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Chi lavora e' perduto: una critica alla giustizia italiana

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"Chi lavora è perduto” è un interessantissimo film del 1963. Racconta il quasi
inconsapevole vagabondaggio di un giovane irregolare veneziano, che rifiuta i
meccanismi della società salariale e salariata e si perde nei vicoli della
Laguna, portando sempre nel cuore i due fraterni amici che sono stati internati
per le loro idee libertarie e solidali. Il film sarebbe stato censurato, se non
fosse salito in sella un governo di centrosinistra: una necessità obbligata del
sistema. In quegli anni, mentre il caporalato sopravviveva alla grande, al Sud
c’era il latifondo (non smantellato) e di diritti civili manco a parlarne, si
era compreso che valeva la pena concedere una minima tregua alle masse.
Un’illusione ottica, durata vent’anni, grazie alla spinta dei movimenti, che si
riproporrà a breve: dopo aver spellato vivo il cuore della società italiana,
chiunque governerà dopo l’esecutivo in carica farà in modo di allentare i
cordoni della borsa e di renderlo molto, molto evidente. Un gioco di prestigio,
sotto il cui velo nessuno si curerà delle più gravi ingiustizie sociali. Molti
sindaci lo stanno già facendo, da almeno un paio d’anni a questa parte: un
pragmatismo ipocrita, imbellettato di grandi promesse, falso buonsenso e presenzialismo.
L’Italia è stremata e bisogna pur sempre dare l’impressione di star
rianimandola.
Ecco perché le storie di ingiustizia piacciono sempre di meno, perché sono sempre
troppe e c’è sempre più voglia di non darlo a vedere.
Conosco Salvatore Iaccino da una vita: persona di grande calore e colore. Un ragazzo
che non si è mai rifiutato di sbattere faccia al muro alle proprie
contraddizioni. E che, non bastasse già questa inquietudine, è stato a lungo
visto a metà come un suonatore Jones di curva e a metà, dalla città “buona”
(quella timorosa della propria fantasia e delle proprie origini), come un
pericoloso promotore di panico sociale. Proprio lui, che il panico sociale l’ha
sempre subito. Sempre riuscendo a guardare da un’altra parte.
Rinchiuderenegli ospedali psichiatrici giudiziari qualcuno deve essere un gesto sgradevole
persino per chi lo dispone. Spesso, come a Barcellona Pozzo di Gotto, sono
l’eredità della edilizia segregante fascista. Quella che dava sfarzo alle
residenze e miserie sotto controllo a tutti gli altri: un delirante stato
sociale senza spazi di libertà.
Perciò,prima che le vicende personali, conviene chiedersi se davvero quello che si
chiama trattamento sanitario obbligatorio e quello che si chiama ospedale
psichiatrico giudiziario debbano restare, ammuffiti e cattivi, così come sono,
nella loro forza vessatoria e antistorica; conviene chiedersi se la giustizia
italiana non abbia smarrito tutto il senso della misura, ritagliandosi spazi
dove non aveva contraltari (dalla socialità alla marginalità, alla politica), e
indietreggiando dove non riusciva.
Qualche anno fa, ho presentato un libro di poesie, “Stellose Creazioni”, con Sergio,
Claudio, Francesco e Gaetano. Un libro molto bello, tutto pieno di neologismi,
squarci di gioia e il profilo di qualche incubo che è disseminato nella vita di
ciascuno. Proprio a viale Cosmai, o quasi. L’afflittività della detenzione è
data dalla sua impermeabilità dall’esterno. Ho cominciato a pensarla così
quando ai Mondiali del ’98, passando dalla superstrada di Cosenza, ho visto una
grata di cella decorata con una maglietta dell’Italia. Quel drappo non rendeva
lo scuro ancora più oscuro; era una richiesta di riconoscimento. Anche io tifo
quello che tifate voi: tutti questi muri non hanno senso.
Ancora una volta, chi lavora rischia di perdersi: la crisi sottrae tempo, costringe
all’espediente, diventa la nevrosi del controllo, vuole frantumare (e noi
troppe volte la avalliamo) legami sociali. Chi reprime, invece, molto più
spesso viene premiato. E chi viene represso ha il sacrosanto diritto di potersi
rialzare, di potersi difendere e di essere messo in condizioni di farlo. Ancora
beato e non ancora battuto.

DOMENICO BILOTTI

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