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Il mondo va a destra?

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Un’illustrazione con commento del saggio

di Raffaele Simone “Il Mondo è di destra?”

 

 

“Riesci ad avere davvero qualcosa dai

libri solo se sei capace di mettere qualcosa

di tuo in ciò che stai leggendo. Voglio dire, solo

se ti accosti alla lettura come a un duello, con lo

stato d’animo di chi è disposto a ferire e a essere

ferito, a polemizzare, a convincere e a essere convinto,

e poi, dopo aver fatto tesoro di quanto hai imparato, lo

impiegherai per costruire qualcosa nella vita o nel lavoro”

Sandor Marai, La Donna Giusta, Milano, 2004, 202sg.

 

 Dopo le elezioni italiane con la scomparsa della sinistra, riformista ed antagonista, dal Parlamento, è arrivata la batosta delle elezioni amministrative britanniche, anzi inglesi e gallesi per essere precisi, con la sconfitta, più bruciante di quella di Rutelli, di una delle icone continentali della sinistra, Ken Livingston, Ken il Rosso.

    Ha, quindi, ragione Raffaele Simone[1] quando si  interroga se “Il mondo è di destra?” Per Simone “il contenitore che chiamiamo «sinistra» appare oggi  pressoché svuotato. Almeno per il momento, dato che gli obiettivi falliti sono molto più numerosi di quelli raggiunti, ci sono sufficienti motivi per sostenere che la sinistra, dopo oltre cent’anni di tentativi compiuti in tutto il mondo, è prossima a dichiarare bancarotta e a convertirsi in  qualcosa d’altro”.


 

Il fallimento degli obiettivi della sinistra

 

Una ferma notazione si impone se gli obiettivi falliti sono più numerosi di quelli raggiunti, il problema principale è quello  di interrogarsi sulla natura degli obiettivi, cioè se fossero obiettivi sbagliati, perché se non si sono raggiunti per incapacità ma gli obiettivi fossero giusti significa che, comunque, non sono venute meno le ragioni della sinistra.

    Nello stesso interrogarsi se il mondo è di destra, l’analisi non può limitarsi all’Europa e neppure all’intero Occidente, come fanno i più, per esempio lo stesso Giorgio Ruffolo (Perché l’Occidente non va a sinistra, La Repubblica, 29.04.2008), che si ritiene tra gli ispiratori de “Il mostro mite” di Raffaele Simone.

    L’Europa è importantissima per noi che ne facciamo parte  e ancor più l’Italia perché ci viviamo, tuttavia non siamo l’ombelico del mondo e soltanto nell’esaltazione narcisistica di qualche dirigente politico si può pensare, che la sconfitta  di Veltroni alle politiche e di Rutelli a Roma rappresentino un avvenimento di portata mondiale.

    Detto questo, per ciascuno di noi, che si sente parte della Sinistra, pur con tutte le aporie e le ambiguità che il termine comporta, non è sufficiente, per compensare il lutto, consolarsi con il fatto, che negli stessi giorni all’ex vescovo Lugo riusciva una impresa storica: mettere fine a 60 anni di dominio incontrastato del Partido Colorado in Paraguay.

    Basta guardare, appunto, al continente latino-americano  per avere una impressione del tutto diversa dal Brasile di  Lula all’Argentina dei Kirchner, dal Cile della Bachelet alla Bolivia di Morales, dall’Ecuador di Correa al Venezuela di Hugo Chavez,  lo spostamento a sinistra è netto ed evidente.

    Nel Nepal il 28 maggio 2008 un’Assemblea costituente ha abolito una monarchia al potere dal XVIII° secolo e la formazione del governo è stata affidata al Partito Comunista Nepalese (udite! udite!) Maoista: sarebbe, però, difficile inverarne che l’Asia vada a sinistra.

    Se negli Stati Uniti vincessero i Democratici, puta caso Obama, sarebbe un segno di svolta a sinistra o a destra? Per di più nel paese egemone dell’attuale assetto planetario.

    In realtà dobbiamo fare i conti con l’ambiguità stessa dei concetti di destra e sinistra: una volta era più semplice, alla sinistra si sposava un’idea di progresso nel cambiamento e nell’estensione dei diritti, mentre la destra era conservazione  e difesa dell’ordine costituito.

