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L’APERTURA DI RENZI: ERRORI O POCO CORAGGIO

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L’apertura della campagna elettorale per le Primarie del Partito Democratico non sta regalando colpi di scena, né spunti particolarmente vivaci e innovativi. Anche per tali ragioni, il lancio di Matteo Renzi era diffusamente atteso: nonostante le percentuali dei sondaggi oscillino dal plebiscito alla maggioranza risicata, il sindaco di Firenze è il candidato favorito. Non solo: da almeno tre anni l’esponente PD cavalca con forza l’onda di un reclamato ricambio generazionale, a colpi di slogan al vetriolo contro l’aristocrazia democrat e gridando al rinnovamento possibile. Purtroppo, la kermesse di Bari non è sembrata andare molto oltre impressioni che già si erano evidenziate: aver coagulato un seguito che è passato dai pochi entusiasti della prima ora all’avvicinamento (non sempre scevro da altri infingimenti) di molti notabili nazionali, imbastire date sold out in location minimal, a metà arena da gran concerto e a metà tendone vecchio stile, rilanciare gli slogan della rottamazione, lottando per non farli apparire come avvisi di sfratto al governo o, peggio, di scissione al partito. 
Certo, l’esecutivo in carica è chiaramente figlio di una situazione anomala e la sua permanenza nel panorama politico nazionale non è necessariamente un valore; attaccare l’ex vicesegretario del partito al quale si appartiene non è, però, una idea troppo comprensibile. L’elettorato, che già aveva accettato con enorme difficoltà l’ipotesi del larghissimo (a volte contraddittorio) governo di coalizione, non percepirà questo atteggiamento come l’ennesima giravolta, l’avvitarsi su se stessi senza stabilire una linea generalmente condivisa, su almeno quattro, cinque, questioni di pragmatica e vitalissima attualità? In un contesto come quello attuale, bisognerebbe visualizzare chiaramente le grandi alternative che sono davanti a un partito di centrosinistra, in tutto il mondo occidentale: innovare radicalmente il paradigma social-democratico, adattando i principi redistributivi alle mutate esigenze del lavoro, oppure spostarsi, più aggressivamente, su una piattaforma politica rigorista, di taglio alla spesa e di accentuato liberismo concorrenziale. Nelle parole del segretario in pectore, nulla di tutto ciò è rilevato: si è parlato poco di lavoro, si è parlato di promesse sulla calendarizzazione di una proposta di legge elettorale (un po’ poco, per quanto sia difficile fare i funamboli parlando di legislazione, seggi e attribuzioni del Parlamento). Ben più: il sindaco di Firenze ha dichiarato la propria contrarietà all’amnistia, andando almeno indirettamente contro il monito di Napolitano, che aveva finalmente scelto di farne l’oggetto di un proprio messaggio alle Camere.
Questa prima uscita del “monellaccio” e “rottamatore” non ha del tutto scaldato i cuori ed è stata incerta sui contenuti. Eppure il riformismo di quelli ha bisogno: sostanza, estro, programmi accessibili. L’ansia di regolare i conti con chi aveva avversato una certa proposta politica dà cattivi consigli, fa indulgere e indugiare sulle forme, sui riti, sulle polemiche e sui tormentoni. Invece, qualunque candidato alla segreteria del Partito Democratico dovrebbe sentire quanto nel congresso alle porte siano in ballo un’idea di partito, un’idea di ripresa, un’idea di Paese (e, persino, di Europa). Magari dal dibattito degli altri competitori non affluiranno proposte a raffica, né quelle che pur emergeranno saranno riprese, attuate e fissate, se non in minima parte… fare a meno di questo passaggio, allora? Abbandonare le ansie di iscritti, elettori e cittadini, bollando come superfluo il giusto agone congressuale? Davvero questa è la suggestione che giunge dalle schermaglie iniziali?
Domenico Bilotti

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