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COMA DEMOCRATICO.....IRREVERSIBILE?

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L'opinione di Salvatore Parlagreco

Giornalista e scrittore siciliano, è autore di inchieste, romanzi, antologie e saggi.

 

 

Berlusconi ha dettato l’agenda parlamentare: riforma della giustizia, federalismo fiscale, nuova legge elettorale per le europee, che modifica le circoscrizioni, promuove liste bloccate e sbarramento al cinque per cento.

Gli elettori non potranno scegliere il loro candidato giusto come è avvenuto in occasione delle elezioni politiche,sicché i partiti nomineranno gli eurodeputati come hanno nominato senatori e deputati nazionali.

Ma saranno davvero i partiti a indicare gli “eletti”? Quali partiti, se non ci sono più?

Non c’è traccia dei partiti organizzati territorialmente con dirigenti eletti nei congressi locali, provinciali, regionali. Ci sono le firme ai gazebo e le primarie “monocratiche”, dove il candidato è uno solo. Ai gazebo berlusconiani è ancora peggio, nemmeno la parvenza del voto.

Il PDL è composto da due schieramenti politici in procinto di fondersi, FI e AN.

FI non ha mai eletto i suoi dirigenti ad alcun livello, i suoi congressi sono adunate oceaniche che applaudono il leader. Alleanza Nazionale, l’altra componente del PDL, ha abiurato ad una tradizione di severo confronto democratico. Si perde ormai nella notte dei tempi lo svolgimento di un congresso “vero”, con iscritti che votano.

Dunque il PDL, il partito di maggioranza relativa, è diretto da un leader che non risponde delle sue decisioni agli iscritti, può disporre del suo schieramento come e quando vuole, può decidere di chiudere battenti o riaprire, fissando orari e modalità come fosse un’attività commerciale.

Gli può cambiare nome, decidere nuove alleanze, sottoscrivere patti e condizioni con chicchessia senza dovere rendere conto a nessuno. I dirigenti che affiancano il Leader sono consulenti, hanno il diritto di essere ascoltati fino a che non gli viene detto che è meglio non parlare.

Tutte le volte che lo ritiene opportuno, il Leader cambia i dirigenti, rinnova o ripristina gli assetti. Naturalmente è il Leader che decide chi deve diventare senatore, deputato, ministro o sottosegretario.

Invece che un congresso preliminare, i due partiti, FI e AN, si sono incontrati presso uno studio notarile ed hanno stipulato un contratto ad AN, che accetta, è concesso di essere rappresentato “ovunque” nella misura del trenta per cento. Negli enti locali, nelle regioni, nei consigli di amministrazione, nei governi, AN avrà qualcosa di più di un quarto di componenti ed il resto spetterà a FI.

Sia la piccola fetta di dirigenti e di parlamentari, governanti, quanto la porzione più grande, non sarà frutto di consultazione, voto, consensi liberamente espressi dagli iscritti, ma il frutto di un’accurata selezione effettuata da due leader o loro delegati .

L’opposizione nel Paese è rappresentata da due partiti in Parlamento, l’Italia dei Valori e il Partito Democratico. L’Italia dei Valori ha una consistenza del 5 per cento, il PD supera il 30 per cento. Il PD nasce da una fusione fra l’ex partito dei Democratici di Sinistra e l’ex partito della Margherita, la vecchia sinistra da un lato, il vecchio centro dall’altro. Per questo si chiama centrosinistra e non può definirsi sinistra. La fase dello start up ha comportato una scelta dei dirigenti sprovvista di regole. Il Leader è stato designato con primarie sprovviste di regole e controlli accettabili. Non si poteva fare diversamente?Forse. Meglio che un contratto dal notaio? Di sicuro, in occasione delle primarie il Leader è avuto larghissimi suffragi ed altri dirigenti delle percentuali di consenso che sembrano lasciare intravvedere un barlume di democrazia. Questo credito “democratico”, tuttavia, è stato disperso nella formazione delle liste, in pratica nella nomina di deputati e senatori, sulla base di segnalazioni giunte dal gruppo dirigente nazionale. Centralismo democratico potremmo chiamarlo, una formula che in passato ha contrassegnato il periodo meno nobile della democrazia del PCI.

Quali le implicazioni di una condizione siffatta?

La maggioranza dei senatori e dei deputati nelle due Camere, eletti nelle liste del PDL, non può che seguire le decisioni del Governo, perché il Capo del Governo è anche il Leader del partito al quale appartengono: è stato lui a designarli, lui a nominarli. Gli elettori hanno solo apposto il nulla osta. Non hanno potuto compiere alcuna scelta.