    Questa distinzione chiara aveva come presupposto che la sinistra fosse minoranza ed all’opposizione: nel momento che conquista la maggioranza e con essa, in un regime democratico, la responsabilità di governo diventa essa stessa una parte dell’ordine costituito, cui spetta di conservare e difendere le leggi sociali nel frattempo approvate.

    La destra si presenta allora con la faccia del rinnovamento e del cambiamento.

    L’offensiva non è soltanto politica, ma anche culturale, nel senso più ampio ed affonda le sue radici nell’economia.

    La distinzione tra destra e sinistra si basava anche sul ruolo dello Stato, ma anche qui con epocale inversione dei ruoli.

    Per la destra una volta lo Stato forte, autoritario e di polizia, era una pedina essenziale per la difesa del proprio dominio.

    Con la democratizzazione dello Stato, invece, la destra si è fatta paladina dello stato minimo, che lasciasse a briglie sciolte il mercato e gli spiriti animali del capitalismo.

    Per ridurre il peso dello stato sono necessarie privatizzazioni e liberalizzazioni, sempre più spinte, ma soprattutto la riduzione delle tasse, unico mezzo per  contenere la spesa pubblica.

    Questo in astratto poiché in concreto spesso la sinistra, e  da questo punto di vista il centro-sinistra italiano è stato esemplare, ha privatizzato e liberalizzato più della destra, ha contenuto il deficit pubblico e iniziato a riformare (eufemismo per ridurre) il welfare, proprio per rispettare le compatibilità di bilancio.

    In Italia, ma anche in altri paesi europei, alla sinistra si è proprio affidato il compito di affrontare le congiunture difficili nella presunzione, che con un governo di sinistra la combattività sindacale potesse essere contenuta.


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Il volto nuovo della Destra


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La perdita di egemonia e di iniziativa della sinistra non avrebbe effetti così drammatici da far prevedere una sua scomparsa (In Italia già si è verificata a livello di rappresentanza parlamentare) se nel contempo non ci fosse  un volto nuovo (?) ed accattivante della destra, quella che Raffaele Simone chiama la Neodestra, i cui tratti sarebbero i seguenti: “a) esprime in forma diretta il grande capitale nazionale e multinazionale; b) è tecnologica e capitalista, ma di un capitalismo finanziario più che industriale; c) è conservatrice, salvo in un campo: è interessata a espandere e innovare i consumi, perché ritiene che il mercato e il consumo siano l’unica vera mission del mondo moderno; d) è nemica dell’intervento pubblico nella gestione dei grandi sistemi di servizio (scuola e università, poste e comunicazioni, sanità e cura degli anziani, trasporti,  perfino prigioni); e) ha come valori pubblici il consumo, il successo, il divertimento; f) è totalitaria nella sua deplorazione dell’avversario e delle regole (e le conseguenti lentezze) dei sistemi democratici; g) è populista: rifiuta il principio democratico, sostenendo che una cosa sia opportuna solo  se «interessa al popolo», se la «vuole il popolo»; h) non riconosce classe generale fuori della borghesia (piccola e media), che cerca di portare a livelli sempre più alti di consumi, di benessere e di entertainment, ignorando il resto della popolazione (poveri, quasi poveri, gente in pericolo di impoverirsi, minoranze e immigrati); i) è durissima nel contrastare le critiche ideologiche, ma imperniata in modo decisivo sull’uso infiltrante dei media, della comunicazione  e dell’entertainment; j) disprezza la cultura, la ricerca e la scienza (salvo che non producano applicazioni e redditi); è indifferente alla creazione artistica che non si traduca in prodotti mediatici”.
    Nulla di nuovo rispetto ad una destra classica, tradizionale di un regime capitalista, ma la parola capitalismo per Simone non basta più, bisogna coniarne un’altra ultracapitalismo. “Si tratta – prosegue Simone – di una rete sottratta a qualsivoglia controllo politico (sia nazionale che internazionale) – anzi in grado di dettare leggi ai governi, che sono spesso sua diretta espressione – con una  specificità nuova nella storia: accumula enormi profitti non più (come nella tradizione) opprimendo i propri lavoratori, bensì catturando la propria clientela in tutto il mondo. Questa senza accorgersene è diventata captive, lasciandosi avvolgere nella spirale in cui si intrecciano pubblicità, prodotto, marketing, facilitazioni creditizie, desiderio di fun e di vacanza, speranza di restare giovani per sempre”.

