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IL POETA DISPREZZATO A SINISTRA

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La morte di Franco Califano colpisce l’immaginario collettivo per il suo presentarsi improvvisamente, ma naturalmente, all’esito, pur previsto, di una lunga malattia e di un progressivo indebolimento delle condizioni fisiche del cantautore. Questa ineluttabilità quieta sembra scontrarsi veementemente con lo stile di vita del personaggio: duro, guascone, sopra le righe, spesso abituato a raffigurarsi più gaudente delle sue stesse inclinazioni.
Ciò, però, non dovrebbe mai spingere a dimenticare quali siano stati, in verità, i reali meriti artistici di Califano, capace di mescolare l’eccessiva carica debordante del personaggio con la tempra schietta e talora gotica (se non ossianica) del poeta: in queste considerazioni non faranno che capolino le vicende giudiziarie, le conquiste sentimentali, quelle altolocate e quelle “bassolocate”, dalle nobildonne alle passeggiatrici.
Semmai, mette conto parlare della carica innovativa e, insieme, tradizionalistica del suo approccio compositivo: innovativi, e fortemente, i testi e i temi, come pure l’impostazione vocale, rude, poco educata, declamativa e roca; nel solco di un percorso tutto interno alla migliore canzone italiana la parte musicale, dove possono scorgersi il piano, la chitarra e il non perdere gusto per la cantabilità pura e melodrammatica nemmeno nelle rarissime sortite su territori altri (talvolta, strumentazioni artigianali, etniche, senza giocare alla world music; talvolta, strumentazioni più elaborate, incursioni nell’elettronica, senza giocare alla disco music).
La poetica testuale non si nega i francesismi, l’impressione di scavare in modo altro un filone esistenzialistico: radicalmente alternativo rispetto agli stilemi della cultura intellettualistica degli anni Settanta, ma genuinamente propenso alla scoperta della dimensione lirica nel vivere la realtà di borgata. I sogni sfrontati della giovinezza, le storie consumate negli androni da appuntamento, nelle scale, nei locali sbagliati, dove si affrontavano le piccole e grandi storie della malavita capitolina, ma soprattutto si illuminava l’esistenza di un mondo di marginalità che i detentori delle categorie ufficiali dell’esclusione sociale non si sognavano nemmeno di prendere in conto (mitizzarlo è ben altra storia, è già segno di non integrazione: si esalta per non guardarlo per com’è).
Straordinariamente creativo, anche per altri interpreti, appassionato di letture e scrittura, Califano negli ultimi anni della sua esperienza aveva continuato a far belle serate, affollatissime, nei teatri romani, ma aveva pure intrapreso con diligenza la strada del ricoltivare le mitologie sghembe del suo personaggio: seduttivo, latino, attempato, monotematico, amante della sensualità. Un’ennesima dissacrazione, stavolta a se stesso, per dire che il vero non era lì, nelle semplificazioni contro il suo edonismo, ma nella sua capacità di star su un palco, anche quando era la vita (e il recepimento altrui) a colonizzarlo.
Certo, si dirà che l’uomo ebbe simpatie reazionarie, da impenitente e impunito, che però non disprezzava la conservazione dei ruoli tradizionali, dal letto e magari fino alla stanza dei bottoni. Ma la bontà di certi testi, dai primi versi fino agli ultimi dischi, spesso minimalisti sino all’estremo, ci mostra con altrettanto orgoglio l’altra faccia della medaglia: un’introspezione un po’ gigionesca, un po’ oscura e anche fortemente non allineabile. 

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