Se il Premier ritiene che la giustizia vada amministrata diversamente, la scuola debba perdere due dei tre maestri alle elementari, che i problemi della sicurezza si risolvono con una legge che incarcera i clandestini e poi li manda a casa assieme ad altri delinquenti, quelli veri, perché le carceri sono affollate, ebbene non ci sarà nessuno che potrà mettersi di traverso. Se lo fa, la sua permanenza in Parlamento è segnata, si concluderà alla fine della legislatura.

Del pari, se il Leader nomina i suoi Ministri e può, quindi, disarcionarli quando vuole e come vuole senza dovere consultare nessuno, i Ministri non possono ragionare con la loro testa. Non sono nessuno senza che il Leader lo voglia.

Tutto questo mette sottosopra le istituzioni, cambia la Costituzione reale perché di fatto l’Esecutivo legifera e il legislativo esegue. Significa che il mandato del parlamentare non è libero. La Costituzione viene calpestata mentre appelli e richiami al suo rispetto formale arrivano dai vertici della Repubblica. Appelli, appunto, che non scendono nel dettaglio.

I fatti sono fatti e non dire le cose come stanno comporta una conseguenza, che la gente non capisce ciò che cosa sta succedendo. Potrebbe spiegarlo l’opposizione che cosa sta succedendo, ma non lo fa e quando lo fa, non riesce a comunicare un bel nulla per due motivi: non ritiene che sia una priorità, perché alla gente interesserebbe ben altro (le bollette, le tasse, le pensioni, la scuola ecc) ed è bene non criminalizzare l’avversario politico.

Ma è il meccanismo delle decisioni, affidate a pochi, che non aiuta ad assumere provvedimenti corretti,; avvertire che sono stati abbandonate le regole democratiche non è un insulto né un’accusa “personale” ma la denuncia della crisi del sistema. L’opposizione antagonista s’occupa d’altro, quella parlamentare e radicale (IDV), non varca la soglia dei tribunali.

Negli ultimi mesi autorevoli testate del mondo cattolico hanno paventato la nascita di un regime ed usato, forse improvvidamente, l’espressione “fascismo” per denunciare una condizione che oggettivamente oscura la democrazia. Queste denunce sono state accolte con scetticismo e, all’interno della Chiesa, addirittura con irritazione e riluttanza, a seconda dei casi. L’accusa di fascismo ha provocato reazioni indignate ma non ha sollecitato alcuna riflessione sulle cose come stanno.

E che l’Italia sia messa male è indubbio. Il nostro è un Paese senza partiti.

Eppure i rimborsi elettorali, il finanziamento occulto ai partiti, vengono consegnati ai presidenti dei gruppi parlamentari perché a loro volta li assegnino ai partiti, ma non ce n’è bisogno da alcuni ani, in quanto i due incarichi si sovrappongono. I leaders non devono dar conto a nessuno della maniera in cui spendono le risorse pubbliche, una barca di soldi.

Se i partiti fossero obbligati a seguire regole democratiche nel loro interno, potrebbe cambiare qualcosa. Ma il condizionale è d’obbligo, dal momento che al punto in cui ci troviamo, è praticamente impossibile disarcionare leader che posseggono praticamente tutto, dalle banche alle assicurazioni, dall’editoria alle televisioni ed ai giornali.

Le carte dei nostri governanti, tuttavia sono a posto. Liste bloccate o no, sono gli elettori a mettere a compilare la scheda elettorale. Se volessero potrebbero bocciare il Leader.

Il consenso assegnato ad uno schieramento non può essere ignorato, ma le garanzie democratiche vanno tutelate sempre e comunque. Nemmeno a una maggioranza legittimamente eletta, può essere consentito di creare le condizioni di un eclissi della democrazia.

Autorevoli dirigenti del PD si sono espressi sul tema delle liste bloccate e su uno sbarramento alto che lascia fuori formazioni politiche con milioni di voti.

Ai pronunciamenti seguirà una battaglia politica?

Con quanta intensità sarà condotta?

Riuscirà a coalizzare il dissenso?

La frammentazione e le diffidenze del mondo della sinistra e del centrosinistra, le stesse perplessità di minoranze silenziose nel PDL, non lasciano prevedere risposte positive.

La deriva democratica non può essere fermata?

Il pessimismo è d’obbligo, la questione meriterebbe ben altra attenzione.

Non chiamiamolo fascismo o regime quello che viviamo, diamogli pure un nome diverso per non urtare suscettibilità, l’importante è capire che bisogna svegliarsi dal coma democratico.

fonte:

http://italiainformazioni.com

 

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