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SUL JOB ACT PANNELLA HA LA VISTA LUNGA

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Sempre istruttivo ascoltare le conversazioni domenicali, su Radio Radicale, tra lo storico leader Marco Pannella e Massimo Bordin. Il giornalista romano non solo dimostra di essere il più competente conoscitore della cronaca giudiziaria e della sua storia negli ultimi decenni, ma tiene testa con fendenti sempre lucidi alla comunicatività torrenziale dell’attivista radicale. Così, passano due ore tra citazioni storiche, riferimenti alla cultura laica da almeno cinquant’anni a questa parte e un modo nient’affatto sciatto di rileggere alcune delle questioni più drammatiche dell’attualità (cercando solo di numerare: carceri, giustizia, diritti umani). Con momenti di studiata verbosità e altri di vera dialettica politica. Nella trasmissione di un paio di giorni fa, Marco Pannella è stato incidentalmente chiamato a rispondere sul “job act” dei Democratici italiani e ha dimostrato, una volta di più, di avere la lista lunga. Si è infatti notato che nei titoli e nei proclami il “job act” renziano sembra una pagina del programma della Rosa nel Pugno (costituita nel 2005, fondamentale per la vittoria dell’Unione di Prodi nel 2006). Con qualche aggravante che il Partito Democratico dovrebbe rilevare, se vuole tornare a vincere: innanzitutto, l’incapacità del governo dell’Unione di attuare il programma di trasformazioni sociali col quale aveva vinto per un soffio la competizione elettorale, anche per l’effetto destabilizzante di un PD a vocazione maggioritaria che avrebbe dovuto zittire partitelli e correntine, Non secondariamente, il ripresentarsi dopo otto/nove anni con proposte altrui, redatte stavolta in modo anche tecnicamente assai meno preciso e pragmatico, e oramai inattuali, anche perché è profondamente cambiato il contesto socioeconomico cui la disciplina del lavoro dovrebbe andare a riferirsi.
In questo giudizio, nato da comparazioni oggettive tra “chiesto” e “pronunciato”; c’è molto dei limiti di un PD che Renzi tenta di modellare a propria immagine e somiglianza, azzeccando alcuni temi e spot e deragliando sul fronte della concreta azione politica. L’antica necessità di dover tenere il piede in due scarpe, tra il fronte confuso della sinistra sindacale (rivendicativo, ma orientato su categorie di lavoratori che non assorbono più una rappresentatività realmente di massa) e il vento in poppa di proclami liberisti, agitati più ad effetto che non sulla base di una riflessione per la crescita.
In secondo luogo, si vede come la Rosa nel Pugno, frettolosamente “rottamata” dal blocco socialista che intese (pur legittimamente e, per alcuni aspetti, comprensibilmente) perseguire la riunificazione delle sue varie anime, rifluite in più partiti e associazioni, ebbe alcune grandissime intuizioni: dalla riforma penitenziaria alla regolamentazione della condizione giuridica degli stranieri, dalla ricomposizione di categorie contrattuali torbide, elastiche, incomprensibili, fino ai temi di impegno sulla ricerca medica.
Delle due, l’una. O quelle ricette avevano effettivamente almeno qualcosa di buono. E allora il PD dovrebbe fare ammenda per avere sistematicamente lavorato alla scomparsa dei radicali dalle istituzioni elettive (Parlamento, Parlamento europeo, consigli regionali) e tornare alle ricette radical-socialiste non per prendere in blocco il menu del giorno, ma per modificarle, interpretarle nei modi richiesti da cosa è cambiato davvero in oltre un decennio. Oppure, proseguire a chiare lettere nella dissennatezza sfrontata con cui si boicottano l’amnistia, l’indulto, la riforma dei Codici e la sopravvivenza di un giusto pluralismo a Sinistra, che non certo s’inserisce ed esaurisce in una nouvelle vague decisionista, fiorentina e frettolosa.
 
Domenico Bilotti

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