    In realtà le cose sono più complicate poiché il volto  umano dell’ultracapitalismo consumistico non è uguale in tutto il mondo: con sfruttamento del lavoro, anche minorile,  continua anzi si estende nei paesi sottosviluppati ma anche nelle periferie dei paesi ricchi (Messico del Nord America rispetto agli USA e Europa Orientale rispetto al nucleo dell’Unione Europea a 15, mano d’opera migrante).

    Le descrizioni del lavoro nelle grandi fabbriche del XIX secolo si potrebbero tranquillamente applicare con i loro orrori, ed anche di più, alla produzione manifatturiera di massa nei paesi di delocalizzazione produttiva.

    Lì dovrebbe, quindi, vincere la sinistra? Non è così,  perché la repressione politica e sindacale è fortissima e colpisce soprattutto a sinistra, una sinistra per di più, che - con il crollo dell’URSS - non riceve più sostegno politico ed economico dall’estero, se non quello sporadico delle organizzazioni sindacali internazionali.

    I movimenti politici di opposizione che ricevono più aiuti da reti estere sono quelli di ispirazione islamica ovvero con forti comunità nella diaspora, come i tamil dello Sri Lanka, come una volta l’IRA dalla comunità irlandese e statunitense.

    Quando un movimento di liberazione con parole d’ordine di cambiamento societario (ETA per esempio o FARC) si finanzia con sequestri ed estorsioni e con il commercio di droga ed armi è ancora espressione della sinistra? È vero che anche Stalin rapinava i treni, ma appunto quella sinistra è stata sconfitta sia pure più di 70 anni dopo.


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Mario Comensoli, Betrieb

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Fattori istituzionali e strutturali della debolezza della Sinistra. La dissoluzione della classe operaia come classe generale

 

Ci sono fattori strutturali e istituzionali che spiegano la debolezza della sinistra nei grandi paesi del cosiddetto Occidente.

    Il primo è la perdita di potere dello Stato nazionale, cioè dell’ambito, nel quale la democrazia ed il welfare hanno  avuto la massima espressione.

    Questa perdita di potere non è tanto nei confronti di organizzazioni internazionali regionali, come l’Unione Europea, che tentano di espandere il livello democratico delle loro istituzioni, quanto rispetto all’Organizzazione Mondiale del Commercio – OMC, del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale, per non nominare che alcune delle istituzioni, sulle quali non esiste controllo parlamentare.

    L’OMC è sorto senza un trattato internazionale alla sua base e, quindi, senza una ratifica parlamentare.

    L’espansione capitalistica inoltre è stata molto più finanziaria che produttiva. Per una serie di accordi bilaterali o multilaterali la libertà di circolazione dei capitali è assicurata, ma soprattutto in qualsiasi borsa si può “scommettere” su prodotti che ancora non esistono e che materialmente  neppure si trovano sul territorio dello stato, in cui si compie la transazione finanziaria.

    Il capitalismo finanziario è per sua natura incontrollabile anche in termini fiscali.

    Lo stato ottocentesco strumento di dominio della  borghesia capitalista era quantomeno necessario e le sue leggi potevano regolare i luoghi fisici della produzione.

    Lo Stato nazionale, tanto più in tempi di sviluppo economico, invece, è sentito come superfluo e con lo Stato le procedure democratiche di governo: bisogna abolire lacci e lacciuoli e la perdita di tempo delle discussioni parlamentari e pubbliche in genere.

    Simone fa derivare l’indebolimento della sinistra, oltre che dal fallimento delle esperienze comuniste, da tre cruciali fenomeni: “a) la dissoluzione della classe operaia come classe generale, b) la metamorfosi culturale del popolo della sinistra, c) la nascita della cultura globale connessa all’ultracapitalismo, di natura essenzialmente «dispotica». Nel loro insieme, essi significano che l’avversario che la sinistra ha dinanzi non è più formato da concreti partiti politici, contro cui si può lottare nei parlamenti e nelle piazze, ma da movimenti storici di ampiezza planetaria, con cui il confronto è immensamente più difficile”.

