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IL PD PUNTI ALL’EUROPA SE VUOLE RILANCIARSI

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Non c’è cittadino europeo che non pensi con preoccupazione alle istituzioni comunitarie. Soprattutto nei Paesi più coinvolti dalla crisi economica, i provvedimenti meno popolari sono stati sovente giustificati da classi politiche delegittimate, ricorrendo agli immancabili diktat che giungevano da Bruxelles e dintorni.
In parte, questo gioco di specchi è risultato credibile, perché fondato: i vincoli di bilancio e le idee di un malinteso riformismo sociale che si riduce nel taglio indiscriminato della spesa sono stati davvero incentivanti. Per razionalizzare le uscite, visto che aumentavano poco, troppo poco, le entrate. Ma non potrà andare avanti così a lungo: le classi dirigenti nazionali dovranno farsi carico di giustificare le proprie linee di intervento in ambito pubblico. E hanno la possibilità di essere alternative a ciò che è stato il cuore della politica europea tra il 2008 e il 2013: investire sulle elezioni del Parlamento di Bruxelles, portare lì istanze pressoché inascoltate nell’ultimo quinquennio. È questione di mesi ed è una faccenda molto importante e seria, molto distante dal calibrare come al solito la rappresentanza tra i partiti e molto vicina, invece, a poter contare ineditamente nella vita di ogni giorno. 
Il governo per il governo non va più bene, visto che molti problemi hanno cambiato sfera di competenza e si decide solo in parte negli Stati nazione e molto più spesso coordinando questi alle istituzioni finanziarie comunitarie. Che sia una Sinistra social-democratica a vincere le elezioni, o un centro allargato alle fila di volontari progressisti, cattolici e liberali. Capire che si vuole fare è fondamentale per capire da che parte stare e quella parte si costruisce soltanto attraverso le intenzioni comuni.
I partiti italiani hanno una lunga tradizione di astio e scarsa convinzione nei confronti delle Elezioni Europee, sino a sembrare anche apertamente antieuropeisti.
Chi scrive, cinque anni addietro, riteneva che un Partito Democratico senza alcun rapporto coi partiti socialisti maggioritari in Europa nascesse senza un riferimento importante, senza la possibilità di far politica dell’Europa anche in Italia (nonostante il Partito Socialista Europeo sia stato tutt’altro che immune da critiche, anche da parte del sottoscritto, soprattutto negli anni tra il ’98 e il 2001, gli anni di un internazionalismo un po’ cieco, un po’ ottimista). E sostenne pure che i partiti alla Sinistra del PD avrebbero potuto benissimo farsi promotori di un Partito Comunista Europeo, o di un equivalente aggregato radicale: allora i partiti che si rifacevano alla simbologia comunista prendevano assai più voti di oggi e dovevano decidere cosa potere diventare da grandi. O la stampella di programmi che non avrebbero mai davvero condiviso o la nicchia da reinventare ad ogni scadenza elettorale con scarsi risultati (a quelle rivendicazioni, l’aver scelto questa seconda opzione sembra avere tolto molta dignità politica).
Oggi gli interrogativi non paiono del tutto cambiati. Nelle grandi coalizioni, le identità che si integrano e alleano discutono partendo da proposte spesso distanti; quando la Sinistra fa opposizione deve avere chiare idee sui diritti civili, sul lavoro, sulla salvaguardia del bene ambientale, esattamente come quando pretende di governare. Se non lo fa, ben che vada, svolta a chiacchiericcio, a missaggio inappropriato di idee liberiste, idee ecologiste e antiche burocrazie sindacali. Cioè, una somma che non diviene mai sintesi.
Il Partito Democratico esprime oggi in Italia un Presidente del Consiglio. Non è detto che la legislatura si concluda così: o con questo Presidente del Consiglio, ma in un altro partito, ancora non visto alla luce, o con un altro Presidente del Consiglio. E se tutto restasse così com’è, ciò non scioglierebbe, oltre ai problemi di stabilità, tutte le altre incognite. Questi riposizionamenti non potranno mai diventare, come sono stati troppo a lungo, l’eventuale “notizia del giorno”. Le notizie sono costituite dai licenziamenti, dalle discriminazioni, dai diritti umani, dalle mine sparse per il mondo, sotto forma di regimi in lotta e di popolazioni sfruttate.
Per avere un profilo netto e (visto che pare importante) vincente, bisogna capire da che parte stare e che senso può avere l’appartenenza europea, anche come dato politico, economico, civile, per risolvere i problemi.
Il Partito Democratico può essere maggioranza relativa del Paese. Può comporsi e scomporsi in rivoli; può avere correnti; può contemporaneamente avere divergenze e risposte unitarie. Ma sarebbe grave se dimenticasse che fare dell’Europa un progetto costituente non può che passare dall’immettere idealità e prassi che di quell’Europa fanno ormai parte, essendone state tanto le cause remote (la pace, l’eguale libertà, il reddito) quanto le uniche possibili alternative future (federalismo, redistribuzione, servizi).

Domenico Bilotti

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