’è, vittoria di Pirro, con un puzzle di scenari futuri che fa passare i Democratici nostrani dalla padella alla brace, se non proprio dagli altari alla polvere.

Capitolo Grillo: il Movimento 5 Stelle ha dimostrato un’impressionante capacità attrattiva, ma sbagliano gli analisti che si allarmano per un boom improvviso. I “grillini” avrebbero certamente ottenuto una marea di voti, che è divenuta tsunami in calcio d’angolo, contro ogni previsione, ma che comunque s’annunciava massiccia e debordante sin dalla prima ora. Si potrebbe riassumere: assai più clamorosa di ogni aspettativa. Tacciano i Soloni che hanno rovinato tutte le serie occasioni per una equilibrata e doverosa riforma della politica, dei suoi tempi, dei suoi linguaggi e soprattutto dei suoi costi. Basta guardare con altezzosità o con una demonizzazione da PCI d’antan: in quel voto, il lato della protesta si interseca a quello della disperazione, del populismo, delle false promesse della democrazia digitale (e va bene); ma si interseca anche e soprattutto con alcune proposte chiare, che evidentemente hanno fatto breccia proprio perché urlate, con un consenso andato a cercare piazza per piazza, con un disgusto verso gli altri competitori che ha dato vita, lì in mezzo, a una compagine magari settaria, ma certo coesa al suo interno più di quanto non si pensasse. La coesione dovrà reggere la prova delle istituzioni rappresentative, leste a sfasciare in mille rivoli anche esperienze più colossali di questo Movimento 5 Stelle, ma forse troppe Cassandre fanno scommesse sulla perdita di uno zoccolo duro, che è invece (così pare) destinato a restare.
 
Capitolo Monti: il suo progetto “civico” ha prosciugato l’UDC e il partito di Fini. C’è poco da dire: chi apprezzava l’idea della lista e il governo dei tecnici, ha votato direttamente per i montiani; il vecchio centro che si riconosceva in Casini e forse disprezzava segretamente i suoi equilibrismi ha, verosimilmente una volta di più, preferito il PDL; chi identificava in Fini il volto d’una Destra moderna, civile ed europea, o s’è orientato diversamente o ha ritenuto che il progetto non fosse poi così riuscito all’atto pratico, come era stato, all’opposto, ambizioso nella sua formazione e proclamazione iniziale. Quindi, mentre gli analisti si affannano a deprecare la retorica grillina e il flop montiano, andrebbe almeno precisato che Monti ha resistito con un dieci percento sempre più esclusivamente suo merito e non exploit delle vecchie ossature partitiche e che Beppe Grillo ha coagulato in poco tempo una proposta politica (e un carico, si ingenuo ma anche -sin qui- soprattutto genuino, di preferenze), superiore a tanti velleitarismi, alla sua Destra e alla sua Sinistra.

Forse, un bilanciato ragionamento sulle elezioni, senza disfattismi e panico sociale, dovrebbe partire proprio da qui.


 
Domenico Bilotti  
 

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