    Raffaele Simone è perentorio: che la classe operaia non costituisce più “il principale riferimento della sinistra è evidente in tutto il mondo”. Con le strategie di delocalizzazione industriale si tende “a creare masse operaie solo nelle aree in cui queste possono non dare fastidio”. Inoltre “un altro fenomeno, già chiarissimo negli Stati Uniti ma evidente anche in Europa, è che gli operai sono sempre più spesso immigrati, cioè la cui «pericolosità» sindacale e le cui pretese sono molto ridotte”.

    Tuttavia “a dispetto di questi cambiamenti, nei Paesi occidentali di operai «veri» (nativi, sindacalizzati e potenzialmente «pericolosi» [Simone si è dimenticato di aggiungere con diritto di voto, ma è implicito]) ne esistono ancora ed in numero rilevante. Allargando l’ottica al pianeta, si può osservare che con la crescita economica della Cina e dell’India, più le altre piccole, medie o grandi tigri asiatiche, mai nella storia dell’umanità vi sono stati così tanti operai industriali ed urbanizzati: l’anno scorso per la prima volta gli abitanti in contesti urbani hanno superato il numero di quelli di campagna. Con questa premessa di fatto vanno correttamente intese le seguenti osservazioni di Simone sui cambiamenti di rilievo che sono intervenuti nella compagine operaia [il termine classe implica non una attribuzione sociologica ad un determinato strato sociale, ma la coscienza di appartenervi]: “a) La classe operaia ha compiuto una cruciale evoluzione politico-culturale. Stanca di essere e sentirsi classe «bassa», di accedere solo a consumi di  profilo modesto, insomma di essere «classe operaia» in senso proprio, ha cambiato opzioni e gusti e tende ormai a comportarsi e apparire come la borghesia che vorrebbe essere. Il capitalismo, una volta nemico assoluto, ha infatti creato modelli e desideri a cui vorrebbero arrivare tutti, inclusi quelli che un tempo si sarebbero chiamati proletari. Il motivo di ciò è forse il bisogno di mimetismo sociale: chi oggi ha davvero voglia di sembrare un operaio? (…) Nel frattempo il proletariato si è dissolto e trasfigurato, e comprende ormai solo emarginati e coatti: frange urbane sottoproletarie e soprattutto immigrati, ancora trattati non come un ceto ma come un problema (una «grana») sociale. b) Intanto la sinistra tende a «tener nascosta» la classe operaia: non la evoca nei suoi programmi e proposte, non l’adopera come asse primario della sua politica. In poche parole, ha abbandonato gli operai sia come classe generale sia come riferimento politico primario. Gli interessi degli operai sono stati trasferiti pari pari ai sindacati, che hanno sì peso politico ma non costituiscono certo un punto di riferimento centrale. Insomma la sinistra ha imparato l’ambigua arte di stare dalla parte del popolo ignorandone le sofferenze e evitando di menzionarlo.”

    Parallelamente a questi cambiamenti nella massa degli operai, la classe operaia non ha più occupato il primo posto nei pensieri della sinistra riformista, secondo Simone. La sua analisi è limitata agli anni Novanta, di modo che vede una diminuzione dell’area riformista ed un incremento di quella comunista variamente ribattezzata. La semplificazione è evidente sotto un duplice profilo: elettoralmente la sinistra antagonista non sta meglio in Europa di quella riformista, si pensi alle ultime elezioni francesi ed italiane, e nemmeno la classe operaia in carne ed ossa è più al centro dei pensieri della sinistra antagonista. Certamente l’omaggio rituale c’è ancora, ma questa sinistra non ha ancora fatto i conti con l’esperienza della classe operaia, espropriata in tutti i sensi dalla sua avanguardia, cioè il Partito Comunista al potere: un’avanguardia i cui componenti, la cosiddetta  nomenklatura, in numerosissimi casi saranno poi gli stessi che completeranno l’esproprio con le privatizzazioni seguenti al crollo del sistema sovietico.

