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ADOLF EICHMANN - UN MOMENTITO, SENOR...

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PARTE II


 

 
 
“Rat Line”, via dei topi”, così veniva denominata quella linea virtuale di congiungimento tra l’Europa continentale e il Sud-America che transitava  per Genova. Termine militare americano riutilizzato per identificare quella rete di assistenza creata per agevolare la fuga di criminali di guerra nazisti, spesso muniti di passaporti della Croce Rossa internazionale con documenti firmati da alti prelati del Vaticano, ma pure con il benestare di una parte della Chiesa protestante tedesca (e anche dei servizi di intelligence internazionale, americani e britannici in particolare).
 Subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, molti noti e meno noti criminali nazisti sbarcarono direttamente in Sud America, accolti con particolare favore dall’Argentina di Peron.
 Nel 2003 il neoeletto presidente argentino Néstor Kirchner ha fatto aprire gli archivi segreti al fine di rendere pubblico l’operato di Juan Domingo Peron, discusso presidente argentino, in carica ininterrottamente dal 1943 al 1955 (anche successivamente per un anno nel 1973) da sempre criticato per l’ingresso in Argentina di gerarchi nazisti e criminali di guerra, capaci di far perdere le loro tracce in Europa. 
 In questi dossier segreti Uki Goñi, giornalista, scrittore argentino, ha potuto trovare prove documentali che ha successivamente pubblicato nel suo libro “Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l'Argentina di Peron”(Garzanti -2003), reperti  che i diversi governi argentini avevano dato ufficialmente per distrutti. Più di sette mila documenti sono stati ritrovati nell’alveo naturale dell’epoca, ovvero nell'Archivio del Centro di Immigrazione di Buenos Aires. Dopo la pubblicazione del libro di Goñi,  il Centro Simon Wiesenthal ha preteso l’apertura degli archivi segreti di Buenos Aires e il presidente argentino Kirchner, appena eletto, ha dato subito mandato al Ministro degli Interni Anibal Fernàndez di procedere.
 Goñi racconta di alcune riunioni avvenute all’interno della Casa Rosada tra il Presidente argentino Peron e nazisti che confidavano nell’appoggio sia del Vaticano che di altri supporti sparsi in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia. Lo scrittore sudamericano, spiega ancora che la totale disponibilità di Peron ad accogliere l’anima più nera europea, responsabile di milioni di morti nella Seconda Guerra Mondiale era da considerare come una  risposta di contenimento all’avanzata sovietica, espressione dell’ideologia comunista staliniana. Quindi la protezione dei nazisti in funzione anticomunista, sia per la Chiesa cattolica che per l’Occidente, che per la stessa Argentina.
 Peron consentì, durante la sua permanenza al governo, il transito di nazisti del calibro di Erich Priebke (alias Otto Pape) ritenuto responsabile della strage delle Cave Ardeatine a Roma (processato in Italia, ora è quasi centenario e gira per ristoranti romani potendo disporre di cinque ore di libertà giornaliere, nonostante stia scontando la sua pena in detenzione domiciliare) che sbarcò in Argentina trasferendosi a San Carlos de Bariloche.
 Negli incartamenti  esaminati è stata ritrovata anche una scheda pertinente all’“angelo della morte” Josef Mengele (altrimenti detto Helmut Gregor), il “medico” del campo di sterminio di Auschwitz che raggiunse prima il Paraguay e poi l’Argentina per trasferirsi infine in Brasile; il “macellaio” o “il boia di Lione” Klaus Barbie, comandante della Gestapo della cittadina francese, che arrivò a Buenos Aires, ma si trasferì in Bolivia. Ante Pavelic, il “duce croato”, fondatore degli Ustascia, che insieme al suo consulente finanziario Ivo Heinrich fu espatriato insieme a  settemila croati con suggello Vaticano e benestare della Chiesa cattolica argentina.
