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FRADICIA UMANITÀ… SUL NUOVO LIBRO DI MAURICE BIGNAMI

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Maurice Bignami torna sul luogo del delitto: esso è già stato compiuto, ma sulla scena del crimine le tracce del misfatto hanno modificato l’ambiente e le persone una volta per sempre. Il primo lavoro, “Gli uomini eguali” (Bietti-Società della Critica, 2005), raccontava della difficile vita paterna, tra rivoluzioni tradite e illusorie e vere sconfitte, fino all’apprendistato tremendo della lotta armata compiuto dal figlio, nel nome (e non per conto) del padre; per tali ragioni, pur non essendo un sequel in senso proprio, questo “Lupi e Cani Randagi” (Edizioni di Pagina, 2013), racconta della liberazione, del disagio del reduce e della difficile e non solo contemplativa redenzione del peccatore. La fabula del libro si svolge in malapena tre giorni. Il protagonista, David Rebecchi, che è un alter-ego credibile ma ora parziale ora ridondante dell’autore stesso, indaga a modo suo, a tentoni e a spintoni, sull’omicidio di un’ex brigatista divenuta viziosa signora d’alto bordo, ancora però profondamente legata all’autonomo che scelse la rivalsa delle armi contro la generazione degli inganni. E c’è una varia umanità a dargli man forte: un cognato sbirro, di quelli bravi a fare indagini e a tessere accordi di non belligeranza, dietro un’idea opaca e paternalista di pubblica sicurezza, una bellissima transessuale, che cova in sé per davvero il seme profondo di una femminilità rimossa, una sottospecie di improbabile accattone, con alle spalle un cane ancora più improbabile, spassoso comprimario del soggetto più sghembo di tutta la ghenga del Rebecchi.
Si passa in rassegna una Roma marcia e decorosa come poche, in questi anni di grande revival capitolino e antagonista: la Roma delle trattorie e delle latterie dal vino pessimo ma dalla cornice umana ancora tale e quale a quella di un Alberto Sordi, la Roma che si allaga con poco e che, poi, sotto le tempeste, non trova la pulizia della peste, come fa invece la Milano manzoniana, ma nuovo sterco, nuovi abusi e nuovi misfatti. C’è la prostituzione d’appartamento e ci sono i fiumi di droga che drenano risorse liquide per tutti i cartelli criminali del mondo, di ogni nazionalità e di ogni tradizione. C’è l’oste e compare acculturato, ci sono due compagne che vengono anch’esse dal passato della lotta armata, ma sfumate, meno presenti, forse perché, rispetto alla bellissima prima vittima, rimaste meglio a loro agio (e comunque a loro posto) nelle pose, negli stili e nei proclami dell’epoca, vuoi per morti in un conflitto a fuoco vuoi per ripensamenti mai attuati.
Il testo raggiunge sia il margine di una coralità compiuta, dove ogni voce è voce che racconta quel suo momento, sia il fiume in piena di un romanzo di formazione, dove anche il nichilismo più bieco è vestito d’una forma di noioso o annoiato superomismo.
David Rebecchi è una simpatica canaglia, è un cattolico pessimista e filologico, è un alcolista, è un po’ un duro vecchia maniera, che incassa e tira cartoni, è un erudito che si trova coinvolto in discussioni di storia della strategia militare, della sinfonia e della politica penitenziaria. Non un rinnegato, ma uno che si è messo in discussione (a volte ciò gli ha dato gran vantaggio, molto più spesso gli ha portato dannazioni). È troppo stralunato, intricato, sensibile e incerto per giocare la carta del seduttore. Lo è stato, ma adesso sembra molto impegnato a provare un’ennesima volta a fotografare la totalizzante complessità della vita.
Il libro scorre che è un piacere, una specie di vorticosa bevuta di vino dei Castelli direttamente da un imbuto ghiacciato: viaggi in treno, rapine, la liberazione sessuale e il movimento bolognese, i migranti e le puttane. I killer di mafia, i killer delle carceri. Attenzione: non è racconto confuso, si lascia mettere in ordine, mano a mano che le deduzioni di Rebecchi cadono contro i fatti e la verità, più che rivelarsi, si squaderna.
Un po’ di idealismo tedesco, un po’ di pulp movie e una frequentazione critica, non ostentata e non occultata, col noir europeo. Un libro di sapore contemporaneo, azzardoso, vivido. Anche se la Terza Repubblica ha preso le insegne del comando dalle mani della Seconda, al tacito patto di seppellire, per sempre e una volta per tutte, tutte le storie senza risposta. E forse Rebecchi-Bignami sa cogliere nei tempi che non tutto è male e che l’Anticristo ama sapersi vestire da bravo angelo.
 
Domenico Bilotti

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