    L’interpretazione di Simone è la seguente: “l’elettorato della sinistra si è indebolito non solo per le gravi insufficienze dei gruppi dirigenti, ma più globalmente  perché gli «ideali» della sinistra, quelli che la differenziano più nettamente della destra, non sono più all’altezza dei tempi. Infatti, in un’epoca dissipativa, consumista e liberista a oltranza, essi appaiono di carattere restrittivo e quasi pauperistico. Ciò vale per tutti i traguardi principali: l’uguaglianza (limita l’espansione delle proprie prerogative), la legalità (limita il soddisfacimento dei desideri), la giustizia (impone regole), l’equità fiscale (toglie il proprio, disturba i consumi), l’attenzione per le classi inferiori (perturba l’ambizione di far parte di quelle superiori), la lotta al nazionalismo (limita le peculiarità delle patrie), l’austerità …


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Mario Comensoli, Déjeuner sur table
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Inoltre, spingendo la considerazione alle strutture sottostanti, si vede che la pratica di questi obiettivi presuppone l’accettazione di meccanismi profondi che non sono, neanche questi,  conformi ai traguardi della modernità: il sacrificio, la rinuncia e il trasferimento del proprio ad altri. Ora questi ideali (e i meccanismi sottostanti) sono esposti da almeno vent’anni alla bufera della modernità, con le enormi novità che questa induce. Finora, dall’urto con questa bufera la sinistra è uscita pesta o sconfitta.”


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Il Mostro Mite


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In nessun paese – secondo Simone – la sinistra ha saputo prevedere e tanto meno governare la nascita di quella sorte di moderno dispotismo culturale, che da un ventennio ci avviluppa nella sua rete. È un dispotismo “gestito dalle multinazionali e dai centri mondiali del potere finanziario”  e che “è imperniato sui consumi e sull’ubiquità di media e dell’entertainment”.

    Alexis de Tocqueville2 profeticamente aveva previsto un possibile «dispotismo del futuro»: il regime che avrebbe potuto prodursi “come sequela della democrazia”. Al posto di un sovrano, che si sarebbe ingerito anche dei minuti aspetti della vita privata dei cittadini a forza di accumulare potere, avremmo un dispotismo più esteso e più mite, che degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Simone chiama questo dispotismo «Il Mostro Mite», cioè il paradigma culturale planetario elaborato dalla Neodestra.

    Tocqueville vede “una folla innumerevole di uomini simili e uguali che girano senza tregua su sé stessi per procurarsi piccoli piaceri volgari, con cui si appagano l’anima. Ciascuno di loro, messo da un lato, è come estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano  per lui l’intera specie umana; quanto al resto dei suoi concittadini, li ha accanto ma non li vede, li tocca ma non li sente; non esiste che in sé stesso e per sé stesso, e, se una famiglia gli resta pur sempre, si può almeno dire che non  ha più patria. Alle spalle dei singoli s’eleva un potere immenso e tutelare, che s’incarica solo di assicurare il loro godimento e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, regolare, preveggente e mite. Somiglierebbe alla potestà paterna, se, come questa, puntasse a preparare gli uomini all’età virile; ma questo cerca solo, invece, di  fissarli irrevocabilmente nell’infanzia; vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuol essere di questo l’unico agente e il solo arbitro; si cura della loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, divide le loro eredità”.

    Per Simone “questo quadro somiglia in modo  perturbante al mondo d’oggi, dove immense masse etero dirette sono indotte al consumo piuttosto che all’austerità, al buonumore e al fun forzoso piuttosto che alla riflessione e  al riposo, alla sottomissione piuttosto che alla libertà”.


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La frontiera del tempo libero come tempo preso


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Il potere ha sempre cercato di intrattenere i sudditi, di farli pentire: non per nulla Panem et circenses è una espressione latina.

    Le stesse esecuzioni pubbliche sono sempre state una forma di spettacolo e non solo per le celebri tricoteuses intorno al palco della ghigliottina.

    Le parate fasciste e naziste erano coreografie impressionanti, organizzate dai regimi violenti, altro che “Mostro Mite”, che è contrassegnato dalla “necessità di assicurare al maggior numero di persone esperienze  gradevoli e vitalizzanti, che favoriscano il benessere (inteso come wellness [e non come welfare], ma sopratutto stimolino i consumi”.