 Tutti indirizzati direttamente a Peron. Una breve lettera di accompagno chiedeva al Presidente argentino di occuparsi della sorte di questi profughi croati da avviare come agricoltori in terra argentina. Anche Adolf Eichmann “il contabile dello sterminio”, “l’architetto dell’Olocausto”, insomma l’organizzatore scrupoloso, responsabile della macchina dello sterminio di massa di milioni di ebrei, anche lui, è sbarcato impunemente in Argentina attraverso la “Rat Line”. La sua storia ha avuto però uno sviluppo e un epilogo particolari e merita una diversa attenzione.
In Alto Adige, il vescovo di Bressanone Geisler incarica il vicario generale Alois Pompanin di occuparsi della conversione al rito cattolico dei protestanti Eichmann, Priebke, Martin Borman e famiglia, che vengono così ribattezzati con il consenso delle gerarchie ecclesiastiche (pratica adottata per diversi altri nazisti che in cambio della conversione trovarono il modo di mettersi in salvo in Sud America) Gerald Steinacher (storico sudtirolese e docente presso l’Università di Monaco e Innsbruck) “La via segreta dei nazisti. Come l’Italia e il Vaticano salvarono i criminali di guerra” (Rizzoli - 2010).
 Ora Eichmann ha le carte in regola per essere avviato alla Curia vescovile di Genova per la richiesta di un passaporto regolare. Non è solo Uki Goñi a trovare interessanti documenti all’interno dell'Archivio del Centro di Immigrazione di Buenos Aires, ma anche una giovane ricercatrice che fortunosamente si ritrova tra le mani proprio il passaporto originale:  due timbri rossi, uno più grande del Comitato internazionale della Croce Rossa e uno più piccolo del viceconsole argentino a Genova Pedro Solari Capurro, con indicate sopra le generalità false di Eichmann, ovvero Ricardo Klement, nato a Bolzano il 23 maggio 1913, apolide, di professione tecnico, figlio di N.N, (lo scoop è del noto quotidiano argentino “Pàgina/12”).
 All’aguzzino sotto mentite spoglie servono ancora altre credenziali curiali: ora è un povero altoatesino che ha  perduto la cittadinanza per via dell’occupazione nazista in Alto Adige, e allora ecco pronta in sostituzione una dichiarazione di conferma identitaria firmata dal padre francescano Edoardo Domoter, ovviamente altoatesino, stretto collaboratore di un altro religioso locale, il vescovo Alois Hudal, uno dei più attivi nell’organizzare e dirigere la grande fuga dei gerarchi nazisti. La studiosa argentina riesce abilmente a salvare tutta la documentazione grazie all’intervento della magistratura che provvede all’inoltro del fascicolo scottante, relativo all’ingresso di Eichmann in Argentina, alla sede del “Museo del Holocausto” di Buenos Aires al fine di salvaguardarne l’integrità documentale.
 Eichmann parte da Genova il 17 giugno 1950 e sbarca a Buenos Aires quasi un mese dopo, il 14 luglio, avviandosi verso Tucumàn, nel nord ovest dell’Argentina. Trova e cambia diversi lavori:  come idrologo, allevatore di conigli, proprietario di una lavanderia e operaio alle officine meccaniche della  Mercedes Benz.  Nell’estate del 1952 si fa raggiungere a Buenos Aires dalla moglie Veronica Liebl insieme ai suoi tre figli (che lo credono uno zio), ma nel 1955 nasce un quarto figlio, Ricardo. Tutti frequenteranno il  Collegio tedesco con il cognome Eichmann Klement.
 Il figlio Klaus conosce  e frequenta Sylvia Hermann, il padre della ragazza, Lothar, è cieco ed è un superstite del campo di Dachau. Hermann è colpito dall’atteggiamento di questo ragazzo che si proclama enfaticamente antisemita e dice di chiamarsi Klement, ma anche Eichmann. Così spedisce una lettera al suo amico Fritz Bauer, procuratore generale presso la Corte d'appello in Germania, che allerta Isser Harel capo del Mossad, da tempo alla ricerca del criminale nazista.
 Viene inviato un agente israeliano in Argentina per controllare: trovano la casa dove abita Ricardo Klement e la sua famiglia, quartiere San Fernando, via Garibaldi. Riconoscono Veronica Liebl, ma serve la prova concreta che quell’uomo possa essere proprio l’ex ufficiale tedesco. Serve una foto. Ancora una volta una foto per inchiodarlo. Ne scatteranno quattro di foto che ritraggono Eichmann. Ed è la conferma, è lui, è Eichmann.