    In questo c’è una differenza con le forme di  intrattenimento dei regimi passati. Allora si trattava di dare uno sfogo o di suscitare una adesione emotiva all’ideologia al potere. Nel mondo moderno il messaggio è invece formalmente diretto all’individuo, che può liberamente scegliere tra diversi intrattenimenti, anche se l’effetto massificante e spersonalizzante si verifica regolarmente per il condizionamento mediatico che creano la moda ed i comportamenti, ai quali chi vuole essere trendy non può sottrarsi.

    Il tempo libero è il luogo privilegiato del “«Mostro Mite»”, che si preoccupa di rappresentarlo, insieme con il divertimento in modo diverso: il Mostro Mite ha rovesciato i rapporti: “è il lavoro che interrompe il divertimento”. “Questa situazione ha alterato la distinzione tra tempo del lavoro e tempo del lavoro e ha prodotto una capillare e permanente «carnevalizzazione» della vita”. Il divertimento è diventato una fissazione, anche per le amministrazioni pubbliche: “lo si pratica in ogni momento,in innumerevoli forme e in tutti i livelli sociali, attorno ad esso si sono formati complessi sistemi economici e ideologici. Inutili «Notti bianche» girandole di divertimenti e consumi sono organizzate in tutta Europa, anche se lasciano sfinite le città, estenuano i cittadini che non vi partecipano e  svuotano le casse delle amministrazioni”.

    Per le necessità del divertimento [a fronte di questo bisogna sottolineare con forza una circostanza che Raffaele Simone spesso dimentica, che l’analisi riguarda il cosiddetto primo mondo, quello industrializzato3] “l’intero pianeta è sottoposto a sfruttamento: si può andare in vacanza in Paesi retti da feroci dittature, dominati dalla violenza e dalla miseria od anche in aree sconvolte da catastrofi naturali“ ovvero in cui – si deve aggiungere – la stessa costruzione delle strutture per il divertimento dei turisti altera equilibri ambientali e sociali, così come le esigenze delle esportazioni. Solo per memoria: gli allevamenti di gamberetti su scala industriale hanno comportato la distruzione delle mangrovie, che proteggevano le coste nel sud-est asiatico.

    La critica alle distorsioni dello sviluppo non può diventare moralismo puro e semplice, perché senza lo sviluppo del turismo globale alcune aree sarebbero rimaste depresse e progressivamente abbandonate dalla popolazione.

    Pensiamo alle nostre montagne senza il turismo invernale.

    Un punto sottolinea Simone, sul quale si può concordare: i paradigmi culturali del «Mostro Mite» non risparmiano il nostro mondo interiore, intaccano e rimodellano le nostre stesse passioni, se ne formano di nuove ed alcune delle antiche si indeboliscono o si distorcono.

    “Di contro alla solidarietà (ideale traguardo della sinistra di tutti i tempi) ed alla compassione (la sua versione cattolica [cristiana?]) il Mostro Mite ha infatti stimolato la nascita di una forma di festoso egoismo”.

    Questo fatto, per Simone già segnalato da Zygmunt Bauman4, la preoccupazione principale è quella di “frenare o sconfiggere” d’un colpo la bruttezza, la vecchiaia e la malattia, con una ricerca sfibrante ed estrema del benessere fisico (wellness) e della perpetuazione della giovinezza (fitness). “Un effetto di questa concentrazione ossessiva sul corpo è la negligenza (se non il disprezzo) dei deboli e dei vecchi”citando ancora Bauman. Per Simone essere anziani diventa una inabilitazione, perché rappresenterebbe la limitatezza dei desideri, la moderazione dei bisogni, l’insensibilità alle seduzioni del mercato. In altre parole “essere anziani è un anatema nella società dei consumatori”5.

    Questo punto non appare convincente in quanto non distingue tra anziani deboli ed anziani forti o forse hanno in mente, Simone e Bauman, delle figure di vecchi saggi, quelli di Montaigne, per cui danno dei buoni consigli, perché non sono più capaci di dare cattivi esempi.


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Mario Comensoli, Discovirus
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Gli anziani, come i poveri, sono un segmento di mercato, che va sfruttato dal Viagra ai pannoloni, ormai alla portata di tutti, alle Case di Riposo a cinque stelle.

    Sono gli anziani che alzano lo share degli spettacoli televisivi e perciò il loro valore sul mercato della pubblicità.

    Sono un peso gli anziani deboli, quelli con la pensione minima, per di più se sono soli, cioè senza una famiglia sulla quale scaricare i costi economici di una assistenza alla lungodegenza ed alla non autosufficienza, nella quale le pubbliche istituzioni sono carenti.

    La capacità di distinguere, ne vedremo l’importanza, non può venir meno: nella globalizzazione ci sono i «globalizzatori» ed i «globalizzati», così come nella società  dei consumi ci sono i forti «consumatori» ed i deboli «consumati» dall’impossibilità di accedervi.


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La società dello spettacolo


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Sempre per Simone, ma con riferimento a Guy Debord, i climi culturali perduranti comportano anche profondi rimodellamenti dei quadri cognitivi. In questo quadro il Mostro Mite opera in profondità, indebolendo un’essenziale risorsa cognitiva della nostra cultura: la capacità di distinguere tra realtà e finzione.

    L’ubiquità delle immagini altera il rapporto tra vero e falso e trasforma ogni cosa in spettacolo, in cosa per gli occhi, senza distinzione tra «cosa vista» e «cosa vissuta»: “la realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale […] Nel mondo veramente rovesciato il vero è un momento del falso”6.

    Debord aveva scritto queste cose negli anni 60, viene spontaneo chiedersi quale contromisure culturali ha messo in campo la sinistra, che non possiede mezzi di comunicazione di massa, neppure dove è al potere con metodi democratici? Per lo più ha chiesto un suo spazio nella società spettacolo  per recitarvi una parte secondaria. Settori della sinistra probabilmente sono stati fieri ed orgogliosi della loro modernità, addirittura di essere all’avanguardia: pensiamo ad un Nicolini ed alle sue Notti Romane. Si è affermato il «delitto perfetto», quello in cui la televisione ha ucciso la realtà, “la televisione che intacca e modifica gli eventi (a volte prodotti solo perché essa li faccia vedere), li finge e li crea, li surroga e soprattutto infiltra nelle case le cose estreme (la morte, la violenza, la degradazione) rendendole familiari, ovvie e banali” sottolinea Simone sulla scia di Braudillard7.

    Con l’era digitale l’opera è completa: il «falso» deborda  nel vero, lo avviluppa e lo divora.

    La conclusione è tranchant “Un mondo caratterizzato da tratti come questi sarà inevitabilmente di destra: una Neodestra mediatica, globalizzata, consumistica, dall’aria mite e simpatica. A questo «aroma di destra» non sfuggirà nessuno, se non forse gli irriducibili (che avranno necessariamente l’aria un po’ stravolta dei fissati). Già da ora, del resto, una parte delle sinistre (a cominciare dai  loro dirigenti) emana un deciso odore di Neodestra, come si vede da talune prese di posizione e comportamenti: la resa al capitalismo e al consumismo, l’acquiescenza verso le forme più fruste di cultura trash, il populismo (che non fa che rinviare al popolo i suoi desideri), abbandono di ogni austerità”.


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La sinistra è senza futuro?


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La sinistra italiana, se in essa vogliamo comprendere anche quella parte dei DS confluita nel PD, ma non solo, corrisponde alla descrizione di Simone, ma cosa altro  avrebbe potuto fare? Se è vero il suo assunto iniziale, cioè  che la lista delle cose di sinistra, che non sono riuscite a imporsi o che sono fallite sarebbe lunga8. E proprio le migliori: innalzamento del livello medio dell’istruzione, della cultura, sviluppo pieno della scienza e della ricerca, valorizzazione delle energie creative di intellettuali e artisti, diffusione di una minima mentalità razionale e laica etc., etc, per non parlare di ridistribuzione delle ricchezze o la creazione di nuovi modi di produrre.

    Simone non ricopre ruoli dirigenti nei Partiti della sinistra, non è neppure uno degli intellettuali di complemento o di influenza personale sui leader della sinistra tipo Verdiglione, ai suoi tempi, o il più attuale Fagioli. Sarebbe, quindi,  assurdo che dovesse esporre delle ricette.