 Aprile 1960 parte l’”Operazione Eichmann”. Gli agenti del Mossad entrano in Argentina e organizzano il rapimento: cercano una casa sicura, la attrezzano, l’allestiscono per l’accoglienza e si preparano. E’ la sera dell’11 maggio 1960, Ricardo Klement viene atteso da un’auto falsamente in panne parcheggiata in via Garibaldi, la strada laterale che conduce all’abitazione di Klement. La dinamica è nota: l’attesa dell’autobus n. 203 che porta con sé Eichmann e che invece salta la fermata, la paura di esser stati smascherati, l’attesa dell’autobus successivo, che questa volta si ferma e scarica Ricardo Klement, alias Adolf Eichmann.
 Un agente del Mossad gli va incontro, gli parla …. un momentito, senor…l’obiettivo scappa urlando, l’agente lo rincorre, lo blocca, lottano, arrivano altri agenti che lo caricano in auto, il viaggio fino alla casa sicura. E’ fatta. Eichmann è stato rapito ed è nelle mani del Mossad. Ora occorre fargli confessare la sua vera identità. …. Il suo nome? “Ricardo Klement” … No! Il nome  precedente …. “Otto Henninger” …. No! Incalzato, via con le domande più insidiose, lui non risponde. Infine: qual è il suo nome di battesimo? Risposta: “Adolf Eichmann”.
 Per dieci giorni Eichmann viene tenuto segregato e interrogato. In quei giorni l’Argentina si preparava a celebrare il 150° Anniversario dell’Indipendenza della Nazione. Tra le altre, era stata invitata anche una rappresentanza israeliana che atterrerà su flotta di bandiera israeliana El Al all’aeroporto internazionale di Ezeiza. E’ l’occasione da non perdere per trasportare fuori dall’Argentina l’ex ufficiale nazista. Il 21 maggio, poco dopo mezzanotte, Eichmann, stordito e vestito come un pilota dell’equipaggio della El Al, viene fatto salire segretamente a bordo dell’aereo e trasferito in Israele.
Gary Weber, giornalista argentino, sul suo sito ha pubblicato diversi articoli sull’argomento esponendo la sua perplessità circa la rocambolesca avventura del sequestro Eichmann, essendo documentabile solo la versione del Mossad israeliano. L’incognita di cosa sia veramente accaduto fra Eichmann e gli agenti del Mossad nei dieci giorni in cui fu sequestrato, rimane aperta. Forse l’ex ufficiale ha patteggiato qualcosa, magari un salvavita per la sua famiglia o chissà. Weber non indica fonti scientifiche che supporti la sua tesi, ma le perplessità sono plausibili. Qualcuno sostiene che fu una partita di scambio: una fornitura di armi nel 1960  in cambio della non strumentalizzazione del  processo Eichmann contro la RFT. Insomma, l’Argentina può aver “scaricato” l’ufficiale tedesco ormai compromesso e Israele può aver negoziato il rapimento al fine di portare il rapito, senza impedimenti, in Israele.
 Eichmann sequestrato in Argentina e in Israele arrestato, processato e condannato a morte. Sono passati più di cinquant’anni da quell’11 aprile 1961, quando cominciò il processo ad Adolf Eichmann. Fu impiccato pochi minuti prima della mezzanotte del 31 maggio 1962. Il corpo venne cremato e le sue ceneri disperse in mare, nel Mediterraneo, oltre il limite delle acque territoriali israeliane. Il secchio venne sciacquato diverse volte in acqua, affinché non rimanesse alcuna traccia. L’uomo responsabile delle deportazioni di massa, organizzate, sistematicamente preparate con metodica e zelo, non esiste più.
 Ciò che permane, invece, è la certezza che certe categorie come la diligenza,  l’abnegazione e la costanza, applicate alla malvagità, deflagrano inevitabilmente nell’orrore. Fondamentale la necessità di ricostruire una verità, storica o processuale che sia, che sostenga e puntelli la memoria nella speranza di non lasciar ripetere l’indicibile.
 La memoria dell’uomo è labile, occorre quindi continuare a tener desta l’attenzione sui diritti umani anche se l’insistenza di una memoria imposta può produrre l’effetto contrario: una specie di “santificazione” dell’orrore che allontana da sé riflessioni, anziché promuoverle. Il  rischio di futuri nuovi stermini è possibile, persino prevedibile. Come d’altronde la stessa Argentina ha potuto sperimentare. Ma d’altra parte saranno bastate poche “lezioni”. Di cattivi maestri nel territorio, ce n’erano già tanti. E di perversi apprendisti anche.

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