    Altri si sarebbero dovuti mobilitare quando scrive che “l’infiltrazione del Mostro Mite e gli altri motivi che ho descritto abbiano già prodotto una doppia erosione dei partiti di sinistra (con tutti i loro ideali) e del popolo della sinistra”.

    La sinistra avrebbe, quindi, perduto la capacità di “dare forma al mondo”. Se una «forma di sinistra» non è tra le possibili forme del mondo, bisogna concludere che “il  mondo è intrinsecamente di destra?”

    Simone intende suggerire una risposta: «Sì, il mondo è naturalmente di destra, le speranze della sinistra rappresentano un risultato in-naturale (cioè ottenuto contrastando la natura umana), che per questo non può restare in vita in permanenza».

    «Quali parametri caratterizzano questa «destra naturalistica»? La questione è uno dei temi classici della teoria politica, che per lo più considera come contrassegno della destra la difesa della tradizione e della gerarchia. Suggerisco che il fattore peculiare della destra oggi – che come ho detto non è più un partito politico, con una sede legale, un presidente e un segretario, ma è la Neodestra,  una delle pieghe planetarie della modernità – sia l’idea secondo cui è indiscutibile il diritto di acquisire e  conservare la proprietà materiale. Da ciò derivano gran parte dei corollari di un atteggiamento di destra: l’idea che gli altri non debbano immischiarsi negli affari dei privati, e in particolare che lo stato (in quanto forma suprema di Altro) non debba occuparsi della proprietà individuale, che un gruppo (un ceto, una cricca, una «razza», una rete di famiglie, una consorteria, secondo i casi e le dottrine) sia destinato a comandare e un altro a obbedire, e così via, con tutte le derive, anche estreme, che questo nucleo può avere. Tra queste derive metterei l’idea, propria di alcuni tipi di destra, secondo cui dell’avversario occorre in qualche maniera liberarsi (mettendolo fuori gioco fisicamente o politicamente).»

    «Se l’idea di destra è più prossima alla natura  dell’uomo, cos’è l’idea di sinistra? Ho già accennato che una posizione di sinistra è resa possibile da taluni meccanismi morali che, per così dire, la attivano: il sacrificio, la rinuncia, e il trasferimento (di una parte) del proprio ad altri. Accettare siffatti meccanismi non è un’operazione naturale: al contrario, essi sono il risultato di una complicata elaborazione interiore (questa sì, un «travaglio»), della negazione di una catena di impulsi naturali. Le posizioni di sinistra vanno considerate un «artificio», una costruzione astratta, laboriosa e labile, quindi un risultato  estremamente «in-naturale» e, per questa sua proprietà, anche estremamente fragile: aderirvi  è costoso (richiede rinunce), permanervi è arduo (comporta il rimodellamento della propria vita), uscirne può essere  una continua tentazione.»

    A suffragio delle sue tesi Simone, come già ha fatto con Alexis de Tocqueville, cita un passo della famosa opera di Ortega y Gasset9: «Era inverosimile che la specie umana fosse arrivata a una cosa così bella, così paradossale, così elegante, così acrobatica, così antinaturale. Per questo, non deve sorprendere che di colpo questa stessa specie appaia così decisa ad abbandonarla. È un esercizio troppo difficile e complicato per potersi consolidare sulla terra.»

    Le nuove tendenze sarebbero quindi state prefigurate nel 1835-1840 e nel 1930? Eppure dopo di allora la sinistra nei paesi occidentali, quindi a prescindere dal sistema sovietico, ha conosciuto vittorie e sconfitte (nazismo e fascismo) ma ha dato forma al mondo a partire dal secondo dopoguerra, specialmente in Europa.

    Il popolo della sinistra è «sottoposto allo sforzo continuo di riconfermare la propria adesione a certi obiettivi, un processo che costa enorme fatica e che nei frangenti (come l’attuale) di bufera violenta è tanto gravoso da generare disaffezione, incertezza e apostasie».

    In questa situazione per Simone «i partiti della sinistra dovrebbero considerare parte cruciale del loro compito la ricerca incessante di contenuti all’altezza dei tempi per riempire quel involucro quasi vuoto su cui sta ancora  scritto sinistra e, in aggiunta, di buoni motivi per (re)stare a sinistra».

 

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